«Anna, balla»: risultato indecifrabile e insensato

La giovane danzatrice Anika Cetina ha portato in scena una coreografia ispirata alla tragica morte di Vitomir Jovičić Simke nel 2009

Anika Cetina in “Anna, balla”

È iniziata lunedì scorso la sesta edizione del Festival Periskop, dedicato alla danza contemporanea e all’arte circense. Il programma, inaugurato con lo spettacolo “Gore” dell’Ensemble di danza di Zagabria (ZPA), proseguirà fino a sabato 4 settembre portando in scena complessivamente sei performance artistiche e un’interessante offerta arricchita.

Inaugurazione con standing ovation

La sesta edizione della rassegna organizzata e promossa dall’Associazione Prostor Plus di Fiume, aperta con grande stile grazie alla magnifica esibizione dello ZPA (premiata con lunghe standing ovation del pubblico!), è proceduta martedì con due spettacoli in due location diverse di Fiume, pianificati in modo da permettere a tutti gli interessati di assistervi senza grandi difficoltà logistiche. Prima della rappresentazione di “Individue(t)” di Lara Frgačić ed Endi Schrötter alla Casa croata di Cultura (HKD), presso la scena della Filodrammatica la giovane danzatrice fiumana Anika Cetina ha portato in scena “Anna, balla”. La performance, da lei diretta e coreografata, si ispira alla tragica morte di Vitomir Jovičić Simke, che nel 2009 ha sconvolto profondamente i cittadini di Fiume, riprendendo al contempo alcuni dei motivi di “Psicosi delle 4 e 48” (4.48 Psychosis) della controversa drammaturga britannica Sarah Kane, nonché determinati versi della canzone “Sciccherie” della cantante italiana nota con lo pseudonimo di Madame: si tratta, tuttavia, di considerazioni formulate a priori dalla stessa autrice della performance che, se non fossero espressamente specificate nella scheda esplicativa dello spettacolo, farebbero fatica a raggiungere lo spettatore in maniera inequivocabile. Infatti, se è vero che la somma di tali avvenimenti e fonti letterarie, in una performance basata sulla danza contemporanea, può sembrare piuttosto azzardata, se non addirittura inesplicabile e insensata, è altrettanto vero che il risultato finale si presenta ugualmente indecifrabile e, a momenti, sfiora il fastidio.

La morte di un personaggio-simbolo di Fiume per mano di un bruto crudele e vigliacco è già di per sé un discorso che merita un approccio sobrio e delicato al fine di evitare di sminuirne il peso e l’importanza, mentre l’utilizzo di parole ricavate dall’ultima opera scritta di una drammaturga afflitta da depressione clinica (che si tolse la vita immediatamente dopo averla completata) portano con sé, necessariamente, un bagaglio di simboli e significati che di conseguenza conferiscono allo spettacolo un’impronta particolare. La giovane danzatrice fiumana, seppur con buone intenzioni, sembra approcciarsi alle sudette tematiche senza la giusta dose di rispetto, dedizione e approfondimento, che queste indubbiamente richiedono. Esibendosi senza un accompagnamento musicale, ma optando invece per il suono del corpo in movimento – che si scontra con le pareti e il pavimento dello spazio teatrale – e quello della sua stessa voce, l’artista cerca di concentrare tutta l’attenzione dello spettatore su di sé.

Relazione unidirezionale

Ciononostante, la relazione tra la scena e la platea che viene a crearsi (o meglio dire, stenta a crearsi) è unidirezionale, con un verso che parte non dal performer, bensì dal pubblico: la danzatrice, piuttosto che voler trasmettere un messaggio, mostrare una condizione o semplicemente dar vita a un evento performativo condiviso con gli spettatori, non sembra intenzionata a rapportarvisi. In altre parole, a vedere “Anna, balla” si ha la sensazione di assistere a un training di danza, a un’improvvisazione o a dirittura a uno sfogo di frustrazioni. In questo caso, la rappresentazione di fronte a un pubblico pagante risulta, dunque, discutibile, se non persino superflua.

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