Bahamas. La Lingua dell’Oceano

Quella vissuta nell’arcipelago la ricordo come una delle mie più belle ed emozionanti immersioni. Fu uno spettacolo unico osservare da vicino le cernie giganti, vedere i piccoli granchi bruni brucare tranquilli un tappeto di alghe e osservare la danza di un delfino a pochi centimetri dal mio fianco

Correva l’anno settantatreesimo del secolo scorso. Ero il redattore di una rivista di mare ed ero mosso dal desiderio di conoscere terre che si tuffavano nell’Oceano. Avevo già un’esperienza da fotografo subacqueo e non molti quattrini per portare la famiglia con me in un posto che sognavo di visitare da tempo. La fortuna, anzi una di quelle botte di fortuna che sembrano sprofondare nell’animo, mi fece leggere un giorno il resoconto di una conferenza tenuta dal ministro del Turismo delle Bahamas nella sede dell’Ambasciata a Roma per illustrare le grandi prospettive del suo Paese, una manciata di isole fresche dell’indipendenza dalla Gran Bretagna. Mi si accese subito una luce che tenni accesa per tutto il giorno; pensavo a un progetto che mi sembrava poter risultare possibile, in quanto, appunto, redattore di una rivista che trattava sport e turismo marittimo. Avrei fatto una richiesta per poter visitare l’arcipelago delle Bahamas e fare un servizio giornalistico da riportare sul giornale. Beninteso, avrei raccolto i suggerimenti del governo locale in fatto di accoglienza, storia e pubblicizzazione e avrei chiesto solamente il supporto ufficiale per muovermi, assieme a un collega, alle dipendenze del Ministero del Turismo delle Bahamas.

Il profumo del mare

La richiesta venne accolta senza problemi e fu così che dopo pochi giorni mi trovai sbalzato in un emisfero fantastico dove tutto aveva l’aspetto, il profumo e il mistero di un mare che si mescolava a una terra granulosa e incredibilmente bianca. Avevo letto di una zona misteriosa segnata sulle carte geografiche con il nome di Tongue of the Ocean, appunto La Lingua dell’Oceano. Si tratta di un’ampia striscia di Oceano Atlantico che s’insinua profondamente tra le Exuma Cays e la costa dell’isola di Andros e presenta caratteristiche completamente opposte a quello che è il mare che circonda tutto l’arcipelago delle Bahamas, poco profondo. Avevo letto, infatti, che la Lingua dell’Oceano era una voragine d’acqua il cui fondale raggiungeva quote ben oltre i tremila metri e veniva spesso usato dalla Marina Americana quale zona per i collaudi, le manovre di combattimento e intercettazione dei loro più moderni sommergibili a propulsione nucleare. Inoltre, la Tongue aveva una caratteristica morfologica: aveva creato, lungo la costa sprofondante verso l’abisso, una quantità di grotte e caverne sulla dorsale delle isole, ricche di una vita subacquea stanziale di grande importanza. Era stata questa certamente una calamita già al momento di salire sull’aereo, figuriamoci ora che eravamo giunti a Nassau.

Le cernie giganti

All’aeroporto ci attendeva, assieme all’addetto al Turismo delle Bahamas, anche un amico che avevamo contattato a suo tempo, che era impiegato come croupier al casinò di Nassau e che trascorreva il suo tempo libero facendo immersioni in quel paradiso per fare delle fotografie. Quasi subito il tema delle discussioni fu la Tongue. Il discorso verteva soprattutto sulle cernie giganti e sulle caverne. Credevamo che le cernie giganti esistessero solamente lungo la costa di Malindi in Kenya, dove le avevamo viste durante un viaggio fatto alcuni anni prima, ma qui sembrava che fossero addirittura “super giganti”.

Non vi preoccupate, li informò l’amico. È tutto a posto, aggiunse l’addetto al Turismo. Potete partire già domani per Andros con un Cessna che vi abbiamo messo a disposizione per gli spostamenti tra le nostre 700 isole. Ricorderemo per molto tempo l’eccitazione di quella sera mentre in albergo preparavamo le attrezzature fotografiche per la partenza e mentre pensavamo all’avventura che stavamo per vivere.

La cernia gigante

Il Club nautico e il porto

L’indomani, dai finestrini del piccolo aereo, potevamo ammirare l’incanto di quel mare che circondava degli sprazzi di terre emerse colorate di bianco e del verde della vegetazione tropicale. Il pilota ci avvertì che stavamo sorvolando proprio la famosa Tongue of the Ocean: uno spettacolo davvero unico. Il volo ci portò dolcemente al piccolo aeroporto di Andros dove ci attendeva un taxi che ci avrebbe portati al Diver Center. Fummo accolti subito e dopo i convenevoli del caso ci vennero fornite tutte le necessarie informazioni riguardanti l’isola; la maggiore di tutto l’arcipelago e perciò degna d’importanza. Quindi visitammo le località più interessanti, ci colpì in modo particolare il Club nautico nel porto di Andros, la cui sala addobbata all’americana con centinaia di trofei di pesca metteva in mostra praticamente applicati alle pareti due giganteschi mostri: un pescecane e un marlin, ovviamente pescati nella Tongue durante una gara e magistralmente imbalsamati da un maestro che ci fu presentato come un artista. L’altra cosa che ci colpì fu la visita al porto dell’isola dove erano acquartierati decine di motoscafi d’alto mare; alcuni in fase di preparazione con evidenti richieste di salpare per una battuta di pesca. Uno, in particolare era assolutamente incredibile. Il suo proprietario stava caricando a bordo una montagna di canestri di birra e nel frattempo finiva di montare sulla poppa del natante una specie di poppa supplementare in legno.

A caccia di pescecani

Chiedere una spiegazione fu naturalmente ovvio. Ci raccontò una storia che più eccentrica non avrebbe potuto essere. I suoi clienti erano in genere dei ricchi possidenti americani o canadesi che arrivavano a bordo di idrovolanti privati e affittavano il suo natante per dei safari di pesca al pescecane. Preda che veniva pesata al rientro al Club nautico e iscritta in un registro al fine di tenere una classifica tra i più validi pescatori di questi giganti feroci. Già, ma a cosa serviva una poppa posticcia applicata sopra la vera poppa?. Semplice spiegò: vi sono dei clienti che impazziscono di eccitazione quando riescono ad attirare il pescecane allamato fin sotto la mia barca e fanno in modo che l’animale si avventi sulla poppa lacerandola a morsi prima di essere caricato a bordo. Sa, soggiunse, nel frattempo si sono bevuti decine di birre e io non mi azzardo a dire nulla, tanto nel conto è tutto compreso.

In viaggio verso la Tongue

E giunse il giorno tanto atteso per l’immersione nella Tongue. Non essendo disponibile quel mattino un motoscafo solo per noi, pensarono bene di affidarci al comandante di un motoscafo d’altura che partiva all’alba con due clienti per una caccia al pescecane in zona Tongue. Caricate le nostre attrezzature da sub e quelle fotografiche unitamente a un gommone motorizzato, partimmo per l’avventura. Eravamo un po’ perplessi, ma il comandante ci spiegò bene il da farsi, ma conosciutolo la nostra agitazione rimase immutata. Abituati, come eravamo a progettare attentamente ogni nostra immersione calcolando anche l’imprevisto, eravamo preoccupati per quello che ci disse il comandante. Vi lasceremo con il gommone nei pressi delle pareti con le grotte, nel mezzo della Tongue e noi proseguiremo per la battuta di pesca. Al ritorno faremo la medesima rotta e vi riprenderemo a bordo. Attenzione a non scarrocciare finita l’immersione perché se non vi vedremo noi proseguiremo ugualmente. Giunti che fummo in prossimità del grande massiccio roccioso che delimitava la vasta Tongue mettemmo a mare il gommone carico di attrezzature e loro proseguirono. Eravamo soli in un’immensità veramente travolgente dove la Lingua dell’Oceano sembrava abbracciarci fino a farci sembrare delle nullità galleggianti sul mare senza confini.

Le rocce e l’abisso

Nacque subito un problema. Dove avremmo ancorato il gommone se la parete in superficie non lasciava vedere alcuna sporgenza. Come ci avevano detto precipitava verticalmente verso l’abisso per oltre tremila metri. Spostandoci con il gommone avemmo la fortuna di trovare una piccolissima insenatura che ci permise di ancorare il natante alla bell’e meglio. Finalmente in acqua. Decidemmo di non oltrepassare la quota dei venti metri per non avere sorprese. Si aprì subito uno spettacolo di vita rigogliosa. Migliaia di pesci colorati ornavano la prospettiva tra le spaccature della parete e nel scendere cominciavamo a intravedere l’ombra delle grandi caverne di cui ci avevano parlato. Mentre nuotavo incantato e scattavo fotografie, all’improvviso udii un rumore di colpi sordi dei quali non riuscivo a cogliere la provenienza. Al mio fianco intravvedevo le voragini il cui vuoto splendeva tremando nei raggi riflessi del sole a picco e attorno nuvole di plancton, come stracci mossi dalla corrente inondavano il variare del grande blu. Nel passare davanti a una caverna sentii un colpo sordo e vidi una grande ombra sparire veloce all’interno. Devo dire che un po’ di paura la provai. Non ero preparato, poi capii: ero apparso improvvisamente alla vista di una grossa cernia che soggiorna nei pressi della sua caverna e lei, spaventata alla vista di un pesce strano quale io sembravo, era fuggita velocemente dando una codata contro la parete nel fare il dietro front della fuga. Così mi resi conto che i rimbombi uditi in precedenza dovevano essere di altre cernie che mi avevano visto all’improvviso e si erano spaventate, non abituate a vedere un uomo, per di più attrezzato come un marziano.

Un’avventura emozionante

La ricordo come una delle mie più belle ed emozionanti immersioni. Una volta risaliti sul gommone ci mettemmo in attesa del ritorno dei pescatori di pescecani. Il sole picchiava un po’ e senza un riparo all’ombra mi suggerì di tuffarmi e nuotare verso la parete. Migliaia di piccoli granchi bruni la ricoprivano nel bordo accarezzato dalla superficie del mare e brucavano tranquilli il tappeto di alghe che vi cresceva. Mentre osservavo incantato sentii un leggero sciabordio vicino a me. Non ci feci caso dato che la leggera corrente schiumava contro la roccia. Poi, con la coda dell’occhio lo vidi. Un delfino nuotava lungo il mio fianco a pochi centimetri, molto lentamente. Non lo toccai. Ricordavo quello che mi disse un giorno un biologo: i pesci sono protetti da un manto di muco trasparente che li protegge dalle infezioni, non sapevo se lo erano anche i mammiferi, toccarli significa privati della protezione pensai. Ma fu un’emozione vedere il suo occhio che mi scrutava, come l’obiettivo della mia fotocamera quando spio qualche soggetto.

Da San Salvador a Freeport

Eravamo alla fine del nostro soggiorno. Ci portarono a fare un giro per visitare alcune isole e fare qualche immersione. Toccammo San Salvador per visitare la spiaggia che era stata il punto di sbarco di Cristoforo Colombo. Un’isola che conservava tutta la sua primitiva natura e una sabbia bianchissima. Bimini, la più piccola delle isole, dove abitò per un certo periodo Ernest Hemingway in una magnifica villa e dove assistemmo all’arrivo dell’idrovolante postale che ammarrava nella laguna per dirigersi verso terra, abbassare il carrello, salire sullo scivolo, attraversare la strada carrozzabile con il traffico bloccato da un semaforo, dirigersi verso una piazza e posteggiare di fronte all’albergo ove eravamo alloggiati. Exuma, dove rimanemmo fermi in attesa che il nostro piccolo Cessna ricaricasse le batterie con l’aiuto di quelle di due monumentali taxi chiamati espressamente. Freeport, con la visita alla base subacquea arredata per ospitare scienziati e ricercatori, che veniva occasionalmente affittata a giovani coppie di sposi che volevano trascorre la prima notte di nozze in un ambiente fantasioso.

Un arazzo all’aeroporto di San Salvador: Lo sbarco di Cristoforo Colombo

Un funerale a Nassau

Ma il colpo di scena ce lo offrì Nassau prima della partenza. Un funerale con una bara posata su di un carro nero incredibilmente addobbato e trainato da quattro cavalli neri pure loro, una coda di accompagnatori tristi e vestiti a colori sgargianti che camminavano lenti al suono di un’orchestrina jazz di musici composti, vestiti tutti con un frac scuro e cappello a tuba nero. Al ritorno l’orchestrina suonava invece un pezzo festoso e tutti ballavano cantando e ridendo. Perfino i quattro cavalli trotterellavano al ritmo; come a ricordarci che nella vita c’è chi se ne va mentre gli altri restano.

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