I grandi attori italiani. Una questione di metodo

Siamo attratti dai grandi attori per la loro naturale capacità di influenzare il comportamento umano. Ma perché le loro azioni proiettate su uno schermo colpiscono così in profondità? La risposta sta nel modo in cui funzionano le nostre menti e nel come elaboriamo le emozioni sviluppando simpatia per quanto vediamo anche sapendo che è falso. Forse attingiamo a una sorta di trauma collettivo che ci consente di alleviare il nostro dolore vedendolo nei personaggi dei film. Allo stesso tempo dimentichiamo, anche per poco, che questi eventi stanno accadendo nel regno della finzione. E questo è il potere del cinema e in definitiva dei grandi attori.

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I grandi attori italiani. Una questione di metodo

Una definizione del lavoro dell’attore potrebbe essere la seguente: “Qualcuno che finge di essere qualcun altro mentre si esibisce in uno spettacolo teatrale, televisivo o radiofonico”. Non è un compito facile dare vita alle visioni di uno sceneggiatore e di un regista. Per interpretare un personaggio sono necessarie una tecnica invisibile e un’incredibile quantità di esperienza. La tecnica che diventa forma d’arte dell’attore si è evoluta nel corso degli anni e da una recitazione basata su un cliché si è passati a un modello per imitazione o a un lavoro propedeutico all’immedesimazione nel personaggio. Anche oggi coesistono diverse scuole di pensiero in merito. Il sistema di Stanislavskij propone il Metodo, mentre la tecnica Meisner si concentra sull’Essere nel momento. Orazio Costa spinge invece a un lavoro sull’imitazione.

Lo stile fa la differenza

Quando esprimiamo approvazione o dissenso per un film nel suo complesso sappiamo distinguere gli attori per il loro stile di recitazione? Anche le stelle del cinema italiane hanno approcci molto diversi tra loro e da spettatori subiamo la loro ipnosi, ciò di cui sono capaci, davanti alla telecamera. Per quanto riguarda la tecnica recitativa Vittorio De Sica è stato allievo di Tatiana Pavlova, regista che ha portato il metodo russo in Italia. Totò fece un percorso opposto, utilizzò le tecniche del macchiettista, di sfasatura espressiva, e le rielaborò con un linguaggio personale. A spingere Gian Maria Volontè c’era sempre una tensione morale; studiava molto mentre preparava i ruoli. Mastroianni era più istintivo e dotato di un’ampia varietà di maschere, a differenza di Sordi che ha indossato sempre la stessa, ma calata in diverse caratterizzazioni.

Una panoramica minima

Propongo pertanto una panoramica di artisti del cinema che grazie al loro modo di camminare, di parlare, di ridere, di guardare, di mangiare, di litigare… hanno catturato i nostri occhi e la nostra fantasia. In questa, non esaustiva, carrellata di attori è possibile riconoscere nella costruzione dei loro personaggi un principio di imitazione dei tipi umani, talvolta preso alle maschere popolari tradizionali, oppure di recitazione articolata in un processo di immedesimazione. È grazie ai social come YouTube, che consente di trovare e rivedere più volte la stessa scena di un film, che si può affinare uno sguardo analitico, alternativo rispetto al tempo di fruizione integrale di un film in una sala cinematografica o sulle piattaforme online.

Senza entrare nel dettaglio si può affermare, isolando il frammento video di una scena madre, quando l’emozione nasce dal montaggio suggerito dalla regia per effetti di sovrapposizione di due clip – effetto Kulešov –, o quando è merito soltanto del primo piano e della recitazione dell’attore. Quando un’emozione nasce con gradualità e lascia nell’attore “un’eco” nella situazione che si sviluppa oppure, come si vede spesso nel genere della commedia, viene mostrata, ma non sentita. Potremmo, a grandi linee, parlare di una recitazione interiore e di una recitazione esteriore, ma sarebbe una semplificazione che non renderebbe giustizia agli attori. Spesso, infatti, le due tecniche vengono abilmente mescolate a seconda del genere, di come funziona l’attore stesso e delle richieste del regista. Inoltre, partire da un gesto esteriore può essere una chiave d’accesso per la ricerca di un’emozione. Resta, a mio avviso, interessante sapere riconoscere l’apporto, dal punto di vista recitativo, dell’attore alla scena e all’intero film e appare utile ampliare il proprio vocabolario per descriverne l’impatto. Propongo pertanto alcune suggestioni fondamentalmente di carattere biografo per tratteggiare alcuni volti del cinema italiano e orientare nuovamente il lettore alla visione dei loro film più belli.

Marcello Mastroianni, l’istintivo

Sebbene in gran parte incasellato come un sex symbol, grazie ai ruoli di uomo malinconico e affascinante che ha interpretato nei film di Fellini, Mastroianni è un attore che presenta molte sfumature. Marcello Mastroianni è cresciuto durante i turbolenti tempi della Seconda guerra mondiale. Dopo la fine della guerra, con Cristaldi, si unisce alla piccola società di produzione Cinematografica Associati e viene scoperto da uno dei tre soci: Luchino Visconti, che ne esalta le qualità drammatiche in un inedito ruolo adattato per Le Notti Bianche di Dostoevskij. La sua capacità di incorporare emozioni umane reali e profonde nei suoi personaggi non ha eguali. È l’incarnazione perfetta di un uomo moderno alle prese con una crisi esistenziale. Mastroianni ha anche un grande talento per il tempo comico. La sua collaborazione con Fellini, Antonioni e Visconti lo ha reso una star internazionale. Allo stesso tempo, le sue straordinarie esibizioni sono continuate ben oltre gli anni ‘60. Film come “I compagni” (1963), “Una giornata particolare” (1977) e “Oci ciornie” (1987) sono alcuni dei suoi lavori che, nonostante almeno due nomination all’Oscar, sono stati trascurati dal grande pubblico. È anche uno dei pochi attori a essere stato premiato due volte come miglior attore al Festival di Cannes. Mastroianni ha recitato accanto a Sophia Loren in dodici film nell’arco di vent’anni, e in cinque film con la sua ex amante Catherine Deneuve.

Gian Maria Volontè, l’impegnato

Noto per i suoi lineamenti cesellati e il forte attivismo politico, Volontè è diventato un importante attore italiano negli anni ‘60. Iscritto al PCI, non nascose mai la sua appartenenza partitica e contribuì al grande successo del cinema politico italiano negli anni ‘70. Il pubblico internazionale ha potuto riconoscerlo per i ruoli popolari che ha interpretato negli Spaghetti Western di Sergio Leone. Ma per cogliere la vera genialità delle capacità recitative di Volontè, bisogna guardare la sua collaborazione con due importanti cineasti italiani, Francesco Rosi ed Elio Petri. “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (1970) di Petri e “Cristo, si è fermato a Eboli” (1979) di Rosi, sono una testimonianza delle sue capacità recitative infinitamente adattabili. Nei film di Petri, Volontè interpreta personaggi nevrotici e complessi che non si adattano perfettamente all’etichetta di “buono” o “cattivo”. Con Rosi, Volontè ha lavorato in cinque film, interpretando il più delle volte controverse figure della vita reale. Nella sua adolescenza Volontè ha lavorato con una compagnia teatrale itinerante, I Carri di Tespi, che lo ha convinto a scegliere la professione di attore, poi approfondita all’Accademia Nazionale di Roma.

Vittorio Gassman, il virtuoso

Vittorio Gassman, considerato uno dei più grandi attori italiani di tutti i tempi, nacque a Genova nel 1922. Iniziò la sua carriera in teatro e divenne famoso grazie alla compagnia di Luchino Visconti, recitando in opere importanti come “Un tram chiamato desiderio” di Tennessee Williams e “Rosalinda” di William Shakespeare. Il ruolo che segnò la svolta fu quello interpretato in “Riso Amaro” (1949). Presentato come attore versatile e con una voce così flessibile che poteva rendere divertente tutto ciò che leggeva. Così, a metà degli anni ‘90 la RAI lo volle anche per un’iniziativa culturale intitolata Gassman Legge…

Il successo di ascolti dei filmati in cui si limitava a recitare battute tratte da testi quotidiani e non poetici come le Pagine Gialle, il referto di un esame del sangue, una bolletta del telefono, la pagina degli annunci, l’etichetta di un capo delicato, fu significativo. Tra i suoi film più popolari ci sono la commedia di Mario Monicelli “I soliti ignoti” (1958) e “Profumo di donna” (1974), per il quale vinse il premio come miglior attore al Festival di Cannes. Se ne “I soliti ignoti” Monicelli pose l’accento sulla vena comica di Gassman, mostrando una recitazione fondata sulla maschera, sulle modificazioni del suo viso imbruttito dai trucchi espressionistici, sarà in seguito con “Il sorpasso”(1962) di Dino Risi, che Gassman mostrerà una disinvoltura, una sorprendente naturalezza lontana dai virtuosismi che poteva permettersi sui palcoscenici dei teatri.

Alberto Sordi, la «maschera»

Considerato uno dei più talentuosi attori comici italiani, Alberto Sordi nacque a Roma nel 1920. Iniziò la sua carriera di attore negli anni ‘30 come comparsa e come doppiatore; in particolare come voce di Oliver Hardy nella versione italiana di Stanlio e Ollio. Divenne noto a livello internazionale negli anni ‘50, quando iniziò a recitare nei primi film di Federico Fellini, “Lo sceicco bianco” (1952) e “I vitelloni” (1953). La maggior parte dei suoi personaggi – il seduttore, lo scapolo, il marito, il vedovo, il vigile urbano, il moralista –, raccontano lo stereotipo dei peggiori attributi degli uomini e della società italiana del tempo. Per questi personaggi Sordi non cambiò mai la sua maschera d’attore, ma riuscì ad adattarsi e recitare in più di 150 film. Non si sposò mai e condusse una vita tranquilla e riservata. Il giorno del suo 80º compleanno, fu nominato sindaco di Roma per un giorno.

Ugo Tognazzi, la malinconia

Ugo Tognazzi nacque a Cremona nel 1922. In gioventù lavorò in una fabbrica di salumi e debuttò nel cinema a 28 anni, con “I cadetti di Guascogna” (1950). Nel 1951 formò con Raimondo Vianello un duo comico di successo per la neonata RAI TV (1954-1960). I loro spettacoli, a volte contenenti materiale satirico, furono tra i primi a essere censurati dalla televisione italiana. Tognazzi diventò uno dei personaggi più noti della cosiddetta commedia all’italiana. La sua fu una recitazione per imitazione di tipi umani, le micro espressioni del suo volto esprimono sempre sensazioni contrastanti rispetto a delle azioni lineari. Dotato di una voce inconfondibile con un modo unico di sottolineare alcune parole e di pausare la frase, lavorò con tutti i maggiori registi del cinema italiano, tra cui Mario Monicelli (Amici miei), Marco Ferreri (La grande abbuffata), Carlo Lizzani (La vita agra), Dino Risi, Pier Paolo Pasolini (Porcile), Ettore Scola, Alberto Lattuada, Nanni Loy, Pupi Avati. Nel 1981 vinse il premio come miglior attore maschile al Festival di Cannes per “La tragedia di un uomo ridicolo”, diretto da Bernardo Bertolucci. All’estero Tognazzi è forse ricordato di più per il suo ruolo di Renato Baldi, il proprietario gay di un nightclub di St. Tropez, nella commedia francese del 1978 “La Cage aux Folles”.

Nino Manfredi, l’intensità

Nino Manfredi nacque nel Lazio nel 1921. Iniziò la sua carriera come doppiatore e come perfomer alla radio e nelle sale di musica durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Studiò all’Accademia, recitò anche in teatro, nella stessa compagnia di Vittorio Gassman, e successivamente al Piccolo Teatro di Milano sotto la direzione di Giorgio Strehler. Fu una delle figure di spicco della commedia all’Italiana, ma fu altrettanto bravo anche nel genere drammatico. È ricordato anche come regista. Il primo film diretto (e interpretato) da Manfredi, “Per grazia ricevuta” (1971), ottenne il premio per la migliore opera prima a Cannes. Continuò ad apparire in film e in televisione fino alla vecchiaia.

Lo si vede a suo agio nel parlare a una marionetta di legno rendendola vera agli occhi di tutti noi spettatori nella straordinaria malinconica interpretazione di Geppetto nel film di Luigi Comencini “Le avventure di Pinocchio”. A dimostrazione che non servono grandi effetti speciali per rendere credibile una situazione fantastica quando l’attore è in grado di viverla con intensità per conto dello spettatore. Il regista Giuliano Montaldo in occasione del suo film Il giocattolo (1979) lo definì un “cesellatore” della recitazione e dei dettagli anche in fatto di adattamento ai dialoghi. A farlo conoscere a livello internazionale fu il film di Franco Brusati, “Pane e cioccolata” (1973).

Nino Manfredi.
Foto: wikimedia commons/Gorup de Besanez

Franco Nero. Dallo Stivale al mondo

Nato in Emilia-Romagna in provincia di Parma nel 1941, Franco Nero è famosissimo per il suo ruolo del pistolero solitario nello spaghetti western Django (1966) di Sergio Corbucci. Nel 2020 ha girato un cameo in “Django Unchained”, film di Quentin Tarantino vagamente ispirato all’originale “Django”. Scoperto dal regista John Huston, recitò nel suo film “La Bibbia” (1966) il ruolo di Abele. Nel 1967 apparve in “Camelot” nelle vesti di Lancillotto. Sul set incontrò la sua compagna di lunga data, Vanessa Redgrave, sposata nel 2006, dopo una breve separazione. La sua carriera può a ragione definirsi internazionale, ha girato più all’estero che in Italia, lavorando in tutti i generi del cinema e della televisione. Qui citiamo soltanto “58 minuti per morire” con Bruce Willis. Franco Nero è un attore che si è formato col sacrificio, dotato di due occhi azzurro ghiaccio, lineamenti scolpiti, e di una mascella risoluta che lo hanno reso una star internazionale. Il suo metodo? Stando a quanto ha dichiarato nel 2002 in un’intervista alla rivista online Moviehole: “La mancanza di denaro e la strada sono stati la migliore scuola”.

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