La domenica andando a lavorare

Foto: Hrvoje Jelavic/PIXSELL

Passata la festa, gabbato lo santo, recita un antico adagio. Piaccia o no questo detto calza a pennello anche per il periodo postelettorale. Passata la sbornia della “festa della democrazia” si ritorna con i piedi per terra e molte delle promesse roboanti fatte in precedenza cadono nel dimenticatoio, o quasi. Per fortuna, verrebbe da dire a volte, perché altrimenti spesso a trionfare, ovvero a cercare spazio nella realtà, sarebbero le sparate estremistiche con conseguenze a dir poco deleterie. Ci sono però temi e promesse che meritano di essere approfonditi anche una volta che è stata archiviata la campagna elettorale perché un fondo di verità ce l’hanno, nonostante sia meglio pure in questi casi procedere con i piedi di piombo. Uno di questi è il lavoro domenicale, ossia il possibile divieto dello stesso. Il riferimento in questo caso è soprattutto all’apertura domenicale dei negozi, in particolare dei grandi centri commerciali. Prima delle elezioni politiche in Croazia l’argomento è stato affrontato partendo da angolature abbastanza diverse dalla sinistra e dalla destra. La prima ha posto l’accento soprattutto sulle problematiche sociali e salariali, la seconda ha aggiunto l’aspetto religioso della domenica, giornata di riposo per antonomasia, da dedicare anche alla riflessione, senza scordare l’appuntamento tradizionale con i riti. Passate le elezioni il tema fatica a riemergere, complice anche la pausa estiva, ma sicuramente è destinato a tornare d’attualità. Anche per non perdere voti sul fronte cattolico, chi governa ora è apparso possibilista in merito a una stretta sul lavoro domenicale. Ma è poco probabile che ciò accada realmente. Lo lascia presagire anche un interessante commento del corrispondente da Roma dell’autorevole Večernji list, Silvije Tomašević. il quale si richiama alle esperienze del Belpaese, sottolineando che la Costituzione italiana garantisce ai dipendenti una giornata libera alla settimana. Nella legge però non c’è alcun riferimento alla domenica. Del resto, possiamo aggiungere, ciò non sarebbe possibile giacché non mancano i profili professionali che debbono comunque lavorare la domenica. E tra questi rientrano chiaramente pure i giornalisti.
Ma il vero pomo della discordia in Croazia è rappresentato dalla manodopera nei grandi centri commerciali. I piccoli negozi, anche per una sorta di tradizione di epoca socialista, spesso chiudono i battenti già il sabato pomeriggio, La manodopera negli empori, si sa, è in primo luogo femminile. Ebbene, sottolinea Silvije Tomašević, richiamandosi sempre agli esperti e alle esperienze dell’Italia, il Belpaese già presenta un basso tasso di occupazione femminile rispetto al resto dell’UE: come dire, se si dovesse precludere anche il lavoro domenicale nei negozi per le donne si ridurrebbero ulteriormente gli spazi occupazionali. E dal lavoro, in ultima analisi, come per tutti, dipende anche la parità di diritti, l’autonomia delle donne nella società. Sintomatica la conclusione del Večernji list: il divieto del lavoro domenicale sarebbe un passo indietro, dal sapore quasi medievale: “Chi vuole andare a messa troverà comunque il tempo per farlo”.
Tutto lascia ritenere che, come nel caso dell’aborto, anche il tema della domenica lavorativa rimarrà in Croazia nella sfera del dibattito sui massimi principi. Se il legislatore dovesse intervenire per qualche motivo di opportunità politica ci sarebbe sempre il “salvagente” della Corte costituzionale, come accaduto già in passato, con i richiami doverosi ai principi della libertà e del diritto al lavoro. Senza scordare i contraccolpi economici di eventuali divieti: chiudere i centri commerciali la domenica in un Paese come la Croazia, con frontiere lunghissime, con grandi città situate non lontano da Paese che tengono aperti gli empori per tutto l’arco della settimana, non avrebbe troppo senso. Non farebbe che favorire lo shopping domenicale oltreconfine, con le inevitabili perdite erariali. E su quest’ultime sono sensibili tutti, dalla sinistra alla destra.

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