Tossicodipendenza: supporto psico-sociale per risalire la china

L’associazione per il sostegno ai consumatori di sostanze stupefacenti «Vida» di Fiume porge aiuto agli assistiti nel processo di risocializzazione assicurando loro una vita dignitosa. A colloquio con la responsabile Sanja Filipović e la psicologa Ivona Mladina nel Mese della lotta contro le dipendenze

La sede dell’associazione Vida

L’associazione per il sostegno ai consumatori di sostanze stupefacenti “Vida” di Fiume opera da una decina d’anni per il bene di una comunità emarginata, stigmatizzata, denigrata e penalizzata, quella dei tossicodipendenti, con l’obiettivo di fornire le necessarie nozioni volte a uscire dal tunnel, risalire la china, reintegrarsi nella società, trovare lavoro e fruire delle medesime opportunità riservate agli altri.
A parlarci del complesso e spesso complicato processo di riabilitazione, nel Mese della lotta contro le dipendenze che ricorre tra il 15 novembre e il 15 dicembre, è la responsabile del Centro, Sanja Filipović. “Non si tratta di un processo farmaceutico in cui ai tossicodipendenti vengono somministrati medicinali di sostegno. Anzi, nella nostra piccola comunità, questo è severamente proibito come pure l’assunzione di sostanze stupefacenti. Il nostro fine è basato su un processo psico-sociale durante il quale il singolo è messo in primo piano e nel quale, oltre a un supporto psicologico costante, ci prodighiamo a debellare l’esclusione sociale, condizione che si manifesta nella società quando un individuo o un gruppo si trovano a dover affrontare, per motivi di varia natura, difficoltà o discriminazioni in determinati aspetti della vita quotidiana. Qui si tratta di ex tossicodipendenti, che si trovano in fase di riabilitazione, oppure di coloro che tentano faticosamente di ‘liberarsi’ dalla dipendenza da uno o più tipi di stupefacenti e che rappresentano gruppi svantaggiati o vulnerabili esposti al rischio di esclusione sociale, che tutta l’Europa s’impegna a combattere con sempre maggior forza”.

L’angolo dedicato alla creatività

La personalità dell’individuo
Quando si è dipendenti da qualsiasi tipo di droga si è praticamente sottomessi a un tipo di vita diverso, sia dal punto di vista fisico che psichico. Ma è una scelta che il singolo fa, non una costrizione. Quando si è già nel bel mezzo del tunnel, diventa ormai una malattia da curare a lungo termine con farmaci appropriati, che con il tempo, subentrano alla dipendenza primaria.

“Il nostro percorso di riabilitazione, inserimento e socializzazione è basato sull’individuo, sulla sua personalità, sulle sue capacità, ma soprattutto sull’autostima che nella maggior parte dei casi, nei consumatori saltuari o assidui, è molto alta, da parte del singolo, s’intende!”.

Secondo gli ultimi dati, la Croazia si trova ai vertici europei per quanto riguarda l’assunzione di stupefacenti tra le giovani generazioni. “Sì, purtroppo, negli ultimi anni si registra una costante crescita, ma essendo la Croazia un Paese a un livello economico medio-basso, i prodotti più accessibili sono le anfetamine e uno spettro di droghe sintetiche, vendute a basso costo. Gli stupefacenti diventano merce di consumo ad ampio raggio. Le regole del mercato sono identiche per qualsiasi altro prodotto, anche se illecite. Nei giovani e non solo, spesso subentra la voglia di trasgredire alle regole imposte e se non fai parte del gruppo sei fuori. È qui che, nella maggior parte dei casi, ha inizio il cammino verso la dipendenza, sia da alcol che da droghe”.

Sanja Filipović e Ivona Mladina
Foto: Roni Brmalj

Programmi preventivi insufficienti
Secondo quanto spiegato dalla nostra interlocutrice, i programmi di prevenzione sono ancor sempre insufficienti e parziali. “Nel 2009 è stato abolito l’Ufficio nazionale per gli stupefacenti che stava facendo un buon lavoro di preparazione e da qui è nato il dilemma su chi si occuperà della riabilitazione e del reinserimento degli ex tossicodipendenti nella vita civile e sociale. Mentre la parte riabilitativa è stata risolta tramite il sistema sanitario, la risocializzazione è entrata in una fase stagnante. In seguito sono state istituite varie comunità terapeutiche che interessavano sia i tossicodipendenti che le loro famiglie, poiché la piaga della droga, e lo sappiamo bene, investe tutto un nucleo di persone che sono vicine al singolo”.

Dalle comunità terapeutiche nasce questo tipo di associazioni per il sostegno. “La nostra Vida è stata fondata nel 2006. Personalmente, in quel periodo, lavoravo per la comunità ‘Susret’, che riuniva i genitori dei tossicodipendenti, in cui eravamo impegnati a offrire il nostro supporto psicologico e sociale volto a lottare contro la ricaduta nel tunnel analizzando gli errori commessi in ambito educativo e in seno al nucleo familiare, che spesso stanno alla base della tossicodipendenza del singolo. A partecipare a questi incontri era una ventina di genitori. Stiamo parlando del 2007, anno in cui la terapia al metadone era appena agli albori. L’unica alternativa, a quei tempi, erano le comunità terapeutiche, molto radicali, che praticavano l’astinenza ovvero il trattamento ‘drugs free’. Poi si arrivò alla farmacoterapia sostitutiva come supporto, grazie alla quale diminuisce il numero di morti per overdose, di infetti da epatite e di sieropositivi, ma la quale, tra i consumatori, riduce pure il bisogno assiduo di procurarsi la droga, spesso rubando e prostituendosi. I primi a capirlo sono stati gli svizzeri che, assicurando cure gratuite, hanno risolto in parte il problema e abbassato l’indice della criminalità”.
Supporto psico-sociale
Una volta che il singolo entra nel sistema e inizia ad assumere il metadone come terapia, viene registrato come paziente. “Si passa, in pratica, da una dipendenza all’altra, ma misurata. Il metadone è un farmaco oppiaceo, da dosare con attenzione, distribuito tramite il sistema sanitario, e dunque in maniera gratuita. Nel corso degli anni, con una terapia adeguata, scende l’interesse per la riabilitazione nelle comunità terapeutiche. E poi c’è sempre l’altra faccia della medaglia, un po’ meno bella, dovuta al fatto che un lungo periodo d’assunzione del medicinale porta ovviamente a essere dipendenti dallo stesso, a un controllo costante da parte del sistema sanitario ma anche all’immissione sul ‘mercato nero’ dei medicinali ricevuti dal medico e spesso alla ricaduta nel tunnel della dipendenza”.

Inizia a manifestarsi l’antagonismo delle comunità terapeutiche e del sistema sanitario. Pure queste comunità che offrono terapie d’urto hanno però dimostrato di avere un loro lato negativo. Il periodo di permanenza nelle stesse è lungo, circa due o tre anni, al termine dei quali il singolo ritiene di uscirne cambiato, di essere migliorato, forte delle sue nuove conoscenze. Ma spesso non è così. Ce ne ha parlato Ivona Mladina, psicologa e psicoterapeuta dell’associazione. “Le prime comunità per la terapia e cura dei tossicodipendenti sono attribuibili alle comunità religiose di tutti i credi. Cattolici, protestanti, battisti ortodossi iniziano a capire che il problema della tossicodipendenza sta minando i fondamenti della famiglia così com’è vista dalle religioni. Nascono così queste comunità di recupero, che hanno però delle limitazioni: tutte impongono delle rigide regole di vita con il presupposto di un comportamento impeccabile fatto di preghiere e perfino di come vestirsi, che cosa indossare. I tossicodipendenti, anche se labili, spesso sviluppano una ribellione, che nei primi tempi può risultare passiva, ma che con l’andare del tempo diventa sempre più aggressiva e incisiva. Questi metodi, seppure vengano svolti a fin di bene, non portano ai risultati sperati”.

La presidente dell’associazione Vida, Sanja Filipović

Un metodo tutto italiano
“Le persone ritenute fragili necessitano di un ripristino delle condizioni di vita normali tramite un percorso terapeutico-riabilitativo”, ci ha spiegato Sanja Filipović. “Questo è l’obiettivo fondamentale degli attivisti dell’associazione Vida. Il miglior metodo lavorativo sul campo è stato creato dai professionisti italiani e noi seguiamo e ci educhiamo secondo le loro linee guida. Dal professor Franco Basaglia, riformatore della disciplina psichiatrica in Italia, il quale è stato il primo a capire che le strutture in cui venivano ‘rinchiuse’ le persone con disturbi mentali e pure i tossicodipendenti, dovevano venir riformate. Abbiamo avuto la fortuna di poter ospitare a Fiume dapprima il professor Mario Cipressi e quindi il professor Luciano Pasqualotto, due luminari nel campo del recupero dalle tossicodipendenze. Le ampie potenzialità applicative del metodo stanno nel dare fiducia all’individuo. Un tossicomane non affermerà mai di esserlo, può passare anche un decennio prima dell’ammissione completa.

Iniziando dagli anni ‘80 del secolo scorso, l’assunzione di droghe era vista come una ‘trasgressione’, per poi divenire di ‘consumo globale’. Oggi si parla di “droghe del raggiungimento” (cocaina, anfetamine), che portano l’individuo a immedesimarsi a dei modelli visti come idoli. E poi c’è la ‘zona grigia’, un modello di tossicodipendenza anglosassone nel quale ‘se tutto va bene durante la settimana lavorativa non m’importa cosa fai durante i giorni liberi’. Dunque, come già detto, gli stupefacenti diventato merce di consumo globale”.

L’entrata nel Centro

Inclusione sociale e lavorativa
L’associazione Vida pratica un approccio multidisciplinare in termini di recupero, offrendo una vasta gamma di opportunità ai tossicodipendenti nel processo di guarigione, dall’informazione e motivazione alla cura e alla riabilitazione, all’organizzazione di attività volte ad aumentare la capacità d’inclusione sociale, alle varie attività di supporto nell’istruzione e nel lavoro, fino all’assistenza nell’affrontare problemi legali e amministrativi nella vita quotidiana come pure al sostegno alle famiglie. “Il nostro approccio è semplice, ognuno può richiedere un aiuto e noi c’impegniamo nei vari campi d’interesse. Il soggetto, in questo caso un tossicodipendente, è una persona labile, che vive in un modo tutto suo, cosciente o incosciente, che fa male a sé stesso e alle persone che lo circondano e che non ha la cognizione del tempo, né tantomeno degli affetti e dell’importanza di un approccio disciplinato e responsabile verso il lavoro.

Il processo di riabilitazione, recupero e reinserimento è un percorso tutto in salita che, spesso, presenta però anche ricadute. Nulla viene imposto, bensì si opera nel rispetto delle necessità dell’individuo, assumendo una delicata fermezza nel porgere consigli. Sta al singolo accettare o meno il programma e adeguarsi. Le persone in terapia possono venire nella sede dell’organizzazione – ora un po’ meno a causa delle misure antipandemiche – richiedere un colloquio, occuparsi di piccole faccende oppure partecipare ai vari laboratori. I programmi che offriamo sono finanziati in parte da progetti a livello europeo per il recupero sociale”.

Il reinserimento nel mondo del lavoro è invece un discorso più complesso. “I tossicodipendenti, anche dopo essere usciti dal tunnel, sono persone che necessitano di un aiuto concreto nel loro cammino verso una vita normale. Per loro un orario lavorativo giornaliero di otto ore non significa nulla e sta proprio qui la delicatezza del processo di reinserimento in cui offrire loro lavoretti saltuari controllati e pagati a cottimo. Purtroppo, qui ci siamo dovuti arrangiare, in quanto il datore di lavoro non è in grado di rilasciare un voucher, poiché questo tipo di pagamento è fattibile soltanto nel settore agrario. L’intero operato dell’ex tossicodipendente viene seguito dai nostri volontari e dipendenti. Per coloro che esprimono il desiderio di un’occupazione più complessa nell’ambito dell’inclusione lavorativa, abbiamo a disposizione la nostra comunità abitativa, una casa presa in affitto in una piccola località del Gorski kotar. Dapprima gli abitanti erano scettici, quasi ostili, verso l’arrivo e la presenza del gruppo, ma poi l’hanno accettata di buon grado. I nostri assistiti sono di grande aiuto, soprattutto alla popolazione più anziana. E poi abbiamo preso a noleggio un appezzamento di terreno nelle immediate vicinanze affinché l’opera di risocializzazione possa essere quanto più completa”.

Nell’associazione sono tutti benvenuti, volontari e persone con problemi di dipendenza. “Le nostre porte sono aperte a chiunque voglia entrare. Ognuno riceverà un supporto adeguato e personalizzato. Basta fare il primo passo, accettare il proprio stato di dipendenza, che può essere curata e risolta del tutto, per un totale reinserimento nella società”.

Psicologa e docente: due mestieri che si completano a vicenda
Sanja Filipović, da un anno e mezzo docente-psicologa della Scuola media Superiore italiana di Fiume, ha alle spalle una lunga esperienza professionale in campo psicologico-sociale. Laureata in psicologia, ha conseguito un dottorato sulla prevenzione delle dipendenze e promozione della salute. Dapprima ha lavorato per il Centro per la tutela sociale, per poi trasferirsi in Italia e precisamente a Modena in uno dei centri del Gruppo Ceis, specializzati a offrire supporto nelle categorie della tossicodipendenza e psichica, delle vittime del traffico di esseri umani e altre attività, dove presta la sua opera per tredici anni. Ritornata a Fiume, inizia a collaborare con varie associazioni che operano nel campo della lotta alla tossicodipendenza e nel Centro per minorenni di Novi Vinodolski. “Attualmente, la maggior parte della mia giornata lavorativa viene dedicata agli alunni dell’ex Liceo. Sono inoltre presidente dell’associazione Vida dove, assieme ai miei colleghi, mi occupo del processo di reinserimento e risocializzazione dei drogati ed ex tossicodipendenti. I miei mestieri, perché non sono soltanto dei semplici mestieri, si integrano, si intrecciano, posso dire si completano a vicenda. Da una parte ci sono persone che hanno toccato il fondo, dall’altra la scuola e gli alunni pronti a vivere una loro vita, dandomi modo di capire come funziona la società attuale, com’è cambiata e che cosa sta cambiando. L’uno mi aiuta a capire l’altro e mi sprona a dare tutta me stessa nel supporto alle persone che in un momento della loro vita hanno mollato e tentano ora di risollevarsi”.

L’approccio bio-psico-sociale 
“Ognuno dev’essere accettato per quello che è – specifica Ivona Mladina –, motivo per cui nella nostra associazione, consultando i programmi e le valutazioni dell’Italia sulla riabilitazione dalle dipendenze, abbiamo creato un breve test compilativo sul funzionamento della vita. Ciascuno dei nuovi arrivati risponde con un voto a una serie di domande sulla propria personalità, sul proprio comportamento sociale, emotivo e spirituale, sul proprio umore e così via. Questo è l’approccio bio-psico-sociale. Il modello si contrappone al modello bio-medico, secondo il quale la malattia o la dipendenza è riconducibile a variabili biologiche che lo psicologo o medico deve identificare e correggere con interventi terapeutici mirati. Nel nostro caso, la maggioranza dei tossicodipendenti reputa di essere al massimo delle relazioni. Il nostro intervento sta nel far capire che le cognizioni sono al di sotto delle aspettative, nell’insegnare a migliorarle e a riportarle ai valori sociali. Il tutto con gentilezza e nel rispetto delle capacità individuali”.

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