Mercato coperto: senza i bar il primo piano potrebbe chiudere

Un paio d’anni fa tutti e 24 i locali erano in affitto. Ora, complice anche l’emergenza Covid, sono quasi tutti chiusi e dell’interesse dei possibili affittuari non c’è neanche l’ombra

Il primo piano del Mercato coperto desolatamente vuoto

C’erano la mortadella italiana, i formaggi stagionati, le paste fresche, i panini appena sfornati, le pinze, la scatolette di pesce, il prosciutto, la tavola calda, il bar dietro l’angolo. Ce n’era abbastanza per fare le compere, lo spuntino, l’aperitivo, le due chiacchiere di rito tra chi compra e chi vende. Un microcosmo di commercio all’antica: senza carrelli, senza code chilometriche alle casse, senza prenotazione del posto in coda, senza buoni sconto, senza il frastuono tipico dei supermercati. Beh, tutto questo non c’è più. Al piano superiore del mercato coperto che divide piazza Primo maggio da piazza del Popolo sono sopravvissuti in pratica solo i bar. Quelli col servizio a buon mercato, che servono di norma i pensionati, la terza età, tutti quelli con i soldi contati.

Renato Perc

Una crisi dietro l’altra
Povertà si somma a povertà in tempi di crisi economica. E qui “al piano” le crisi si susseguono una dietro l’altra senza lasciare un attimo di tregua a quanti cullavano il sogno di poter fare affari tranquillamente fino al giorno del pensionamento. Tante sono le ragioni che hanno spinto gli artigiani, i commercianti e le ditte a disdire l’affitto. Un primo colpo da parare è stata la crisi del 2008, quella della bolla finanziaria e del mercato immobiliare. Poi sono finite in bancarotta le industrie del porto e hanno traslocato gli uffici della pubblica amministrazione. A un certo punto, con l’apertura del centri commerciali nella periferia, il commercio minuto nel centrocittà si è ridotto all’osso e, last but not least, due lockdown dovuti al coronavirus hanno inferto a piazza del Popolo il colpo di grazia, conficcandogli, come si usa dire, l’ultimo chiodo sulla bara.

La scalinata laterale che porta al piano

Saracinesche abbassate
Morale della favola: con l’eccezione dei bar degli anziani, le saracinesche sono tutte abbassate. Anche la cucina didattica è più chiusa che in funzione. Dopo l’allentamento delle misure epidemiologiche in marzo, la direzione della società che gestisce i mercati municipali ha cercato di darle un po’ d’ossigeno, chiamando a raccolta la stampa. Ma a parte le consuete dirette radiofoniche per un paio d’orate in padella e una pizza margherita al forno, poca autentica attività si registra anche in quest’angolino arredato con i soldi dell’Unione europea per promuovere le ricette, gli ingredienti e le tradizioni locali mitteleuropee e mediterranee della cucina polese e istriana. “La verità è che se non ci fossero questi pochi bar e la rivendita di formaggi, potremmo chiudere a chiave il piano superiore e sarebbe lo stesso”, confessa il direttore Renato Perc, che in questi ultimi anni le ha studiate tutte pur di trattenere in centro artigiani, commercianti e clienti, ma senza successo di sorta. Ci sono tendenze, migrazioni e fenomeni demografici che nessuna politica aziendale riesce a invertire quando l’evento sia innescato. Il coronavirus è stato soltanto l’ultimo degli eventi scatenanti di questa desolazione infinita, l’ultimo in una catena di cause ed effetti che – ora, col senno di poi, possiamo riconoscerlo – ha condotto allo svuotamento del centro storico e quindi inevitabilmente anche allo svuotamento dei suoi mercati.

Un’immagine emblematica: tutto chiuso

Tutto è soggetto a trattative
“Certo che sono scontento – dichiara Perc -, è ovvio: due anni fa tutti i locali erano in affitto, dico tutti e 24, mentre oggi non si trova un locatario nemmeno a cercarlo con la lente d’ingrandimento. Se questa crisi della pandemia finisce, forse un po’ alla volta cominceranno a farsi avanti anche i nuovi locatari. Niente è fisso al piano, le pareti divisorie dei locali si possono spostare di qua e di là, secondo le esigenze di spazio dei commercianti. Superfici e canoni d’affitto sono soggetti a trattative e quindi si può anche negoziare”, spiega il direttore che a suo tempo aveva cullato il sogno di sbaraccare i commercianti e fare posto ai ristoratori, copiando il modello dei celebri mercati storici di Firenze e Lisbona. C’era un progetto pilota con tanto di incartamenti e simulazioni da inviare all’UE per avere i soldi necessari a compiere il passo decisivo. Ma niente da fare. La pandemia ha mandato tutto a monte. I commercianti hanno chiuso e se ne sono andati per conto proprio e i ristoratori non ne hanno preso il posto. Ora è quel che sappiamo. Così vanno i destini degli uomini e del commercio: anche un virus è in grado di fermare il mondo per un anno o due. Il sogno di Perc è sempre in anticamera: l’anno scorso si sono andate moltiplicando le perdite, quest’anno trascorrerà nel tentativo di saldare i debiti. Forse il prossimo si potrà tornare a proporre all’UE il progetto gastronomico-alimentare della street food e della cucina locale al piano della storica struttura con locali di nicchia e chioschi della buona tavola casereccia a basso costo, secondo il modello fiorentino. La pazienza – dicono – è la virtù dei forti. Ora come ora, la pazienza è tutto ciò che abbiamo.

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