«Nuovo cinema Buie». E il mondo resta fuori

Un documentario bilingue della durata di 75 minuti, prodotto dalla Videoest di Trieste e dalla Antitalent di Zagabria, in co-produzione con la HRT

Una foto d’altri tempi

All’improvviso un nuovo progetto, che si sta svelando con dei piccoli riferimenti di giorno in giorno, suscita in questo periodo una grande curiosità tra la popolazione del Buiese. Molti si chiedono cosa sia il “Nuovo cinema Buie” e quale segreto si celi dietro a questo nome che fa riferimento a quel luogo che tra le sue mura ha racchiuso momenti salienti di vita della popolazione buiese.

 

 

Dolorosa «terra di nessuno»
“Nel 1950 Buie d’Istria è una ‘terra di nessuno’, un luogo di dolorose fratture. In quell’anno viene aperto nel paese un nuovo cinema. Nei decenni che seguiranno diverrà il principale luogo di ritrovo della cittadinanza, a prescindere dalla nazionalità, rappresenterà il simbolo di una possibile rinascita, di un nuovo e migliore futuro”, è così che il regista Alessio Bozzer inizia a presentare “Nuovo Cinema Buie”, un documentario bilingue della durata di 75 minuti, prodotto in Italia e Croazia dalla Videoest di Trieste e dalla Antitalent di Zagabria, in co-produzione con la tv pubblica croata HRT. Bozzer firma la regia, il soggetto e la produzione assieme a Katarina Prpić di Antitalent. La fotografia è di Sara Svagelj e la produzione esecutiva di Nika Obučina.

L’intento del documentario, che vedrà la sua realizzazione nel corso dell’anno e l’uscita nell’autunno 2021, è quello di eliminare le barriere ideologiche e presentare una realtà poco trattata, la volontà di normalità e d’integrazione che riesce ad andare oltre alle differenze sociali e alle intolleranze. Ma in primo luogo vuole essere un omaggio al cinema e alla sua magia.

Era il 1950 quando a Buie venne costruito il primo cinema e a gestirlo fin da subito fu Leonardo Acquavita, soprannominato Nardin che, molto attivo nella vita sociale della cittadina, fece diventare il cinema un punto di riferimento. Per conoscere meglio questo progetto e svelare qualche mistero abbiamo contattato il regista Alessio Bozzer.

Le riprese effettuate nel centro storico di Buie la scorsa estate

Un puzzle di vicende
“La ‘grande storia’ è fatta sempre di piccole vicende. E soltanto comprendendo le piccole vicende ci si può fare un’idea corretta della storia, che è sempre piena di sfumature e mai schematica, come spesso viene presentata. ‘Nuovo Cinema Buie’ vorrebbe fare questo: raccontare attraverso una piccola vicenda un momento storico che molto ha rappresentato nell’evoluzione della storia europea contemporanea. Il luogo di questo film è un confine, una zona geografica più volte passata di mano. I protagonisti del film sono due comunità, quella italiana e quella croata, e la storia è una storia di convivenza. Come dice il nostro personaggio ‘nel buio della sala siamo tutti uguali; il mondo resta fuori e per qualche ora si può essere ciò che si vuole’, dice Bozzer, spiegando come dopo il 1954 l’amministrazione da militare diviene civile e il clima si distende. Arrivano in paese molte persone da tutta l’ex Jugoslavia. E quel cinema diventa un luogo di ritrovo e di coesione per tutti. Nel piccolo paese la comunità si trasforma. Durante gli anni ‘50 e ‘60 tutto cambia. Buie diventa una “terra di nessuno” dove tutti sono in cerca di una nuova identità. Quindi il dramma e la ricostruzione sociale di quei decenni sono scanditi, in quella sala, da tutti i grandi divi dell’epoca, come John Wayne, Dean Martin, Robert Mitchum, Clark Gable e altri.

Com’è nata l’idea di questo documentario?
“Nel buio della sala le distanze tra le persone si accorciano, le differenze di cultura sfumano. È la magia del cinema, che dà l’illusione che il sogno possa diventare realtà. Nel sognare a occhi aperti con le immagini che scorrono sullo schermo, tutti sognano un futuro migliore. Ho avuto la fortuna di ascoltare questa storia per caso, direttamente da Annamaria, la figlia di Nardin, il custode del cinema. Ne ho subito percepito la forza e la magia. Sono rimasto molto colpito dall’emozione con cui quest’anziana signora mi raccontava la sua piccola storia. E ho subito pensato che fosse un’idea perfetta per un documentario”.

La sala del cinema oggi

La scena iniziale?
“Potrebbe essere questa: c’è un grande evento in paese, molte persone si ritrovano fuori dalla sala e riempiono il cortile adiacente. Tutti sembrano molto emozionati. Entrano e prendono posto, la sala è piena. Buio in sala, comincia un film, che non è altro che il nostro documentario. Per tutta la durata del film ci sarà sempre questo secondo piano temporale, ci sarà sempre la presenza del pubblico che guarda e vede il luogo in cui si trova, vede anche sé stesso che assiste alla proiezione. Quasi un metacinema, per dare ancora più forza ed enfasi al luogo ‘magico’ attorno al quale ruota tutto il film”.

Ci può svelare ancora qualche anteprima?
“Grazie al lungo lavoro di ricerca e alle molte interviste realizzate, che ho potuto fare grazie al prezioso aiuto di Katarina, di Nika, di Tanja Šuflaj e di Rosanna Bubola dell’Università popolare aperta, sono emerse molte storie e immagini. Oltre alla figura di Nardin, ho scoperto che assieme a lui hanno operato nel cinema altre due persone: Tony Lakota e Aurelio Dussich. Ho avuto la fortuna d’incontrare e intervistare le loro figlie e i loro racconti mi hanno permesso di costruire il film attorno alle storie di questi tre uomini”.

Foto d’altri tempi

Una memoria collettiva…
“La frammentarietà della memoria e il confine a volte labile tra fatti e fantasia, verranno messi in scena attraverso l’utilizzo di differenti materiali d’archivio, smontati e ricomposti con ‘licenza poetica’. Il ‘gioco’ del film non è quello di ricostruire con precisione storiografica singoli eventi, ma attraverso la composizione di frammenti di ‘memoria individuale’ ricomporre una ‘memoria collettiva’. Punto di riferimento in questo è il cineasta russo Vitalij Manskij con il suo lavoro ‘Private Chronicles: Monologue’, nel quale, selezionando migliaia di ore di filmati amatoriali in pellicola super8 e migliaia di foto, ricostruisce una finta biografia di un immaginario sé stesso, mettendo in scena però il ritratto reale di una generazione”.

Come mai questo titolo?
“Voglio spiegare la scelta del titolo provvisorio e il suo evidente riferimento al famoso film di Giuseppe Tornatore ‘Nuovo cinema Paradiso’. Ho sempre immaginato il mio documentario come un film in cui sono intrecciati diversi temi, in cui i livelli d’interpretazione possono essere molteplici. Il tema è la vita di una piccola comunità dagli anni ‘50 agli anni ‘70. Sullo sfondo c’è la ‘grande storia’ dell’esodo e della nascita di una nuova Europa. Ma questa è anche la storia di un cinema, non soltanto come luogo fisico, ma come immaginario collettivo. Per questo motivo nella fase di sviluppo, durante i numerosi pitching per presentare il film, avevo bisogno di un titolo che potesse immediatamente dare al mio interlocutore un’idea chiara. E il riferimento al film di Tornatore mi sembra funzioni molto bene.

Alessio Bozzer e Pino Degrassi

La produzione ha avuto purtroppo una battuta d’arresto a causa della diffusione del coronavirus. Aspettiamo con ansia che la situazione migliori per poter effettuare le ultime riprese a Buie, nella sala della Casa del popolo e poter così finalizzare il film che vedrà protagonista assoluto il connazionale ed ex presidente della CI di Umago, Pino Degrassi”.

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