Valmer Cusma. In pensione la voce di Radio Pola

Valmer Cusma

Non ha bisogno di presentazioni Valmer Cusma, giornalista, caporedattore responsabile dei programmi in lingua italiana di Radio Pola, conduttore radiofonico e dj, la cui voce inconfondibile è entrata per (quasi) quarant’anni, ogni giorno, nelle case, nelle auto e nelle cuffie di migliaia di istriani. Ogni storia, anche la più bella, è però destinata a finire. E così, lunedì scorso, è giunta a conclusione pure la storia di Valmer Cusma a Radio Pola. Dopo 43 anni di onoratissima carriere, anche per la storica voce dell’emittente radiofonica polese è infatti giunto il momento di appendere il microfono e le cuffie al chiodo e andare in pensione. Sembra impossibile, ma è così. E poiché da ieri è un uomo… libero, non potevamo che andare a trovarlo e farci raccontare la sua storia, la storia di successo di un giornalista innamorato del suo lavoro.

Valmer, anche per te è arrivato il momento di andare in pensione. Ti sembra vero siano già passati 43 anni dal giorno in cui intraprendesti questa carriera? Ma, soprattutto, come ti senti oggi?

“Non saprei, è una strana sensazione. Non riseco ancora a capacitarmi di essere in pensione. Così come non mi sembra assolutamente vero siano trascorsi oltre quattro decenni dal giorno in cui mossi i miei primi passi nel mondo del giornalismo. Era il 1976 quando, in cerca di una prima occupazione, qualsiasi occupazione, mi rivolsi alla redazione polese de “La Voce del Popolo”, allora coordinata da Claudio Radin, che il giorno dopo il nostro incontro mi mandò in centro città in cerca di notizie. E così che è iniziata la mia carriera di giornalista, che alla Voce ho trascorso accanto a Radin, ma anche accanto a Mirella Fonio, Elis e Luigi Barbalich, che tutt’oggi considero il mio maestro, il mio mentore, colui che mi ha seguito, accompagnato e mi ha insegnato a scrivere e a ragionare da giornalista. Penso che oggi manchino maestri del suo calibro, capaci di trasmettere l’attaccamento al lavoro, ma anche alla lingua, alla cultura e all’identità italiana di questi territori”.

Se non sbaglio, in quegli anni trascorsi alla “Voce” iniziasti a muovere anche i primi passi in radio.

“È esatto. Ero ancora un giovane giornalista della carta stampata quando da Radio Pola mi contattarono per offrirmi un lavoro di collaboratore esterno. Lavoro che, naturalmente, accettai. Poiché la mia voce, il mio modo di fare e la mia professionalità piacquero molto, gli allora vertici dell’emittente radiofonica decisero di assumermi in pianta stabile, offrendomi il posto lasciato libero da Sonia Curto, nel frattempo passata alla “Voce del Popolo” come corrispondente da Rovigno. Con un certo dispiacere sia mio che dei miei colleghi lasciai quindi la “Voce” per passare definitivamente a Radio Pola”.

Com’è stato il passaggio dalla carta stampata al giornalismo radiofonico. Quali sono state le differenze che hai immediatamente riscontrato?

“Beh, rispetto a un giornalista della carta stampata, quello radiofonico deve essere molto più sintetico. La radio trasmette parole che devono essere captate e capite al volo dagli ascoltatori. Le notizie riportate dai giornali possono, invece, essere lette e rilette più e più volte. Quindi, la caratteristica principale che distingue un giornalista della carta stampata da un giornalista radiofonico è la capacità di sintesi. Inoltre, anche lo stress a cui siamo sottoposti è diverso. Ad esempio, il giornalista della carta stampata non sarà mai sotto pressione perché deve andare in onda in diretta. Devo comunque dire che, nonostante le differenze, il mio ambientamento in radio è stato immediato. Non mi sono mai sentito un pesce fuor d’acqua. La mia voce e la mia intraprendenza mi hanno di certo aiutato”.

Quindi, possiamo dire che la Radio è stata un’amore a prima vista?

“Direi proprio di sì. Come ho già detto, il mio ambientamento è stato impercettibile. Non mi ha turbato nemmeno il fatto di essere passato da un ambiente tutto italiano come quello della “Voce” a un altro tutto croato, con un solo piccolo spazio riservato a noi italiani. Per questo devo ringraziare Gianni Tognon, con il quale mi sono subito trovato in sintonia. Eravamo una squadra, un team affiatato”.

Dalle tue prime esperienze alla “Voce” e dai tuoi primi passi in radio ne è passata di acqua sotto i ponti. Com’è cambiato il giornalismo in questi quarant’anni?

“Sotto la Jugoslavia esisteva soltanto un partito e noi giornalisti eravamo quasi obbligati a scrivere, coltivare e promuovere i valori e le idee del partito. Era un’epoca in cui tutti sognavano il pluripartitismo e la diversità di orientamento politico, che poi è arrivata. Purtroppo, nonostante il pluripartitismo tanto agognato, i giornalisti sono oggi comunque costretti a soddisfare le esigenze e gli interessi degli editori, cercando allo stesso tempo di soddisfare anche le aspettative dei lettori e degli ascoltatori”.

Accanto agli incarichi di giornalista e redattore capo della Redazione italiana di Radio Pola, in questi quarant’anni ha portato avanti anche diversi programmi e progetti. Quali ricordi con particolare affetto e perché?

“Prima di rispondere alla domanda mi permetto di ricordare che sono stato il primo dj radiofonico in Istria. A Radio Pola ho portato una ventata di freschezza, fondendo assieme la musica e il parlato, una pratica che ho imparato ascoltando le radio italiane. Tornando alla tua domanda, rispondo dicendo che l’iniziativa più importante è stata senz’ombra di dubbio “Pola più”, un progetto di potenziamento delle trasmissioni in lingua italiana dedicate alle tematiche più varie. Grazie al progetto abbiamo assunto diversi collaboratori esterni come Mauro Seppi, Sandor Slacki e Nadia Giugno, assieme ai quali siamo riusciti a mettere in piedi trasmissioni dedicate alle pensioni italiane, alla cultura italiana e al mondo degli esuli. Purtroppo, si è trattato di un progetto a termine, durato soltanto un anno”.

C’è, invece, un momento particolare che ricordi?

“Ce ne sono diversi, dalla conoscenza di Primo Rovis a quella dei calciatori della Seria A, Franco Causio e Paolo Rossi, fino alla collaborazione con Bobbi Solo, per il quale ho scritto il testo di una canzone. Accanto a questi momenti particolari, ce n’è uno toccante, che ricordo con particolare emozione e tristezza. È la scomparsa del mio collega Gianni Tognon, spentosi nel 2002 all’età di 63 anni. Era una persona vera. Con lui e con Renato Pernić (redattore musicale di Radio Pola) ho trascorso un periodo bellissimo, un’epoca romantica, oserei dire. Con loro mi sono sempre sentito a mio agio”.

Hai qualche rimpianto?

“Si, di non essere riuscito a organizzare in seno all’HRT (la Radiotelevisione pubblica di cui Radio Pola è parte integrante) una redazione italiana con una propria frequenza, una sua autonomia e una sua soggettività. Ci ho provato, ma a un certo punto sono rimasto solo a combattere questa battaglia”.

Continueremo a sentirti nonostante la tua assenza da Radio Pola?

“Si, continuerò a collaborare con Radio Tv Capodistria, dove quasi ogni sera sono presente nel Tg delle 19”.

In conclusione, come trascorrerai il tuo tempo libero?

“Di certo continuerò a comporre testi per canzoni. Inoltre penso di proseguire la mia attività in seno alla Comunità Nazionale Italiana, all’Unione Italiana e nelle associazioni degli italiani. Bisogna darsi da fare. L’assimilazione è alle porte e quindi bisogna insistere e dare vita a una battaglia che possa ridarci la dignità di una volta”.

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