Pesca. Questa strana primavera mette sottosopra anche il mare

Danilo Latin del Gruppo d’azione locale fa il punto sulla preoccupante situazione

L’ultima mareggiata ha portato a riva centinaia di pinne nobilis morte

Davvero strana questa primavera, che sta creando problemi anche alla pesca, dopo averli già provocati all’agricoltura inondando i campi e rallentando la semina. Aprile è stato uno dei mesi più freddi degli ultimi trent’anni. Maggio non è da meno. Le cose non vanno bene nemmeno in mare.

 

Stando al presidente del Gruppo d’azione locale per la pesca (FLAG), Danilo Latin, negli ultimi tempi troppe cose sono cambiate. Per esempio, la pesca della seppia. Un tempo se ne pescavano davvero tante, anche esemplari di oltre un chilogrammo, soprattutto nella zona tra Umago e Salvore. Oggi, nelle reti si trovano soltanto degli esemplari piccoli, per un peso complessivo di qualche chilogrammo. Per la pesca della seppia servono le reti dette tremaglie, cioè quelle con le “sarbere”. Sia come sia, il pescato è diminuito gradualmente nel corso degli anni, al punto da determinare un impoverimento del settore della pesca.

Pesce misto per il brodetto

Strani fenomeni

Latin, in continuo contatto con i biologi marini, ci ha detto che in mare si verificano anche fenomeni preoccupanti, come la moria della pinna nobilis. Le mareggiate autunnali e invernali hanno creato un vero e proprio cimitero di pinne nobilis nella valle di Pozioi, dove le correnti hanno trascinato centinaia di esemplari vicino al molo del porticciolo locale.

Sono sparite anche le mormore, che in primavera erano sempre molte, e che si pescavano con le poste, cioè con le reti che si calavano la sera e si alzavano al mattino. Un pesce abituale di stagione, saporito e purtroppo quasi sparito. Invece di 10-20 chilogrammi di pescato, oggi ci si deve accontentare di trovare nella rete appena uno-due pesci. Si pescano anche qualche cefalo, da fare arrosto o in brodetto, qualche “granziporo” e poche seppie, vendute da 50 a 70 kune al chilogrammo. In pescheria, naturalmente, i costi salgono.

Molto al largo, come ci ha raccontato Latin, si possono catturare qualche sogliola e qualche palombo, ottimo fritto, o arrosto. Parliamo di pesca sul filo delle 12 miglia, dunque con uno sforzo di pesca non indifferente, che costa, sia perché le barche devono essere più grandi, sia per il consumo di gasolio, che aumenta.

Astici appena pescati, buoni e… cari

Una stagione povera

Generalmente, la primavera era una delle stagioni più redditizie, ma da anni il pescato si è ridotto notevolmente. Si pesca lungo la costa, con le barracuda, reti semplici, qualche cefalo e qualche “orada”, anzi meglio sarebbe dire “oradela”, perché la pezzatura è sotto ai due etti. Dunque, si tratta di pesci che devono ancora crescere qualche mese.

Va detto che non ci sono problemi di mercato, come lo scorso anno: si vende tutto, senza problemi e a prezzi non certo popolari. Il fatto è che la pandemia ha fatto chiudere o ha ridotto non soltanto la grande ristorazione, ma anche il turismo e per questa ragione il pescato quasi sempre finisce esportato.

”Bisogna mettersi il cuore in pace – ammette Latin –. Il cambiamento climatico è serio e influenza anche il mare. Negli ultimi trent’anni le cose sono completamente cambiate, purtroppo in peggio e questo per noi è fonte di grande preoccupazione. Sono sparite per esempio la posidonia e altre alghe. La colpa non è certo del pescatore, ma del mare. Oggi c’è solamente il 10 p.c. della posidonia che c’era prima, mentre in Adriatico sono arrivate alghe alloctone e sono arrivati granchi e pesci di altri mari. Possiamo citarne tanti, ma non c’è bisogno, perché oggi grazie ai media si sa tutto e subito.

Le nostre preoccupazioni, sia come pescatori che come Gruppo d’azione locale per la pesca ‘Pinna nobilis’ sono fondate e supportate dai biologi; per questo l’incertezza è tanta e riguarda anche il futuro della pesca e molti posti di lavoro”.

Quello della pesca non è certo un lavoro facile

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