La Pasqua nell’arte e nell’archeologia istriane

Tra i reperti più datati, lo studioso annovera un’anfora con un cristogramma, rinvenuta nella Torre Lion a Parenzo, forse il più antico oggetto trovato nella penisola recante un segno cristiano

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La Pasqua nell’arte e nell’archeologia istriane

I Vangeli ci raccontano la morte di Gesù sulla Croce nel giorno della Pasqua ebraica. Quella cristiana di Resurrezione inizia con la “visita al sepolcro” di Maria Maddalena e di altre donne, che lo scopriranno vuoto. Questo e altri temi sono ricorrenti nell’arte di molti autori. Particolarmente l’entrata di Gesù a Gerusalemme, “raccontata” per esempio da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Dal IV secolo si diffonde la rappresentazione della Crocifissione: tra le testimonianze più antiche, quella d’un pannello in Santa Sabina a Roma, del V secolo. Molto note la Pietà di Michelangelo, l’Ultima Cena di Leonardo, la Cena in Emmaus di Caravaggio, l’Agonia nel giardino del Getsemani di El Greco… Nel racconto della Resurrezione, emerge il Cristo benedicente di Giovanni Bellini. Di esempi ce ne sono tantissimi, ma tanto basta per introdurre quelli presenti nell’arte e nell’archeologia istriane, di cui abbiamo parlato con lo storico dell’arte e archeologo Marino Baldini.

“Parlando della Pasqua, il mio ricordo va innanzitutto all’infanzia, quando facevo il ‘pretin’, accompagnando il prete nelle Vie Crucis: sento ancora il bruciore dei ceri che portavo fra le mani. La Pasqua, la sua gastronomia, la pinza, le uova, le titole, i buzulai, fanno parte anche della nostra tradizione artistica. Così pure il periodo preparatorio a questo grande evento, dalla Domenica delle Palme, da noi detta ‘dell’ulivo’ – dice Baldini –. La tradizione pasquale istriana è eccezionale: parte dall’antichità, dall’epoca paleocristiana. Tra i ritrovamenti archeologici da me rinvenuti, ricordo un’anfora con un cristogramma, trovata nella Torre Lion a Parenzo, forse l’oggetto istriano più antico recante un segno cristiano. Le anfore istriane sono del I e II secolo. A Parenzo, su di un mosaico della Basilica Eufrasiana, è raffigurato il pesce, simbolo cristiano che indica Gesù risorto e di conseguenza la Pasqua, l’Eucaristia; un momento centrale della fede cattolica, come ce lo raccontano l’altare centrale del vescovo Eufrasio (VI secolo) e quello del vescovo Ottone del 1277, che, come il suo Ciborio, ha l’Agnello di Dio nella sua chiave, nell’ambone. Nella parte centrale c’era pure un altro Agnello di Dio, che oggi si trova nell’atrio della Basilica, un capolavoro dell’arte medievale che ricorda la Pasqua, anche perché molti dolci assumono spesso la sua somiglianza.

Il mosaico con il pesce nella Basilica Eufrasiana.
Foto: DENIS VISINTIN

La Resurrezione di Cristo è molto presente nelle espressioni artistiche in Istria?

“Eccome, il legame è profondo. Nei quadri d’impronta veneziana, una buona percentuale, direi il 10%, esprime soggetti pasquali, la Quaresima, le Palme, la Crocifissione. Così pure la scultura”.

Qualche esempio?

“Ce ne sono tantissimi: il Calvario di Zambrattia di Giuseppe Angeli (1798), una Deposizione di Zorzi Ventura di Abrega (1604), l’Ecce homo di Matteo da Verona, seguace di Tiziano, del Museo di Rovigno, proveniente dalla collezione Hutterott, la Crocifissione di Pietro Malombra, pure a Rovigno, l’Ultima Cena di Palma il Giovane (Jacopo Negretti) del Museo diocesano di Parenzo. A Grisignana e a Buie operava il maestro Francesco Trani, che ha fatto una serie di Ultime Cene e Crocifissioni. Come non ricordare Francesco Bonazza, uno dei maggiori scultori veneti, che nella chiesa parrocchiale di Montona ha realizzato un altare con i Santi Stefano e Lorenzo, il tabernacolo, il presbiterio e il quadro dell’Ultima Cena, un’opera di quattro metri – tra le maggiori in Istria, accanto al quadro di Zorzi Ventura – ridipinta nel XIX secolo dal parentino Giovanni Corner. Al J. Paul Getty Museum di Los Angeles si conserva una miniatura con l’ingresso a Gerusalemme di Gesù che ha mille anni, incisa sul Benedizionale del vescovo di Parenzo Engelmarius, nativo di Ratisbona, ripreso nella Cattedrale parentina a benedire il Duca d’Istria. Di esempi ne potremmo citare altri ancora”.

Li esprime anche l’architettura?

“Le chiese paleocristiane erano tutte dedicate a Dio – anche quando lo erano alla Madonna o ad altri Santi, anche le Domus ecclesiae. Era così per le Cattedrali delle sedi diocesane di Aquileia, Grado, Trieste, Parenzo, ma anche per quelle che ne erano sedi in passato, come Umago, Pola, Pedena, Cittanova. Nella Basilica Eufrasiana questo discorso è chiarissimo: nel timpano c’era il mosaico del Cristo risorto, un tema del tutto pasquale, con due angeli nei triangoli laterali e la Madonna con i Santi sotto. La stessa scena si ripete nel mosaico absidale centrale: in cima c’è il Cristo, circondato dagli apostoli, segue l’Agnello di Dio, sul posto in cui in precedenza c’era probabilmente il cristogramma. L’Agnello è del 1897. Sotto si nota la mano di Dio che incorona la Madonna, con Cristo che tiene il mondo con la croce in mano. Sotto di lui c’è l’Angelo, con lo scettro e la croce e, più in basso, il cristogramma. Nel Ciborio c’è l’Agnello di Dio, come pure nell’altare. Su tutti i capitelli c’è la Croce di Cristo, come pure sull’ingresso centrale e sulla fonte battesimale. Una volta c’era pure sull’architrave. Tutto il racconto centrale è collegato a Cristo risorto. Le altre chiese paleocristiane, a Nesazio e a Cittanova, non hanno tanti elementi paleocristiani come la Basilica parentina, dove sono tuttora visibili nella misura del 90%, compresi quelli paleobizantini, che ci aiutano nella ricostruzione, utile a comprendere pure la situazione di Aquileia, Trieste, Pola, Cittanova e Pedena. Una simile e ricca serie d’esempi, come nel caso della Basilica parentina, è difficilmente riscontrabile al di fuori di Roma”.

Pure gli affreschi esprimono temi pasquali?

“Quelli della Chiesa di San Barnaba a Visinada sono centrali, con i loro segni cristologici, tra cui tre molto grandi: l’Ultima Cena, la Crocifissione e la Resurrezione, le maggiori scene di questo titolo in Istria, importanti perché d’impronta giottesca, alla cui scuola s’è ispirata quella di Castua e ancor prima Alberto da Costanza. Stiamo parlando di chi ha creato l’arte dell’affresco nell’Istria interna del Quattrocento, ispirandosi agli affreschi di Visinada. Le scene sono del tutto cristologiche e prevalgono quelle pasquali. All’epoca, nell’affermazione dell’arte affrescata, lungo la costa si seguivano i modelli rinascimentali, riminesi, veneti, padovani, ecc.; nell’interno quelli giotteschi, altoatesini e dei grafici olandesi”.

Ci sono state delle espressioni artistiche con tematiche religiose in tempi più recenti?

“Certo. Ne è un esempio l’arte del periodo artistico austriaco e italiano, ma anche contemporanea. L’Ex tempore “Ars sacra” di Visinada vede talvolta temi dedicati alla Pasqua, ma in tutta l’Istria operano artisti che si dedicano all’arte sacra, da Pola a Capodistria”.

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