In pescheria gli affari vanno maluccio

Astici in attesa di acquirenti danarosi

Come va la vendita? Quando fa caldo, lavorare è duro e un incoraggiamento ci vuole, sorge spontanea la voglia di chiedere ai pescivendoli se la stagione turistica 2019 sia foriera di buoni affari. Ma il responso da parte della maggior parte degli interpellati è tutto fuorché gratificante per il settore del commercio ittico:”Una catastrofe – dicono e aggiungono che – la clientela non è sempre quella affezionata e numerosa di casa, mentre i turisti sono pochi ed esigenti”. Altri criticano le informazioni diffuse dagli enti turistici di soggiorno: “Macché aumento di presenze. Il numero dei turisti si sarà anche moltiplicati, ma non in pescheria. Rispetto a luglio del 2018 possiamo parlare di un calo delle vendite pari al 30 per cento”. Poi ancora: “In giugno era andata molto meglio. Ora che si è quasi entrati nella stagione di punta, invece, si vende malaccio”. Un unico bancone risulta remare controcorrente, ma a chiari scopi poco sinceri e disperatamente promozionali: “Ma no, guardi, noi smerciamo bene, il nostro è lo stand migliore…” E da quanto visto, l’asserzione non corrisponde proprio al vero.

Più osservatori che acquirenti

A dirla giusta la ressa in pescheria non è esagerata e si verifica soltanto in momenti alterni, convogliando negli ambienti “frigorifero” più osservatori incuriositi che compratori. Sarà che esistono più turisti da ristorante che alloggiati in appartamenti e disposti a preparare il proprio piatto a base di pesce, che come risaputo, è alimento cardine della dieta mediterranea.
A osservare attentamente l’offerta per due o più giorni di seguito però, sorge un dubbio motivato. I figurosi astici esposti ieri sui banconi risultano essere gli stessi esibiti il giorno prima e non dei trionfi del pescato giornaliero. Identici non c’è che dire, anche se non portano un timbro di “produzione”. A meno che non si tratti di cugini dei parenti catturati nei giorni precedenti, sarà anche merce buona. È il prezzo, non esposto per imbarazzo, che colpisce: 320 kune il chilogrammo! Dunque un prodotto d’alta gastronomia per ristorazioni alberghiere a cinque stelle e con certificati Michelin, che difficilmente potrà incontrare una clientela dalle esigenze più raffinate. Decisamente, quest’ultima non passa da queste parti.

Vongole e cozze a 140 kune

Da notare i cartellini esposti per smerciare il resto: salmone (Norvegese doc), a 170 kune il chilogrammo, gamberetti a 160 kune, tonno a 150, scampi fino a 250, orate e branzini da maricoltura da 60 a 110 (dipendentemente dalla dimensione), rospi a 120 come i calamari, grosse scarpene a 160. Vedi anche vongole e cozze provenienti da vivai italiani a 140 kune. Pescivendoli che mostrano la ricchezza di scombri filettati (40 kune), lanzarde (30) e quantità infinite di sardelle che si tentano di smerciare a sole 15 kune, ma finiscono per trasformarsi in avanzi da buttare. A parte l’accurato servizio di pulitura e filettatura gratuito, i vari prezzi, compresi quelli delle proposte gastronomiche di pesce in versione marinata e dei filetti di acciuga salata (vasetti da 50 kune a 160 kune), non creano esattamente un tripudio di eccellenza e di gusti di mare accessibili al pubblico.

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