Il volo curioso del «becco giallo»

Conoscenza e immaginazione sono complementari

La Notte stellata sul Rodano di Vincent van Gogh, dipinta dal celebre pittore olandese nel 1888 e conservata al Musée d’Orsay di Parigi

Sarà perché io con la fantasia mi guadagno il pane, perché vivere circostanze immaginarie e vestire i panni di una persona che non esiste è parte del mio lavoro d’attore. Sarà che dopo una rappresentazione si è ancora “inzuppati” di ciò che resta di quel tizio a cui si è prestata la propria anima ma quando rincaso la sera, sul cavalcavia che porta a Pećine, spesso sono testimone di una situazione ai confini del reale.
Vengo seguito per un lungo tratto da un gabbiano che volteggia sulla mia testa e mi domando: “Cosa vorrà? Punta al mio cibo per dare un senso alla sua nottata di magra?”.
A ridacchiare sulla situazione si staglia più in basso ormeggiato in bella posa davanti alla luna, il mercantile traboccante di container, sigillati come scatolette di tonno.
A nulla poi servono i miei tentativi di avvicinare “becco giallo”, fino a che decide di lasciarmi quando, arrivato tra gli stretti palazzi della strada, mi inoltro nel buio.
La sua presenza si accompagna spesso a un lampione, sempre lo stesso, che si spegne esattamente al mio passaggio; allora porto lo sguardo in alto e inizio a cercare risposte.
Potrei proseguire raccontando tutti i rituali e i segni che faccio prima di entrare in scena, di alcune mie strane ricorrenze, ma certamente questo mio “mondo magico” sfida la spiegazione razionale e sempre mi ripeto di fare attenzione a liquidarlo come una sciocchezza, un’evasione infantile dalla realtà. Al pari dell’esperienza religiosa e della poesia, sono aspetti unici del mio essere umano a cui non vorrei mai rinunciare.
Si potrebbe dubitare sulle materializzazioni della Vergine Maria, ma come non essere d’accordo sull’effetto positivo della sua apparizione fisica e del suo profondo significato sulle persone che ci credono.
Giocare è liberatorio
Stesso valore per me hanno avuto le mie fantasie che ho usato da bambino per sconfiggere la paura del buio, quando scricchiolava qualcosa sotto il letto. Cosa c’è nel buio che mi aspetta? Un pirata sdentato, un boa gigante? Avevo bisogno di spaventarmi e colmavo quel vuoto di realtà, tra esperienza e conoscenza, per ritrovare poi un luogo sicuro dentro di me; anche perché fare esperienza con un serpente vero non sarebbe stato così pratico. Sono andato avanti esplorando non solo i draghi di Dungeons & Dragons, ma ampliando il mio mondo con fantasie più dolorose.
Insomma mi sono preparato a vivere più serenamente il divorzio dei miei genitori, la perdita di mia nonna e i baci negati. Queste simulazioni mi hanno reso pronto ad essere colpito dalla crudezza della realtà.
La potenza della simulazione
Anche nell’ambito didattico chi insegna la seconda lingua straniera con gli strumenti “dell’improvvisazione teatrale e il gioco del ruolo” sa bene che le simulazioni sono strumenti potentissimi per sviluppare al meglio l’abilità pratica del parlare. Lo studente si mette subito a proprio agio, senza la paura di sbagliare, in grado di attingere a un uso della lingua spontaneo, per inventare frammenti di realtà in cui si può sperimentare, scoprire lo sconosciuto e di conseguenza creare vita. Le mie esperienze con queste tecniche nella SMSI di Fiume, alla scuola di creatività per bambini della “Primavera cittanovese” e in due corsi di aggiornamento per insegnanti sull’abilità del parlato nella seconda lingua hanno prodotto un interesse sia sugli studenti che sugli insegnanti; ho potuto constatare la sensazione di curiosità e di libertà che si è andata sprigionando durante i laboratori.
La ricerca di senso
La mente cerca sempre dei sottili filamenti di senso che intrecciano tra loro diversi fatti e le risposte si trovano a partire da quanto già si conosce. Il gabbiano di Pećine stava puntando a un topo o proprio al mio burek? Era poi un gabbiano, un rapace o un drone? Il lampione e la nave mercantile? Sono testimoni interessati ai fatti?
Nel dare senso alla mia narrazione non posso che procedere ancora una volta immaginando, formulando delle ipotesi. Nel dare un senso, una forma alla mia storia, uso i pochi elementi certi, aggiungo la mia immaginazione e in maniera inconsapevole applico la legge percettiva della somiglianza; non possiamo dare per scontato fosse un gabbiano, infatti “becco giallo” volava nell’aria, aveva medie dimensioni e a me è “sembrato” essere un gabbiano.
Il meccanismo è semplice: nel poco tempo e con le poche informazioni che possiedo avanzo a costruire un significato, immaginando la somiglianza con qualcosa che conosco. In letteratura con le dovute differenze si chiama similitudine, metafora.
Forse l’unica cosa importante che tiene ancora in vita il gabbiano curioso, il lampione dispettoso e il mercantile sornione è la mia sensazione che si sprigiona a vivere quella storia in termini di libertà, autonomia, mistero dell’esistenza che mi passano accanto e mi solleticano l’anima.
Le parole come categorie
Questo meccanismo naturale dell’etichettare, del trovare la similitudine per creare senso a ciò che ancora non si conosce è alla base del pensiero. Le categorie che usiamo sulle persone, nascono dall’osservazione di pochi comportamenti ed ecco dividere il mondo in generosi o tirchi, introversi o estroversi, coraggiosi o pusillanimi e così all’infinito.
Il passo perché le etichette diventino una verità consolidata è breve. Per questo poi la mente fredda, la mente razionale può procedere a verifiche ulteriori.
Ma questo modo di procedere per salti d’immaginazione, ha prodotto risultati che hanno anche cambiato il destino dell’uomo.
Le metafore come creazione
Tesla scrive di aver scoperto la corrente alternata ispirandosi allo scorrere dell’acqua vicino alle sorgenti della Lika. Picasso si ispira all’arte primitiva per innovare l’arte contemporanea e Steve Jobs pensa a un PC come a un elettrodomestico.
Per quanto mi riguarda i miei migliori risultati in teatro li ho raggiunti quando si è lavorato attraverso l’uso delle immagini che come metafore emerse dal copione, vengono poi rese “fisiche” nel corpo e nella voce per generare emozioni e posture che altrimenti sarebbero introvabili con un processo a mente fredda. Ricordo con Cristina Pezzoli, regista, pedagoga e persona di grande qualità, purtroppo recentemente scomparsa, un lavoro sul personaggio di Andrej nelle “Tre sorelle”di A. Checov in cui avevamo individuato un’immagine molto potente per una scena del mio personaggio; Andrej è come: “un tubetto di maionese spremuto”.
Nel teatro di ricerca, spesso, le creazioni migliori avvengono quando si agisce nell’incertezza, in un ambito in cui il risultato non sia/ è prevedibile. E nella vita?
Il linguaggio mette ordine
Ma quale strumento interviene sull’immaginazione per mettere ordine a queste “parole”, “etichette”, “metafore”? Cosa ci aiuta a ragionare in un secondo tempo per non restare intrappolati? Uso le parole del filosofo Wittgenstein: “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. La parola è “la cosa”, la parola è usata anche per definire “quella cosa” che non conosciamo e allora diciamo spesso: “È come quella cosa”. Il simile si è visto che attrae il simile, una legge della percezione, e sembra proprio che anche la “parola” resti come “impregnata” di immaginazione. Col tempo le parole diventano accettate e naturalizzate nei suoi significati. Se penso alla parola “maiale”, penso a un animale che ingrassa e rotola nel fango, mentre nella mia Emilia è legata alla festa di “November porc” e alla sua trasformazione in affettati!
Un’esperienza di possibile realtà
Potrei anche affermare che la mente razionale è strettamente legata all’immaginazione dunque? Un’altro esempio a questo proposito, sono gli esperimenti di ipnosi da palcoscenico che ho praticato in salotto con gli amici; nel momento in cui si apre la breccia del fattore critico, l’ingresso all’immaginazione è il passaggio fondamentale per ottenere fenomeni come la paralisi di piccoli muscoli, la perdita di sensibilità o le allucinazioni.
Se verso dell’acqua potabile da una caraffa in due bicchieri, poi li giro e leggo rispettivamente su due etichette: veleno su uno e acqua potabile sull’altro, anche se sappiamo che ho versato acqua potabile in entrambi, per un momento la realtà di chi osserva cambia e la volontà di bere dal bicchiere con la scritta veleno verrà messa alla prova.
Questo perché le parole che usiamo sono come ”le cose” e l’immaginazione può anche solo per un momento intaccare o talvolta cambiare la nostra realtà. Le parole non riflettono quindi la realtà, ma creano una realtà possibile, un’esperienza di realtà, come quando mi definisco “vincitore“ o “perdente” che diventa per esteso quello che sono e non circostanziato al fatto; talvolta questo limita la nostra identità o influenza il modo in cui gli altri ci vedono o ci rispondono.
La narrazione
Se comincio a usare più parole, sto inanellando più esperienze unite assieme ed ecco crearsi un atto di immaginazione molto potente: una storia. La narrazione diventa un modo per memorizzare delle informazioni, un dispositivo di recupero e uno strumento per ragionare sul mio tempo passato. Nella vita ho compiuto diversi studi, fatto diversi lavori, ma nulla poteva farmi pensare che sarei diventato proprio un attore? Nel raccontarmi agli amici come Mirko-attore, posso cominciare a crearmi una storia cucendo assieme tutti i fatti che mi hanno portato oggi a essere quello che sono. Sceglierò ciò che mi interessa solo secondo il principio della somiglianza, tenendo presente dove voglio arrivare per poi poter esclamare: vedi che era destino! convincendo non solo gli altri ma pure me stesso.
Tutto questo per dimostrare quanto la forza dell’immaginazione su me stesso e sugli altri, giochi un ruolo spesso decisivo nell’arte come nella vita.
Pare quindi che la conoscenza che abbiamo di noi e del mondo, nasce da qualcosa che abbiamo in precedenza immaginato.
Reinventare l’Universo e sé stessi
L’immaginazione può aiutarmi a reinventare me e il mondo? se prendo l’esperienza di Galileo mi insegna come grazie a quella percezione ingrandita, attraverso il telescopio, sia stato possibile riordinare le leggi dell’Universo per reinventarlo. E poi per reimmaginarlo nuovamente duecento anni dopo, con la scoperta della velocità della luce costante attraverso la mente di Einstein.
Il sociologo e filosofo McLuhan scrive appunto che le tecnologie ci estendono, allargano la nostra percezione e oggi che la tecnologia avanza più velocemente della nostra immaginazione chissà a quale nuova interpretazione del mondo si arriverà.
Io che non sono un uomo di scienza non ripenserò l’Universo, ma attraverso l’immaginazione e l’arte, riscoprirò me stesso e inventerò me stesso tante volte quanto servirà per farmi migliore e imparare nuovi aspetti della conoscenza.
L’esperienza del tele racconto
Un paio d’anni fa mi sono cimentato con una cyber narrazione tratta da un racconto di Calvino e rielaborato/ripensato da me con la tecnica del tele racconto del tecno-artista Giacomo Verde. Un tipo di performance realizzata con un’inquadratura in macro di alcuni oggetti molto vicini alla telecamera. Il gesto politico di Verde dell’inquadratura in macro, smascherava la manipolazione operata dalle tv che mostravano per verità una realtà fittizia negli anni ‘80, ed era un’attenzione al mondo dei bambini, proprio negli anni quando nascevano le tv private. Nel mio caso, voglio sottolineare il fascino di scegliere oggetti per assonanze e similitudini con la storia e nel chiamare lo spettatore a intervenire con la propria immaginazione per dare un senso nuovo a quello dell’oggetto nella realtà.
Vorrei nella limitatezza del mio pensiero poter riaffermare come conoscenza e immaginazione sono complementari e vadano assieme; come in una danza senza fine in cui l’immaginazione è colei che guida.

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