La Voce Largo ai giovani

Per permettere a un’impresa, a una forza politica con salde radici storiche, in ultima analisi a un Paese di prosperare, di restare al passo con i tempi e di non andare incontro a un lento e inglorioso declino, l’imperativo è sempre quello di puntare al ringiovanimento. Ben vengano le vecchie leve, i richiami alla tradizione sono sempre necessari per non disperdere i patrimoni di conoscenze acquisiti. Ma resta l’obbligo, per garantire la continuità, per dare nuova linfa, di preparare i giovani a essere loro i protagonisti del futuro. Perché senza di essi non vi è futuro. Nemmeno una minoranza nazionale sfugge a questa logica se non vuole che della sua presenza storica rimangano, figurativamente, soltanto le pietre.
Per la Comunità Nazionale Italiana in Croazia e Slovenia questa è una sfida di cui si parla ultimamente sempre più spesso. C’è chi lo fa magari con un pizzico di preoccupazione, c’è chi invece è convinto che la CNI con la sua verticale scolastica, con le sue istituzioni ben radicate sul territorio, sia in grado di vincere questa sfida come ha dimostrato di saperlo fare più volte in passato. La Casa editrice Edit – e con essa la Voce del popolo – è una di quelle istituzioni storiche della minoranza che più volte ha dovuto sobbarcarsi quest’incombenza e che ha dimostrato la capacità non soltanto di rinnovarsi, ma anche di essere in grado spesso di dare una mano anche ad altre realtà minoritarie, a cominciare da quelle scolastiche. Per il nostro quotidiano, come del resto per le scuole, la prima grande sfida è stata quella del depauperamento provocato nel secondo dopoguerra dall’esodo e dai sommovimenti politici. Quarant’anni dopo una nuova generazione, sfornata dalle nostre istituzioni scolastiche, lentamente, è stata costretta, piaccia o no, ad assumersi la non facile eredità dei “padri fondatori” del giornale e della Casa editrice con le sue pubblicazioni. Lo ha fatto in un periodo contraddistinto da profondi cambiamenti sociali e ideologici, dalla caduta dei Muri. E, oseremmo dire che è stata all’altezza del compito, nonostante tutte le difficoltà. Non ha sperperato il lascito precedente, non ha buttato via con l’acqua sporca delle ideologie anche il bambino e ha saputo farlo crescere in un contesto diverso, di lenta e precaria affermazione della democrazia, con la capacità di guardare avanti, di capire che era giunta l’ora di riallacciare anche formalmente i rapporti con il mondo esodato, con la piena consapevolezza che eravamo un unico popolo, per quanto diviso dalla storia. Con l’assunzione dei diritti di fondazione dell’Ente giornalistico-editoriale da parte dell’Unione Italiana, negli anni Duemila, l’attenzione per il ringiovanimento, per assicurare che anche una terza generazione fosse pronta a tempo debito a portare avanti la tradizione della parola scritta in lingua italiana in queste terre, si è rafforzata. Ogni estate diversi giovani hanno fatto capolino in redazione, hanno iniziato a imparare i rudimenti del “mestiere”, a tuffarsi in una realtà legata a doppio filo non soltanto al mondo dell’informazione, ma anche ai valori della cultura italiana e delle tradizioni italiane di queste terre. E oggi quei giovani stanno prendendo sempre più in mano i settori chiave del giornale e della Casa editrice, dimostrando spesso anche con il loro impegno nelle varie realtà minoritarie, il loro attaccamento profondo all’identità della CNI. Ogni nuova generazione, ovviamente, è portatrice di nuove idee e valori, ma il richiamo alle radici storiche resta. Questa è la sfida che l’Edit finora ha vinto e vuole continuare a vincere.

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