Grotta di San Daniele Viaggio al centro della storia

Alla scoperta di un mondo sotterraneo di spelonche, resti animali, artefatti: una magnifica creazione della natura, «selva selvaggia, aspra e forte» da salvaguardare

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Grotta di San Daniele Viaggio al centro della storia

Un mondo sotterraneo di spelonche di ancestrale memoria, una fortezza austroungarica di solidissima labirintica fattura, una vegetazione folta e intatta da pista per naturalisti. È solo brevemente elencato quanto ha d’incredibile l’altura carsica di San Daniele, nota alla popolazione autoctona anche con il nome del Sandalo, ma completamente ignota ai più e del tutto sconosciuta alle mappe segnalanti i percorsi turistico-culturali. È un sacrilegio non aver scoperto e valorizzato questa straordinaria dimensione celata nel verde a soli quattro chilometri a nord-est del centro di Pola e a meno di un chilometro in linea d’aria dalla radura del Kaiserwald, nel cuore di Bosco Siana. Lungi dal mettersi in concorrenza con Postumia e le sue grotte turistiche più visitate al mondo e abitate dal proteo, la grotta di San Daniele, invece delle stalattiti custodisce reperti e artefatti millenari, testimonianze di vita umana e animale risalenti alla notte dei tempi. Ed è questo uno dei tanti aspetti più intriganti che caratterizzano questa zona che di anonimo ha soltanto l’apparenza. Individuare le sue tracce del passato è ancora un privilegio per storici intenditori o limitato agli abitanti delle aree limitrofe e le occasioni per compiere una scoperta del luogo sono rarissime. Una di queste è stata la piccola escursione organizzata a suo tempo dal Comitato di quartiere di Siana, in collaborazione con la Società storica istriana. Potreste… lasciare ogni speranza voi che entrate nella dimensione boschiva così estesa, ma con la guida dell’esperta ingaggiata all’uopo, Dunja Martić Štefan, curatrice del Museo archeologico istriano di Pola, l’impresa si fa meno rischiosa e inaspettatamente affascinante.

Passeggiata istruttiva davanti alla Fortezza di San Daniele

Scoperta col… botto

Si dà il caso di proporre il percorso così come iniziato dalla pista “Ciclamino” in uscita da Bosco Siana, tenere gli occhi bene aperti facendo attenzione a dove mettere i piedi (leggi sentiero inizialmente minato dalla cacca di cane), imboccando a un certo punto la macchia per affidarsi alla bussola tenuta in mano dal proprio cicerone. Ed ecco finalmente raggiunto il luogo della grotta in rilievo, San Daniele III (una delle quattro stratificazioni culturali segnate a uso professionale dai ricercatori del Museo archeologico), incredibile i tutto un mondo umano, animale e vegetale preistorico, vissuto senza soluzione di continuità dal Pleistocene all’Olocene. Mai la scienza avrebbe saputo della sua esistenza qualora gli umani d’oggi non avessero fatto brillare la dinamite. Veramente, come anche raccontato dalla curatrice museale, tutto era capitato esattamente 60 anni fa: nel 1961, un’esplosione provocata a livello della cava di pietra, che ancora i Romani avevano iniziato a sfruttare per la fabbricazione delle sculture, fece fare capolino a una caverna riempita da sedimenti dalla base al soffitto. Il 1962 fu l’anno della grande scoperta ad opera del Museo archeologico istriano. De facto, risulta quasi errato parlare di Grotta di San Daniele, perché quanto venuto alla luce è in realtà tutto un sistema di grotte carsiche in rilievo e anche sotterranee fossili. Il complesso di San Daniele è inghiottito dal sottosuolo, ma qua e là fanno capolino le tante cavità tra le fronde. Una di queste (categorizzata per comodità d’indagine archeologica quale Grotta del Sandalo III) è perfettamente penetrabile. Serve però la massima attenzione.

Galeotta fu l’esplosione alla cava nel 1961

Dal Pleistocene in poi

Nel bel mezzo del cunicolo – dalla cui volta forata penetrano i raggi di sole, creando un’immagine di suggestivi chiaro-scuri – si apre una foiba otturata da detriti, ed ecco il pericolo per gli esploratori adrenalinici… Inutile cercare di individuare tracce di resti ossei degli animali preistorici che qui hanno vissuto, perché i paleontologi ne hanno già fatto abbondante incetta. L’affascinante viaggio nel mondo dei cavernicoli paleolitici, addirittura antecedenti all’Homo sapiens sapiens, era iniziato con le indagini avviate dall’archeologo Boris Bačić e continuate sotto la direzione del geologo Mirko Malez, del Dipartimento di paleontologia e geologia del Quaternario presso l’Accademia croata di Scienze, Lettere e Arti di Zagabria. È così che la stragrande quantità di reperti è finita per arricchire l’istituzione zagabrese, lasciando anche materiale a sufficienza per il MAI di Pola. In base ai manuali del Museo, gli strati archeologici più remoti dentro a queste formazioni geologiche risalgono addirittura al Pleistocene ossia a niente meno che 800-900mila anni fa e raggiungono l’era glaciale di 10mila anni or sono.

Anno Domini 1962: le prime indagini archeologiche

Resti «africani»

I resti di ossa attinte appartenevano a epoche incredibilmente distanti e diverse in quanto a condizioni climatiche. La grotta di San Daniele ha conservato intatti resti “africani”: rinoceronti, scimmie, iene, tigri dai denti a sciabola, ma anche di cavalli (equus cavallus), bisonti delle steppe (Bison priscus), cervi, cinghiali, buoi (Bos primigenius) ed alci (Alces Alces). Spiccava per dimensioni il megacero (Megaceros giganteus), estinto alla fine dell’ultima glaciazione, che fu il più grande tra tutti i cervidi mai esistiti, il cui palco raggiungeva anche i 2-3 metri di larghezza. L’era glaciale istriana ha tra l’altro lasciato in eredità anche tracce di orsi della caverna (Ursus spelaeus), volpi (alopex lagopus) e lepri polari (Lapus timidus timidus). Il mammut è l’unico a non figurare in questa straordinaria lista di esseri da “Ice age” estinti. Mentre il Nord Europa era interamente fagocitato dai ghiacci, l’Istria era continente e il mare (dal livello di 90 metri più basso di quello odierno) si estendeva a metà Adriatico, tracciando la sua linea litoranea da Zara ad Ancona. Ed ecco che si spiega il ritrovamento di sole lische di pesce di fiume dentro gli androni di San Daniele.

Una terra di cacciatori

Nello strato paleolitico superiore (San Daniele II), poi, sono stati individuati i più vecchi manufatti in selce e osso mai realizzati dall’uomo sul territorio croato. Ben 14mila reperti documentano un lunghissimo periodo di permanenza dei cacciatori paleolitici nella grotta. Eccelle per importanza la pietra scheggiata con margini taglienti, uno scalpello ricavato da un ciottolo di selce, che costituì uno dei primi arnesi fabbricati con intenzione di farne uso intelligente (in sostituzione degli artigli di cui l’uomo avrebbe voluto essere dotato in tempi assai difficili) e che nel nostro caso rappresenta la più antica traccia di attività artigianale in Croazia. Risalgono allo stesso periodo gli arnesi litici di Vallonnet (Francia) e di Isernia (Italia). L’uomo preistorico di San Daniele ha lasciato in eredità perle ricavate da denti animali, tantissima ceramica e vasellame, chiaro segnale che nel mesolitico, all’inizio dell’era interglaciale, non si poteva certo girovagare muniti di pentole, ma bisognava apprendere le abilità dell’allevamento e dell’agricoltura.

Speloche e pertugi del complesso delle grotte sotterranee

Histri, Romani e lungo passamano

All’epoca del bronzo istriano, anche il Colle San Daniele, come altri punti elevati dell’Istria si guadagnò il suo castelliere (ne testimoniano l’esistenza anche 12 tombe delimitate da lastre in pietra), la presenza degli Histri (confermata dal ritrovamento di urne) e dei Romani (la cava e il rinvenimento della pietra sacrificale dedicata a Silvan, divinità illirico-romana protettrice dei boschi). A conferire il nome al luogo è la chiesetta paleocristiana di San Daniele, eretta sopra il castelliere. Poi arrivò la gestione territoriale dell’Arcivescovado ravennate, che quindi venne consegnata alla famiglia Castropola (1197-1300), che a sua volta l’assegnò all’ordine dei frati francescani. L’esercito di Napoleone proclamò tutto il territorio d’interesse pubblico, con l’intenzione di costruirci una fortezza. Non potendo farla in tempo (causa la disfatta del condottiero), lo faranno gli austriaci, che con la costruzione iniziata nel 1871 e ultimata nel 1914, cancellarono anche le ultime tracce del castelliere. L’esercito croato è l’ultimo ad aver messo piede dentro a questa grande struttura a corridoi con copertura a volta. Ora giace incustodita, mangiata dai rovi e dall’edera, pericolosamente buia. Magnifica per uno sfruttamento ludico-turistico da escape Castle. Urge seguire l’esempio dell’area storica Morosini-Grimani. Altrimenti San Daniele resterà landa ignota. Selva selvaggia aspra e forte. E sarebbe davvero un peccato capitale.

Muniti di torce dentro agli androni

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