L’irresistibile magnetismo della Nona di Beethoven

Dusko Marusic/PIXSELL

POLA | Il secondo dei classici di mezza estate all’Arena di Pola, Summer Classics 2019, del Teatro Nazionale Croato di Fiume “Ivan de Zajc”, la Nona di Beethoven, ha gremito l’anfiteatro romano in ogni ordine di posti, questa volta però con un palco di fortuna allestito ai piedi della cavea, e il pubblico disposto a seguire il concerto come non aveva mai fatto prima d’ora, per ragioni puramente tecniche. Lo spettacolo è stato infatti posticipato di qualche giorno per maltempo e il palcoscenico centrale era già occupato con le prove della Carmen di Bizet, in scena questa sera. A dire, il vero l’opposta collocazione di Coro e Orchestra sembra avere favorito la situazione acustica, che in un anfiteatro romano non è mai eccellente. Così l’Orchestra dell’Opera dello “Zajc”, il Coro dell’Accademia di musica di Zagabria e il Coro del Friuli Venezia Giulia riuniti, diretti dal Maestro Yordan Kamdzhalov, si sono stretti nel caldo abbraccio delle gradinate in pietra massiccia, a tutto beneficio della risonanza, che in spazi aperti come questo lascia parecchio a desiderare. D’altro canto, la bellezza del cielo stellato, la volta celeste notturna che copre artisti e pubblico, è un punto di forza eccezionale di questo palcoscenico estivo, per cui perdoniamo volentieri tutti i difetti che pure non mancano, come il rumore davvero assordante degli aerei in volo a bassa quota e il pubblico irriverente che ancora si permette di tenere accesi i telefonini e non lesina applausi nemmeno tra un movimento della sinfonia e l’altro, segno questo di scarsa dimestichezza con la musica classica.

Mai abbastanza

Che dire di una sinfonia di cui tutto è già stato detto? Conoscerla, la conosciamo. Ma non ne abbiamo mai abbastanza, né mai smette di stupirci ogni volta da capo. Davvero è come disse a suo tempo Leonard Bernstein: “È impossibile immaginare quante cose nuove ci sono da scoprire in Beethoven, che fu particolarmente vicino a Dio e uno dei compositori dalla personalità più ricca che siano mai esistiti”. Il suo capolavoro universale, la summa del suo pensiero, del superamento di ogni sofferenza e della fede in un futuro di autentica fratellanza tra i popoli, la Nona sinfonia in Re minore, incatena col suo irresistibile magnetismo, la spiritualità verace, l’anelito al divino, il ricongiungimento del Creato col Creatore.
Le prime mistiche battute del Primo movimento fanno già sussultare anima e corpo in attesa della grande esplosione del fortissimo a piena orchestra, che affermerà la tonalità del Re minore, esporrà il tema per elaborarlo, scomporlo e ricomporlo fino alla ripresa finale in fortissimo. Il secondo movimento (Molto vivace) è una delle invenzioni del compositore, che si discosta così dal modello tradizionale per cui il canone prevedeva un Lento. Novità assoluta furono a suo tempo i timpani nel ruolo di strumento solista.

«Dialogare» in musica

Ci sia concessa una piccola eresia che gli appassionati di questo Secondo movimento capiranno al volo: è talmente coinvolgente, così magnifico in sé stesso, che ce ne saremmo accontentati anche se mai il compositore avesse completato la sua opera con l’“Inno alla gioia”. Se non fosse assurda a dirsi o anche solo da pensarsi, non sarebbe un’eresia.
Ma interviene il terzo movimento (Adagio molto, cantabile) per placare le acque di questo mare mosso che ancora ci scuote dal Secondo movimento. S’alternano in uno schema a incastro i due temi ed è questo loro “dialogare” che costituisce al tempo stesso il collante della composizione e la prima anticamera del gran finale. Il Quarto movimento anticipa col recitativo le prime parole dell’Inno alla gioia di Schiller (“O Freunde, nicht diese Töne”), che condurrà lento al parossismo, all’apoteosi, alla somma celebrazione degli ideali di umanità, fratellanza e di pace, di gioia non intesa nel senso di bassa spensieratezza bensì di valori morali che scaturiscono dalla necessità di abbandonare odio, egoismo, invidie e cattiveria.
Concerto di grandi emozioni
Per la prima volta nella storia della musica versi e voci hanno diritto d’alloggio in un componimento sinfonico: è l’innovazione assoluta, il prodotto di un ingegno musicale approdato alla maturità, distante ormai anni luce dal modello classico e dagli stessi illustri predecessori, Haydn e Mozart. Ma Beethoven è ormai completamente sordo, incapace di sentire la sua stessa creatura se non l’avesse portata nel grembo per anni prima che si decidesse a darla alla luce. Le voci sono di Kristina Kolar, soprano, Ivana Srbljan, mezzosoprano, Marko Fortunato, tenore, e Goran Jurić, basso.
Un bellissimo concerto, tutto sommato, generatore di grandi emozioni, che allargano i cuori e fortificano gli animi. Orecchie più sensibili delle nostre avrebbero probabilmente rilevato imperfezioni orchestrali che la gran parte del pubblico può tollerare. Ci sono state e ci saranno sempre esecuzioni migliori di questa, come ce ne saranno anche di peggiori. Non è questo il punto. Toccare il cielo con un dito grazie al genio di un immortale è ciò che andiamo cercando nelle arti e nella musica a maggior ragione. Ciascuno faccia come sa e come può, per non tradire questa imprescindibile funzione dell’arte.

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