Nei meandri del sottosuolo

Chiacchierata con Paride Pernić, a capo della Società speleologica di Buie. Fondata nel 1987 oggi conta 18 membri

Operazioni di rilievo topografico nel pozzo Bellè

Antichi cunicoli, grotte, percorsi scavati dalle acque in secoli di storia sono i protagonisti della speleologia che studia i fenomeni carsici, cioè le grotte e le cavità naturali, la loro genesi e la loro natura. La zona del Buiese, in quest’ambito, diventa un’esperienza travolgente in quanto ricca di suggestivi dirupi calcarei, inghiottitoi e grotte visitabili con l’accompagnamento delle guide speleologiche. Il Carso di Buie costituisce una parte dell’ossatura calcarea della penisola istriana ed è composto da un fronte calcareo largo circa 2 chilometri e lungo una quarantina, che inizia a Punta Salvore e continua lungo il corso del Dragogna fino a Castelvenere, per proseguire in direzione di Marussici e Portole fino alle Terme di Santo Stefano. In questo territorio opera la Società speleologica di Buie, che ufficialmente è stata fondata il 3 dicembre del 1987, ma in realtà operava già da molti anni prima grazie a gruppi di entusiasti, poi capitanati da Vinicio Potleca.

Una delle prime foto degli speleologi buiesi

La grotta «Gimnazijalka»
La società è cresciuta in modo sporadico, con l’esplorazione delle grotte di facile accesso e senza grandi attrezzature, con il lume a carburo, una semplice tuta e degli stivali. Man mano che aumentava l’interesse e la conoscenza di grotte più impegnative, così i suoi membri hanno iniziato ad attrezzarsi più rigorosamente. Già prima della fondazione ufficiale, i giovani del Centro scuole medie, accompagnati da alcuni professori con spirito avventuroso, ogni anno visitavano la grotta sita vicino al campo di calcio. Da qui la grotta venne denominata “Gimnazijalka”. Quindi un’attività cresciuta nel tempo in modo goliardico, dove gruppi di amici nei fine settimana si riunivano per esplorare le cavità sotterranee locali.

L’entrata nella grotta di Giacuzzi

Le origini
Con gli anni, Potleca, assieme a Marino Medica, Bruno Savron, Slađan Dragojević, Maurizio Crevatin, Željko Ražman e altri, vollero approfondire quest’attività con la consultazione del volume “Duemila grotte”, edito dal Touring Club Italiano nel 1926 e redatto da L.V. Bertarelli, presidente del TCI e da E. Boegan, presidente della Commissione Grotte, libro che all’epoca rappresentava la raccolta più completa di dati sulle oltre 2mila cavità conosciute dell’Istria e della Venezia Giulia. Da qui si aprì un nuovo mondo. Oltre alle numerose grotte istriane, il gruppo iniziò a viaggiare oltreconfine per vivere avventure nel sottosuolo italiano, serbo, montenegrino… Ricco di nuove conoscenze sui vuoti sotterranei, il gruppo decise di darsi un assetto, fondando la Società speleologica di Buie, che oggi vanta tra i suoi soci personale abilitato e si occupa della formazione dei più giovani, ponendo l’accento sulla tutela delle grotte e dell’ambiente circostante.

Nel gennaio del 1993, Potleca perse tragicamente la vita in un incidente nel Gorski Kotar, dove, dopo aver ricevuto un incarico di lavoro assieme a Drago Opašić – Billy e Željko Paradinović, si recò per rilevare un sifone nella sorgente che alimentava una centrale idroelettrica. Una cavità nella quale era già stato, ma la seconda volta, dopo essersi immerso assieme a Opašić, venne colpito da un malore che gli costò la vita. Successivamente i suoi amici più stretti gli dedicarono una grotta, ponendo al suo ingresso una targa in suo ricordo. Qui ogni anno in suo onore si svolge una cerimonia commemorativa, con la posa di un mazzo di fiori e discorsi che ricordano il suo impegno nel campo della speleologia.

La prima foto della Società speleologica di Buie

L’attività odierna
Oggi la Società speleologica di Buie è guidata da Paride Pernić. Per capirne meglio l’attività, lo abbiamo incontrato per una chiacchierata.

“Quest’anno la Società conta 18 soci – dice –, dei quali 11 attivi sul campo. Oltre alla pratica speleologica svolgiamo infatti pure una serie di altre attività, come la promozione della speleologia attraverso varie conferenze, educazioni, azioni ambientali, raccolta di documentazione video e fotografica, rilievo topografico di cavità speleologiche e fenomeni carsici, viaggi naturalistici con particolare attenzione alle grotte. La Società ha avuto l’onore di organizzare e ospitare nel 2013 tutte le associazioni speleologiche nazionali, nonché amici e ospiti stranieri al Raduno nazionale annuale degli speleologi a Momiano. In occasione del 25.esimo anniversario della fondazione, nel 2012 la Società ha inoltre ospitato un seminario sulla sicurezza nelle azioni speleologiche, organizzato dalla Commissione per le attrezzature, la tecnica e la sicurezza della Federazione speleologica nazionale. Gli speleologi sono prima di tutto degli esploratori che vanno alla ricerca delle acque sotterranee e dei percorsi che queste hanno scavato nelle viscere della terra generando dei reticoli con pozzi e gallerie. Si possono definire però anche degli sportivi, perché addentrarsi nelle grotte e avventurarsi per monti e valli alla ricerca di nuove grotte da esplorare, comporta una notevole attività fisica e atletica.
Vista la complessità di tale attività, la necessità di maturare un’esperienza sul campo e l’alta percentuale di rischio che tale disciplina comporta, l’attività speleologica va effettuata con l’ausilio di persone esperte e certamente non può essere praticata senza una minima conoscenza delle tecniche di progressione speleologiche”.

Come individuate le grotte inesplorate?
“Nella maggior parte dei casi iniziamo scegliendo delle zone che per qualche motivo – natura delle rocce, tipo e portata delle sorgenti, forme esterne – promettono di contenere un reticolo interno che drena le acque. Risulta più facile individuarle quando c’è la neve. Mi spiego: nelle grotte vige una temperatura sempre uguale, che può variare di un paio di gradi al massimo. D’inverno dalle grotte fuoriesce aria più calda rispetto a quella esterna e di conseguenza la neve attorno si scioglie. È questo un chiaro segnale della presenza di cavità sotterranee. Quindi la neve in questo contesto è un’alleata, anche se qui da noi ultimamente è piuttosto rara. Ogni volta che riusciamo a entrare in una grotta, la nostra conoscenza complessiva aumenta, perché acquisiamo preziose informazioni sui rilievi, sulle fratture, sulle direzioni privilegiate del mondo sotterraneo e dei flussi dell’acqua. Pian piano, tassello dopo tassello, cerchiamo di congiungere le grotte note e di ricostruire le vie di quel misterioso mondo buio racchiuso nei monti calcarei. È un lavoro molto lungo, che viene tramandato, all’interno dei gruppi speleologici, anche per decenni, da una generazione all’altra di esploratori; un lavoro interminabile, ma anche incredibilmente appassionante”.

Come avviene l’esplorazione delle grotte?
“Camminare nella grotta non è facile e non è per tutti. Bisogna procedere con la massima cautela e la velocità di progressione è spesso molto bassa. Perciò per esplorazioni esaustive la permanenza tende a essere piuttosto lunga. Quando riusciamo a entrare in una grotta inesplorata ci inoltriamo negli spazi vuoti e bui portandoci appresso tutto ciò di cui potremmo avere bisogno in un ambiente ancora sconosciuto, quindi ganci, corde e rifornimenti. Dobbiamo stare particolarmente attenti nei punti più stretti, che vanno superati con grande cautela, ma anche nelle gallerie più ampie, dove una pietra immobile da migliaia di anni potrebbe spostarsi per l’inatteso passaggio di una persona. Quando il pavimento sparisce e sotto di noi si apre il nero di un pozzo, per prima cosa lo sondiamo per capire grossomodo quanto sia profondo. Dopo aver fissato dei ganci alle pareti, vi leghiamo delle corde, sulle quali poi scendiamo e saliamo, collegati con particolari attrezzi, provvedendo a ripulire il percorso da tutti i sassi in bilico, che potrebbero rappresentare un pericolo nelle salite e discese successive. Andiamo avanti così, a piano a piano, esplorando e topografando con gli strumenti da rilievo le zone percorse”.

Alcuni membri della Società all’uscita dalla grotta Faina assieme a Paride Pernić (accovacciato)

Come siete equipaggiati?
“Abbiamo sempre un casco protettivo sul quale fissiamo una torcia. Il resto dell’attrezzatura individuale dipende dal tipo di grotta in cui si entra, ma in questa zona le grotte che presentano tratti verticali sono la quasi totalità e perciò, in genere, indossiamo anche imbraghi e attrezzi da corda, simili a quelli che usano gli alpinisti, specifici per la pratica speleologica. Il vestiario generalmente consiste di sottotuta (in microfibra o neoprene), tuta in cordura, scarponi e guanti”.

Ci sono delle gerarchie tra gli speleologi?
“Si, abbiamo dei gradi. Esiste lo speleologo apprendista, lo speleologo e l’istruttore di speleologia. L’esame d’apprendista si può effettuare pure presso la nostra Società. L’esame per il grado di speleologo, cui si può accedere due anni dopo aver superato quello d’apprendista e quello d’istruttore vanno superati presso la Federazione speleologica nazionale”.

Quali sono le grotte più interessanti della zona?
“Quella più interessante è l’inghiottitoio ‘Vinicio Potleca’, dedicato all’amico che assieme ai suoi compagni speleologi scoprì la continuità della grotta che un tempo sembrava si fermasse a un centinaio di metri dall’entrata, dove si trova un sifone che per buona parte dell’anno limita l’accesso alla cavità. La quantità d’acqua che spariva nella grotta era impressionante, quindi un proseguimento doveva pur esserci. Durante uno dei tanti sopralluoghi, quando la situazione meteorologica era favorevole, il gruppo ha avuto la possibilità di andare avanti, scoprendo che si trattava della grotta più lunga sul territorio, con potenzialità tuttora sconosciute, siccome ogni uscita porta alla scoperta di nuove gallerie e meandri, ancora da rilevare. Attualmente siamo arrivati a una lunghezza di 1.708 e a una profondità di 176 metri”.

Alcuni tra i primi esploratori del mondo sotterraneo buiese

L’inghiottitoio di Butori il più profondo
“Il secondo inghiottitoio più particolare è quello di Butori, per la sua profondità che arriva a 230 metri – prosegue Pernić –. Con circa 600 metri di lunghezza planimetrica, è completamente differente dal ‘Vinicio Potleca’, perché si sviluppa prevalentemente in direzione verticale, mentre il primo presenta tanti meandri orizzontali, con delle piccole verticali. L’unico rilievo che abbiamo dell’inghiottitoio di Butori è stato fatto dagli speleologi sloveni nel 1980, in quanto la possibilità d’entrarvi è minima poiché dipende dalle condizioni meteo. Ci sono anni in cui l’acqua che scorre rende completamente inaccessibile l’entrata. Alle volte, anche quando l’acqua in superficie si ritira, non si può proseguire oltre i 100 metri di profondità, perché lì si trova un enorme lago che, se pieno, non permette di proseguire oltre. Rari sono i periodi d’abbassamento del livello dell’acqua fino a un punto sicuro, durante i quali è possibile raggiungere il sifone finale. Il 90% dell’acqua dell’inghiottitoio di Butori finisce alle Terme di Santo Stefano. Gli ambienti ipogei sono dei posti affascinanti, ma per queste due grotte particolari bisogna avere molta esperienza e valutare bene la situazione meteorologica prima di entrarci, per evitare di rimanere bloccati qualora si chiudesse il passaggio”.

Collaborazioni e fonti di finanziamento?
“Le fonti di finanziamento sono diverse. Possono derivare da progetti ad hoc finanziati da enti o istituzioni, dal rilevamento delle grotte e dai servizi che possiamo offrire, come per esempio quando, prima dei lavori di rilievo geologico e messa in sicurezza, abbiamo provveduto a liberare dall’edera le mura del Castello di Momiano che guardano sul dirupo. Oppure dal rilevamento di cavità artificiali come le cisterne o altri lavori di manutenzione sui campanili. Grazie a queste entrate riusciamo a sostenere le spese. Per i nuovi soci disponiamo di sei imbracature per le uscite iniziali. I soci di più lunga data provvedono da sé per tutto l’occorrente personale. L’attrezzatura non soltanto costa, ma ha pure una sua durata. Siamo tutti soci dell’Unione speleologica istriana e della Federazione speleologica nazionale, con le quali manteniamo un’ottima collaborazione. Ottimi pure i rapporti con le società di Trieste, come la Commissione grotte Eugenio Boegan, la Grotta continua, la CAT e altre Società di speleologi che lavorano sul Carso. Collaborazioni proficue le possiamo vantare pure con gli asili locali, in particolare con la sezione italiana ‘Fregola’, con le elementari ‘Edmondo de Amicis’ e ‘Mate Balota’ e la media superiore italiana ‘Leonardo da Vinci’, dove attraverso incontri, laboratori o uscite cerchiamo di trasmettere la conoscenza del territorio e dell’ecologia. Proficua pure la collaborazione con la Città, l’Università popolare aperta e la Comunità degli Italiani di Buie. Particolarmente importante è la collaborazione con i Vigili del fuoco di Umago, che è cresciuta dal 2011 con diverse attività collaborative che affrontano la sicurezza sul nostro territorio”.

Davanti all’entrata nella grotta “Gimnazijalka”

Facebook Commenti