ROBE DE MATTEONI Anche le big hanno paura

All’epoca avevo 21 anni. Un periodo di spensieratezza e pieno di speranze per il futuro. A essere precisi quello immediato, perché a quell’età pensi soltanto a come spassartela bene. Ogni giorno. Gli anni ‘80 erano un mondo nuovo, inesplorato: musica, film, moda, libertà di pensiero… Era come se si aprissero, giorno dopo giorno, nuovi cancelli della vita per un
immenso spazio ricco di novità… Anche il calcio era un’altra cosa. Mi soffermo su un giorno del 1983. Eravamo a dicembre. Il Natale non era “popolare” come lo è oggi, anche se a casa i miei ci tenevano eccome.  Noi, generazione “influenzata” dal socialismo, pensavamo che il giorno più importante di dicembre era la notte di San Silvestro… Siamo al 21 dicembre. Si giocavano le ultime  partite di qualificazione per l’Europeo 1984
in Francia. L’ex Jugoslavia aveva ancora una chance di centrare la promozione. Allo stadio
Poljud, costruito quattro anni prima per i Giochi del Mediterraneo, c’era una grande atmosfera nonostante il tempo inclemente. Il campo, dopo qualche minuto di Jugoslavia-
Bulgaria, si era trasformato in fango. A quei tempi era normale che i terreni di calcio fossero pieni di pozzanghere dopo la pioggia. Non esistevano gli ibridi, ovvero campi con miscela di erba artificiale e naturale come oggi. L’ex Jugoslavia era costretta a vincere, la
Bulgaria pure in quanto il pari avrebbe favorito il Galles. Eravamo al 90’, in situazione di parità. Ricordo bene che mi alzai dalla sedia in cucina rifilando un calcione al divano. I miei non mi rimproverarono, consapevoli che i tifosi come lo ero io se la prendono sempre con qualcuno. Zoran Simović, portiere della Jugoslavia, negò il gol ai bulgari: ero sicuro che l’arbitro avrebbe fischiato la fine dopo la rimessa. La palla arrivò però sulla sinistra a Zlatko Vujović che la mandò in area. A quel punto il leggendario telecronista Mladen Delić andò in tilt dopo il gol di Ljubomir Radanović con un’inzuccata da 5-6 metri. Goooool, gridammo anche a casa mia e io diedi un calcione ancora più forte al divano, questa volta per la felicità e incredulità. All’ultimo secondo l’ex Jugoslavia vinse e si qualificò agli Europei.
Sono passati 38 anni e domenica scorsa mi parve di rivivere quel giorno. Stesso stadio,
spalti gremiti e grandi attese. I russi come avversari ai quali basta il pareggio, la Croazia che deve vincere per andare al Mondiale. E poi la pioggia. A Spalato pioveva e pioveva, ma un po’ tutti eravamo sicuri che il terreno, nuovo di zecca con un manto ibrido di nuova generazione, avrebbe retto. Dopo mezz’ora si è trasformato in un campo di patate e nella ripresa in acquitrino. All’80’ vedevo già aleggiare lo spettro della depressione per la mancata qualificazione ai Mondiali. La Croazia, vicecampione in Russia nel 2018 anche a spese degli stessi russi, proprio contro gli “orsi” avrebbero perso l’occasione di difendere l’argento.
Oggi faccio il giornalista. Per rispettare i tempi di consegna stavo già battendo il pezzo. Ma ecco un traversone senza pretese di Sosa: vari giocatori non arrivano sul pallone, ma poi sullo stesso ci inciampa Kudryashov, il quale devia nella propria porta per il più classico degli autogol. Il Poljud esplode come 38 anni fa, sul fango del terreno di nuova generazione. Troppo debole la Russia per impensierire la Croazia. Poi il terreno “impossibile” si trasforma da nemico in alleato. Arriva il fischio finale, con la Croazia che va in Qatar per la sesta partecipazione su sette ai Mondiali. Che successo…
Negli anni ‘80 l’Italia era sempre l’alternativa per dare sfogo alle proprie emozioni. Quando
la Jugoslavia cadeva, gli azzurri diventavano la “nostra” squadra. Nel 1982, quando fischiarono un rigore a Zajec per fallo sui 20 metri, la Jugoslavia fu derubata e se
ne tornò a casa. L’Italia di Bearzot, Rossi e Pertini rimase in Spagna con tre pareggi nel gruppo. Pensai che anche loro erano spacciati. Argentina, Brasile, Polonia, Germania: ma come si fa? Eppure gli azzurri vinsero il titolo. Dopo la Croazia, ecco che l’Italia di Mancini
rischia di non andare il Mondiale. È campione d’Europa, ma in Irlanda del Nord è stata fermata come nel 1958. Un pari che costringe la squadra di Mancini agli spareggi, mai così complicati come lo saranno la prossima
primavera. Ma perché gli azzurri, così forti, sono diventati ora così deboli? Sembra che abbiano preso preso le brutte abitudini dei croati. Nel 1998 e nel 2018, quando la Croazia salì sul podio mondiale, le feste e le celebrazioni durarono mesi. Nel 1999 non arrivò la qualificazione per l’Europeo 2000, ma lì “l’alternativa” azzurra ci fece tornare il gusto di ammirare l’Italia in finale. Tre anni dopo il Mondiale in Russia pareva che la finale di Mosca non permettesse più alla Croazia di
concentrarsi sul futuro prossimo. A dieci minuti dalla fine il Qatar sembrava solo un sogno. Ma un’Italia che perde due punti contro la Bulgaria in casa, che non batte la Svizzera anche se al 90’ ha il rigore che vale il visto Mondiale e non ha nemmeno la forza di vincere con l’Irlanda del Nord non me la spiego proprio. Adesso resta soltanto la paura degli spareggi, che durerà quattro mesi. Il nuovo calcio, con nuove date, cambiamenti forzati e non solo per colpa della pandemia, sembra volere favorire i ricchi, che ad ogni costo hanno portato il Mondiale in Qatar. L’Italia ora ha paura. Quattro anni fa aveva perso lo spareggio contro la Svezia, guardando da casa la rassegna iridata in Russia. In molti tifavano Croazia. Adesso però c’è la reale paura che un altro Mondiale porti l’Italia a rivivere quella traumatica esperienza. Loro che la Coppa del Mondo l’hanno vinta ben quattro volte. I grandi possono e devono avere paura perché oggi è normale che i piccoli possano farcela. La Croazia è un esempio lampante, con sei promozioni su sette cicli. Grande Croazia e soprattutto Forza azzurri…

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