Amore noire

Maria rimase piuttosto scocciata nel vederselo comparire di fronte all’improvviso. Davide, con voce roca, le chiese imperioso perché era diventata così scostante. Alzando leggermente il tono di voce, chiese due volte «Perché?». Maria lo fissò negli occhi. Ebbe solamente il tempo di intravedere un piccolo revolver...

La giornata, fin dal primo mattino, aveva ingrigito il verde scialbo del fitto bosco di castagni che si estendeva fin oltre la collina e che delimitava la piana degradante verso la stretta vallata. Davide era nato nel 1930 e sin da bambino era vissuto nella piccolissima frazione, senza mai oltrepassare i confini del fondovalle. Era un tipo taciturno come la gran parte dei montanari di quella zona. Un contadino che tutti consideravano dall’intelligenza scarsamente sviluppata, maniacale e poco socievole. Il modo di fare, rozzo, lo escludeva dai rapporti con i pochi abitanti della zona. Insomma era, come si dice, il classico individuo da tenere in disparte. Viveva con gli anziani genitori nella vecchia casa, occupandosi di semplici lavori manuali senza mai prendere iniziative proprie. Il padre Giacomo, ma soprattutto la madre Rosa, erano le uniche persone a coltivare una specie di dialogo con questo figlio che sopportavano per carità di sangue.

 

I vecchi genitori

Il vecchio padre si era alzato come al solito molto presto. Aveva, da un po’ di tempo, ristrutturato una vigna di una trentina di filari che si arrampicavano sulla diagonale del versante a mezzogiorno della collina. La nebbiolina di fine estate non riusciva a nascondere il divario di colore tra i solchi gialli appena decespugliati e il verde dei filari ravvivato dal colore dei grappoli ancora acerbi. Ne aveva parlato con Davide diverse volte, ma non era mai riuscito a interessare il figliolo. L’argomento uva non gli suscitava alcuna curiosità. Non è che s’intendesse molto di viticultura. In zona però stavano discutendo sempre più spesso della possibilità di recuperare una vite autoctona che si era perduta nella notte dei tempi. Il padre non coltivava più quei pochi appezzamenti che possedeva a causa della gran fatica. La terra era dura, pietrosa, con avvallamenti e forre difficili da scavalcare. Soprattutto, era il figlio che non l’aiutava. Anche Rosa ne aveva parlato con Davide, ma senza alcun risultato. Mentre percorreva lentamente i solchi tra i filari, Giacomo pensava che forse l’uva poteva essere l’unica soluzione di guadagno alternativo a quello fornitogli dalle mucche che allevava nella sua stalla. Avrebbe impostato il discorso con Davide, ancora una volta. D’altra parte aveva 66 anni e poteva ancora tentare una via d’uscita a quella sua vita dura e sfortunata. Nel 1926 era infatti rimpatriato dal Sud America dove si era trasferito anni prima da emigrante, senza incappare in nessuna “scheggia di fortuna”, come amava ripetere.

Il preludio al dramma

A poco più di un chilometro verso valle, viveva un’altra famiglia. Angelo, il capofamiglia, con la moglie Ida, la figlia Maria e il fratello Carlo. Contadini anch’essi e ancor più disperati. Tanto disperati che Angelo aveva accettato un lavoro a mezzadria sul versante a valle e stavano per trasferirsi con le poche masserizie, con le cinque mucche e con un mulo per affrontare questo nuovo impegno di sopravvivenza. Erano due famiglie in due frazioni abitate solamente da loro e abbandonate ormai dalla totalità di coloro che una volta popolavano quelle vallate, richiamati dal miraggio di una migliore vita. Siamo nel 1961 e il “noire” della nostra storia sta maturando l’epilogo di un dramma che sconvolgerà la tranquillità dell’Alta Valle.

Accudire il bestiame

Davide, alcuni anni prima, sembrava dovesse fidanzarsi con una giovane del posto. Da tempo se ne parlava insistentemente e sembra che fosse stato anche fissato il giorno del fidanzamento. Improvvisamente, la giovane lo abbandonò per sposare un ragazzo che la portò a vivere in città. Davide ne rimase sconvolto e iniziò a chiudersi ancor più in sé stesso. Alla madre confessò di non volersi più legare ad alcuna donna. Si estraniò quasi totalmente dalla vita familiare, trascorrendo buona parte del suo tempo ad accudire il bestiame. Non solamente il proprio bestiame, ma anche quello di Angelo. Ogni giorno si recava alla sua cascina per governare la stalla e le mucche. Ebbe così occasione di frequentare Maria, la figlia di Angelo. A poco a poco, il dolore per la scomparsa della ragazza trasferitasi in città si stemperò e Davide dimenticò la confessione fatta alla madre circa il rifiuto a frequentare altre donne. All’inizio, sembrava che Maria non fosse indifferente alla corte di Davide, tant’è che in casa si riparlò di fidanzamento. Nel frattempo, nei paesi attorno iniziò a circolare una strana voce. Alcuni raccontarono di un’incredibile frequentazione di Davide; di averlo visto comportarsi in maniera inusuale nei confronti di una mucca di Giacomo. Qualcuno giurò di averlo visto cospargere di sale l’erba del prato dove pascolava la mucca al fine di invogliarla a brucare. Era sempre la stessa mucca alla quale sovente parlava e che trattava con dolcezza.

Atteggiamenti strani e sospetti

L’atteggiamento di Davide non passò inosservato a Maria che ne parlò alla madre. Questa naturalmente informò Rosa che notò anche alcune altre stranezze nei comportamenti del figlio. Nel frattempo, Davide trascorreva sempre più tempo a casa di Giacomo. Di giorno si sedeva silenzioso per ore nella cucina e fissava Maria, tant’è che questa iniziò ad avere paura della sua presenza. Spesso Davide non trascorreva la notte a casa, nel suo letto. Si intratteneva nella stalla di Giacomo per accudire la sua mucca favorita. Al mattino, quando la madre di Maria si recava alla stalla per la mungitura, notava sovente che la lettiera dell’animale era più pulita e curata di quella delle altre mucche e che la mangiatoia della bestia era sempre rifornita di fieno fresco. Incuriosita Rosa face più attenzione alla dispensa della sua casa e scoprì che sparivano farina, crusca, e olio. Sentì anche i discorsi dei proprietari di altri fienili che lamentavano sparizioni di fieno. Ne parlò con Ida, la quale le riferì che le lettiere delle altre mucche della sua stalla venivano private delle foglie asciutte e pulite, che finivano nella lettiera della mucca favorita di Davide. Tutto ciò fu sufficiente per aumentare il sospetto che ormai si era fatto sempre più insistente.

Dicerie pesanti e significative

Giacomo e sua moglie Rosa vollero vederci chiaro, stimolati anche dalle dicerie che ormai circolavano in tutta la valle, dicerie pesanti e sempre più significative. Ida iniziò a sorvegliare più attentamente le visite di Davide alla sua stalla e scoprì che il giovane portava alla mucca della farina, della crusca e, nella stagione, anche dei grappoli d’uva. Osservò allibita gli strani atteggiamenti di Davide nei confronti della mucca. Ne parlò a Rosa, ma questa non sembrò molto sorpresa. Confessò a Ida di saperlo già e di non esserne meravigliata più di tanto in quanto era normale che, in alta montagna, certi uomini sfoghino la loro libidine con gli animali. Incominciò allora un logico atteggiamento di repulsione nei confronti di Davide da parte di Maria, che non sopportava più la presenza del giovane in casa sua. I genitori di Maria cercarono allora, in tutti i modi, di allontanare da casa loro Davide e convincerlo a non frequentare più la loro figliola.

Un tragico epilogo

Questo era dunque l’ambiente in quel 1961 e in questo teatro stava per maturare il tragico epilogo. Verso le ore 12 del 22 settembre di quell’anno, alla Stazione dei Carabinieri giunse una telefonata fatta dal medico condotto. Il medico avvisò che, in una zona impervia, era stato rinvenuto il cadavere di una giovane donna. La sera prima, in casa di Giacomo, tutto era pronto per il trasferimento della famiglia, che doveva avvenire l’indomani mattina di buonora. Davide era lì. Da qualche ora era seduto immobile e taciturno su di una sedia della cucina. Maria si era chiusa in camera sua perché non voleva vederlo. Il giovane, di tanto in tanto, insisteva con la richiesta di potersi unire alla famiglia per trasferirsi anche lui a e badare così alle bestie. Ida e il marito Angelo avevano il loro d’affare a convincere Davide che non era il caso di insistere e che per nessun motivo intendevano ospitarlo in casa loro. Verso le 22 Davide disse di voler andare a casa sua per riposarsi e poter essere presente l’indomani mattina alle otto per il trasferimento del bestiame. La notte di quel fine settembre, in alta montagna, era già fredda e una leggera foschia ammantava la valle. Davide aveva la testa confusa da mille contraddizioni. Era preoccupato per quel cambiamento che sarebbe avvenuto all’indomani. Un brivido gli corse per la schiena e quasi automaticamente si diresse verso la stalla di Giacomo. Aprì piano la porta sgangherata che cigolò un poco. Lo colse subito una tanfata di caldo, umido e udì lo sbuffare famigliare delle mucche che ruminavano pacifiche. Si diresse verso la mucca dei suoi pensieri e le parlò preoccupato con voce sommessa. La accarezzò dolcemente sul muso e sentì l’umidore del suo naso che gli sfiorava la mano. Un senso di pace lo pervase. Sistemò un po’ di paglia a fianco della bestia. Le rassettò la lettiera e si stese a fianco di lei. Il sonno lo colse quasi subito.

La scomparsa di Maria

Il mattino dopo, verso le sei, Ida che era già avanti negli anni e che faticava a camminare svelta con il passo degli uomini, uscì di casa e s’incamminò lungo il sentiero in salita. Alle 8,30 partiva la corriera di linea che doveva prendere. Al culmine della salita aveva appuntamento con la figlia Maria, che doveva partire da casa tre quarti d’ora dopo. Nel frattempo Rosa, che si era recata in camera per svegliare Davide, si accorse che il figlio non aveva dormito nel suo letto. Verso le 8.30, visto che Davide non arrivava per aiutarli per il trasferimento del bestiame, il padre di Maria, Angelo e suo fratello Carlo, aiutati da un loro amico, iniziarono il trasporto delle masserizie e delle bestie. Intanto Ida, nel percorrere la salita, notò per terra delle macchie di sangue che interpretò essere quelle di una lepre ferita da un cacciatore incontrato poco prima. Giunta alla sommità della salita attese Maria come d’accordo. Rimase ad aspettarla per circa due ore quando, preoccupata, scese con l’intenzione di incontrarla lungo il sentiero. Nei pressi delle macchie di sangue, incontrò il marito e il cognato che rimasero sorpresi di vederla da sola. Poco distante, Angelo rinvenne un fazzoletto sporco di sangue. Il fatto non lo preoccupò più di tanto in quanto pensò che fosse di Maria che sapeva soffrire di frequenti emorragie nasali. Si fermarono a discutere e intanto Carlo pensò di fare una ricerca lì attorno.

Tre spari secchi nel bosco

Maria uscì di casa all’ora concordata con la madre. S’incamminò per il sentiero, arrestandosi un momento per riprendere fiato. Faceva ancora fresco quella mattina. Si chinò per aggiustarsi le corte calze di lana grezza e con la coda dell’occhio vide un movimento alle sue spalle. Si raddrizzò impaurita e si trovò di fronte Davide. Maria rimase piuttosto scocciata nel vederselo comparire di fronte all’improvviso. Davide, senza dire una parola, la prese sottobraccio e l’accompagnò verso una bassa baita costruita in pietre da suo padre molti anni prima. All’improvviso, con voce roca, le chiese imperioso perché era diventata così scostante. Alzando leggermente il tono di voce, chiese due volte “Perché?”. Maria lo fissò negli occhi. Ebbe solamente il tempo di intravedere un piccolo revolver che si era materializzato nella mano di Davide. La sorpresa fu grande in quanto mai e poi mai si sarebbe aspettata di vedere comparire un’arma nelle mani di Davide. Tre spari secchi riecheggiarono nel bosco e tre fori comparvero sul suo viso incredulo mentre Maria cadde pesantemente a terra. Dai fori uscirono rivoli di sangue: rosso e copioso. Davide li fissò come ipnotizzato e istantaneamente estrasse dalla tasca un fazzoletto. Si rese conto di ciò che aveva fatto e si spaventò. Con il fazzoletto sporco di sangue stretto nella mano, guardò la pistola e la infilò automaticamente nella tasca sformata del giubbetto di fustagno nero. Ritornò sui suoi passi sino al sentiero dove aveva incontrato Maria e lasciò cadere, con un moto di repulsione, il fazzoletto insanguinato. Poi s’incamminò. Conosceva bene quei posti, erano il suo mondo. Tutto il suo mondo. Salì su per la collina, tra i sentieri appena tracciati e i roveti che gli strapparono i calzoni. Fu assalito da un’ansia che montò con l’affanno per il cammino.

Il fazzoletto insanguinato

Nel frattempo Carlo, attraverso le fronde del boschetto che aveva raggiunto, guardò il mulo legato a un cespuglio per assicurarsi che non si fosse mosso e, fatti ancora tre passi, nel girarsi, vide il corpo di Maria disteso supino a pochi metri dalla porta della baita. Ne riconobbe subito i lineamenti e, impressionato, corse verso il fratello e la cognata. Fu la madre ad avvicinarsi al corpo della figlia disteso sull’erba e a ripulirle il viso dal sangue. Ebbe subito la certezza, e lo disse anche al marito, che fosse stato Davide a uccidere sua figlia. La certezza fu avvalorata anche dal fatto che aveva riconosciuto il fazzoletto a quadri blu e grigi sporco di sangue, trovato a terra sul sentiero, come uno di quelli che aveva visto in mano a Davide diverse volte. Ebbe anche il sospetto che Davide abbia potuto usarle violenza. Le alzò la gonna e osservò le mutandine. Non sembravano però mosse e non vi erano segni di violenza. Intanto si radunarono alcune persone e qualcuno si offrì di andare al vicino paese per telefonare al medico. Nel frattempo s’intrecciarono domande e risposte attorno ai motivi dell’omicidio, all’arma con la quale fu commesso, al nome dell’omicida stesso. Fu la madre di Davide a ricordarsi di un piccolo revolver a tamburo che il marito aveva portato al suo ritorno dall’Argentina e che da anni giaceva dimenticato in fondo ad un cassetto del comò della sua stanza da letto. Era una piccola pistola che Giacomo aveva trovato abbandonata assieme a una scatola di proiettili, che non aveva mai usato e neppure si era mai preoccupato di denunciare e dell’esistenza di cui tutti ormai si erano dimenticati. Giacomo andò a controllare se il revolver fosse ancora al suo posto nel cassetto e scoprì che era scomparso assieme alla scatola dei proiettili. Tutto allora apparve più chiaro, anche a seguito del sopralluogo dei Carabinieri e attraverso il verbale del Sostituto procuratore della Repubblica.

La ricerca dell’assassino

I Carabinieri cercarono il presunto omicida sui versanti boscosi, ma non si riusciva a trovarlo a causa della zona impervia. Nessuno lo aveva visto e non si capiva che fine possa aver fatto, anche se il sospetto fu che possa essersi suicidato con la medesima pistola con la quale aveva ucciso Maria. Davide nel frattempo, sempre più affannato e sconvolto, dopo aver abbandonato i sentieri praticabili, entrò nel folto di un roveto. Si fermò per riprendere fiato e per calmare quell’agitazione che lo aveva preso. Era sudato e sempre più confuso. Non sapeva cosa fare. Non riusciva a frenare la paura che lo assalì e che gli fece intravedere l’enormità della tragedia e forse anche le penose conseguenze a cui sarebbe andato incontro. Come in un flash, rivide le vicende della sua vita, la sua magra esistenza. Mise una mano in tasca per prendere il fazzoletto e detergersi il sudore dalla fronte, ma incontrò invece il freddo della canna del revolver. Lo estrasse. Guardò nel tamburo. C’erano sette cartucce. Girò il revolver e vide che tre erano senza pallottola. Erano le tre che esplose per uccidere Maria. Puntò la pistola verso sé stesso…. Il 15 di ottobre, 23 giorni dopo il fatto, un agricoltore della zona transitò in groppa al suo cavallo lungo il sentiero a monte della cascina del delitto. Sentì un odore nauseabondo nell’aria e ad un certo punto il suo cavallo s’arresto all’improvviso. L’animale si rifiutò di proseguire per il sentiero e deviò verso la boscaglia. Dopo una ventina di metri, l’agricoltore si trovò di fronte al cadavere di Davide.

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