Il lascito di Drago Kraljević

Drago Kraljević. Foto Goran Žiković

Come avevo già rilevato nelle puntate precedenti, la nomina di Drago Kraljević alla carica di Ambasciatore croato a Roma, nel 2000, era stata una decisione presa direttamente dal primo ministro Ivica Račan. Infatti, Račan era un “aparatchik” di alto livello nella Lega dei comunisti della Croazia, e già lì aveva praticato una “politica dei quadri” molto personale. Infatti, le nomine le faceva lui direttamente e aveva un metodo molto particolare di decidere: se vedeva che la maggioranza dei partecipanti a una seduta di un forum istituzionale del Partito socialdemocratico non era propensa ad accettare una sua proposta, allora trasformava la seduta istituzionale in una riunione informale, amichevole, e la decisione la prendeva lui stesso dopo la seduta.
Così fu per la decisione di nominare Tonino Picula, il segretario dell’organizzazione del Partito socialdemocratico a Velika Gorica, alla guida della diplomazia. Poi vennero anche le nomine degli Ambasciatori. Ad esempio, come mi raccontò il mio collega alla Facoltà di Scienze politiche a Zagabria, il professor Ivan Grdešić, che deteneva la cattedra sul sistema politico croato, la sua nomina arrivò a sorpresa. A telefonargli fu lo stesso Račan, dicendogli: “Stai bene seduto sulla sedia? Allora ti comunico che andrai a Washington a fare l’Ambasciatore croato negli USA!”.
Veramente era un metodo abbastanza fuori dall’usuale, quello praticato da Račan. La nomina di Kraljević era, però, perfettamente logica dal punto di vista istituzionale: egli era il responsabile della politica estera del Partito, parlava bene l’italiano, aveva un’esperienza nel campo delle organizzazioni non governative europee che operavano in Croazia – era stato a capo dell’Ambasciata della democrazia locale del Consiglio d’Europa in Istria, e poi si era meritato la Medaglia della Guerra patriottica. Dunque era anche un reduce della Guerra patriottica, cosa non irrilevante per Račan, che usava dire: “Bisogna sapere difendersi ai fianchi”!
Purtroppo, questa sua prudenza fu anche controproducente, perché grazie alla sua politica di procrastinazione e di “difesa dei fianchi” lo avevano paragonato a Fabio Massimo, il “temporeggiatore”, il condottiero che non si lasciava attirare in una battaglia aperta con il nemico, calcolando che quest’ultimo si sarebbe consumato da sé nell’ansia di entrare in campo.
Ad ogni modo, il mandato di Kraljević fu segnato da una svolta radicale nella politica croata verso gli esuli, che fino ad allora erano trattati alla stregua di un pericolo per la Croazia indipendente in quanto pronti a risvegliare l’irredentismo italiano e le aspirazioni territoriali verso l’Istria, Fiume, Zara e la Dalmazia.
E lo conferma anche un testimone prezioso, lo scrittore Diego Zandel, figlio di esuli fiumani, che ebbe modo di conoscere Kraljević alla presentazione del libro di Ezio Mestrovich “A Fiume, un’estate”, svoltasi a Roma, nel 2002.
Zandel era uno dei relatori, chiamato dalla Società di Studi Fiumani, che figurava tra gli organizzatori dell’evento. Ed era la prima volta, rileva Zandel, che uno scrittore esule, quale egli era, presentava in un contesto ufficiale il testo di uno scrittore della minoranza italiana, uno dei cosiddetti rimasti. In quell’occasione la presenza dell’Ambasciatore Kraljević gli parve simbolica: era la testimonianza, come sottolinea Zandel, di un’attenzione che la Croazia, attraverso il suo massimo rappresentante in Italia, riponeva nei confronti di un dialogo tra due realtà – quella degli esuli e quella dei rimasti – nate dalle ferite aperte della Seconda guerra mondiale.
Ma le ferite non sono soltanto quelle, aggiungo qui io: furono aperte ancora con la Prima guerra mondiale, con la violenza fascista tra le due guerre e la violenza del regime comunista nel secondo dopoguerra. Una tragica spirale di eventi che ha lasciato moltissime ferite aperte, delle quali Zandel ne è testimone, anche se di “seconda generazione”.
Queste parole di Zandel mi avevano fatto riflettere, quando le avevo lette, nel 2009, nella prefazione scritta al libro di Drago Kraljević, pubblicato a Fiume per i tipi della casa Adamić, ora defunta, con il titolo “L’Italia, il nostro maggiore e più potente vicino”. Quel dialogo del quale scriveva Zandel, che per oltre cinquant’anni si era sviluppato soltanto a livello personale, ma non istituzionale, ora stava per materializzarsi anche per via della svolta impressa da Kraljević. Zandel e Kraljević avevano poi collaborato insieme nella pubblicazione del mensile “Croazia notiziario”, con il quale l’Ambasciata croata a Roma intendeva fornire a tutti i suoi interlocutori italiani informazioni, dati e immagini necessarie per apprendere la nuova apertura croata verso l’integrazione europea e la politica di amicizia con l’Italia. Ne è una testimonianza anche il libro di memorie dell’Ambasciatore Kraljević, il primo e finora unico libro sulle relazioni bilaterali tra l’Italia e la Croazia, e che ha visto due riedizioni, sempre ampliate e rivedute – la prima per i tipi della “Kvarner” di Novi Vinodolski, con il titolo “Un istriano a Roma” nel 2011, e poi anche in traduzione italiana per i tipi dell’Edit nel 2013. E così, avevo una base solida per seguire questo percorso, interrotto nel settennato dopo il ritorno di Kraljević in Croazia, dal 2005 al 2012, ad opera dell’Ambasciatore croato Tomislav Vidošević e del governo dei primi ministri dell’HDZ Ivo Sanader e Jadranka Kosor.

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