IL CALAMO Vincono senza far rumore

Diodato ha vinto con Fai rumore

Il vincitore del Festival di San Remo 2020 è stato il 38enne Antonio Diodato, in arte Diodato. Che per la 70a edizione si siano coinvolti pure Dio, i santi e l’Amore, forse, non è un caso, in tempi di profonda crisi valoriale. In quest’ottica, il conservatorismo neoreligioso, espresso più o meno inconsciamente dalla direzione del Festival, ha un che di sconcertante. Il vincitore, manco a farlo apposta, era un predestinato già per il solo nome: nell’onomastica clericale, tra i “dati da Dio”, si ritrovano infatti numerosi papi, cardinali, vescovi, abati, sacerdoti, monaci e santi (Adeodato, Deodato, Diodato). Coincidenza singolare, ma il vincitore si chiama così, dunque, la sua, non è una provocazione: è destino. Che poi un altro cantante abbia deciso di omaggiare proprio S. Francesco, reinterpretando un episodio legato alla sua biografia (quello della spogliazione dai beni materiali), fingendo di denudarsi mentre si stringeva in sé stesso come se avesse dimenticato di passare prima alla toilette (ma perché, poi, non si è denudato per davvero, come illustrato da Giotto negli affreschi della Basilica di Assisi? Come si gridava già a Roma, in attesa dell’apertura dei giochi in arena, il pubblico vuole sangue – cose vere), ha in verità del tenero. Come i tanti baci, sfiorati o allusi, scambiati o tra donne o tra uomini sul palco dell’Ariston. Amori toccanti, letteralmente. Peccato che l’imitatore del santo porti un nome meno fausto del vincitore, ma magari è meglio non ricordarglielo (l’Achille Lauro fu un transatlantico varato nel 1946; trasformato in nave da crociera, fu dirottato nel 1985 per poi naufragare, nel 1994, a seguito di un incendio al largo della costa somala, dove da allora giace inabissato a ca. 5.000 m di profondità). Il vincitore, si è detto, canta l’Amore. Lo conferma la videoclip: pulita e semplice, cosa rara di questi tempi. Un omaggio a quella purezza mistica di cui si è in cerca, in una landa (la nostra società) desolata, sempre più colma di vuoti e ipocrisie, inquinata da volgarità e idiozie. Colpisce un verso: E non lo so se mi fai bene/Se il tuo rumore mi conviene. Guido Guinizzelli, promotore del movimento poetico italiano del Dolce Stil Novo che, a metà del ‘200, con la sua canzone-manifesto Al cor gentil rempaira sempre amore, decantava la donna-angelo, di certo avrebbe difficoltà a cogliere la gentilezza in questi nuovi versi. Chissà a qual genere di “rumori” assocerebbe la donna d’oggi, dovendosi riallacciare al verso d’apertura Sai che cosa penso/Che non dovrei pensare/Che se penso sono un animale. Appunto. Meglio non pensare, né dire. Otto secoli dividono i due autori, eppure, più che proporre uno stile nuovo, a San Remo pare si sia preferito tornare allo stile bruto. Le femmine umane, da che mondo è civiltà, hanno preferito gli oli profumati ai rumori. Curioso che proprio di rumori, odori e convenienza si parli anche altrove, con la differenza che l’attenzione mediatica per la colonizzazione della cimice marmorata (o asiatica) dell’Europa, interessi meno o per niente. L’11 febbraio a Cles (Bolzano), alla 23.esima edizione della giornata “La frutticoltura delle Valli del Noce”, organizzata dalla Fondazione Edmund Mach, si sono riuniti oltre 300 frutticoltori, tra cui il Consorzio Melinda e Apot, per discutere dell’invasione di un insetto alieno, responsabile della devastazione dell coltivazioni di mele, pere, ciliegie, nocciole, pesche, albicocche, olive e persino kiwi in Emilia, Veneto, Friuli, Toscana, Lombardia, Piemonte e di recente in Sardegna. La cimice asiatica è arrivata dalla Cina nel 2012, negli USA nel 1998. Mercoledì scorso, alla Fieragricola di Verona, la Coldiretti ha preannunciato la disfatta per centinaia di aziende agricole a breve. Il ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova ha approvato l’introduzione della vespa samurai (cinese pure quella) che, insediando le proprie larve nelle uova della cimice, ne preverrebbe la proliferazione. La vespa segue l’odore della femmina per localizzarne le uova, ma in assenza di olezzi a lei geneticamente familiari, punterà le cimici nostrane, considerate invece buone. Gli esperti non valutano le ripercussioni ambientali. Parlano di urgenza per “parare il male minore”. Ma ci conviene liberare la vespa samurai dai laboratori, o no? Qualcuno l’ha già fatto. Poi, per arginare quella, magari si ricorrerà al calabrone del dragone sacro. Intanto il 22 gennaio la Finanza ha sequestrato a Padova 9.420 kg di carne infetta cinese (peste suina); per via dell’inquinamento industriale della Cina, e dunque del surriscaldamento dell’atmosfera che ha portato a un aumento del tasso di umidità dell’aria, sono proliferate a dismisura le locuste che, dirigendosi a ovest, stanno flagellando l’Africa orientale, già in ginocchio per altre penurie; la stessa umidità ha poi acutizzato la diffusione della malaria, che negli ultimi 25 anni ha prodotto oltre 20 milioni di vittime. E poi c’è il coronavirus. Ecco il battaglione dei piccoli vincitori che non fanno rumore, ma danni gravi su scala globale sì. Quando saranno loro, a spogliarci, devasteranno anche quel costumino attillato anni ’50 color carne, tutto brillantini e luccichii. Ma senza far rumore. A loro conviene.

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