Il brutto anatroccolo di Veruda

Uno dei più popolati rioni cittadini negli ultimi anni ha tratto i maggiori benefici in fatto di opere pubbliche, a partire da piazza Re Tomislav. Ma il supermercato è rimasto intrappolato negli anni Ottanta ed è come un pugno nell’occhio

Mentre il resto del rione si evolve, l’emporio è rimasto intrappolato negli anni Ottanta

Il resto del rione si evolve, il supermercato, invece, è rimasto intrappolato negli anni Ottanta. Siamo a Veruda, in via Tomasini. Il rione urbano, che negli ultimi anni ha tratto i maggiori benefici in fatto di opere pubbliche, letteralmente risplende. Piazza Re Tomislav è stata lastricata, il mercato ortofrutticolo riqualificato, le facciate dei palazzi circostanti si vanno lentamente ricostruendo, i servizi pubblici non fanno una grinza. Da qui a pochi passi è spuntato nel giro di un anno e mezzo un polo natatorio con tre piscine coperte, palestra, sauna, bar, parcheggio. Da qui a meno di un chilometro è sorto dal nulla un centro commerciale a sei livelli e l’opera ha aperto le porte alla bonifica completa della cava di pietra di Stoia. Da qui a un paio di chilometri il gruppo Park Plaza investe milioni nella riqualifica degli alberghi e ormai sarà presto il turno dell’Hotel Brioni. Ma qua ci troviamo ancora di fronte a un relitto del vecchio ordinamento socialista che, per inciso, avrà anche avuto i suoi pregi nei campi dell’istruzione e della sanità, ma quanto al commercio e all’industria, non ha mai trovato il modo di cavarsela senza il decisivo apporto del capitale.

Demolire e ricostruire

Vediamo un po’ in che stato versa l’edificio che negli anni Ottanta vendeva il fior fiore degli elettrodomestici, della cartoleria e del vestiario all’epoca disponibile sul mercato jugoslavo. La facciata del livello superiore è letteralmente disgustosa, e ci sia concesso il termine, che normalmente non useremmo, perché in questo caso calza a pennello. Quelle che erano state delle vetrine, si trovano in un grado di devastazione tale che per salvare capra e cavoli non ci sarebbe altro modo che demolire e ricostruire. Di resistente, su questa facciata dell’orrore, si possono trovare soltanto le piastrelle in stile mosaico, azzurre, di quelle che si usavano un tempo per rivestire le piscine all’aperto degli alberghi in riva al mare. Quelle sì che resistono a ogni urto, ma a decenni di distanza, di mode ne sono cambiate, e ciò che un tempo pareva o era bello sul serio, oggi appare brutto ed è brutto per davvero. Ma tant’è.

Carcasse d’automobili

Non basta. Attaccate alla facciata si trovano persino carcasse d’automobili che i vigili urbani farebbero bene a far rimuovere. Le scale? Le lastre di pietra che coprono i gradini in cemento si vanno lentamente frantumando e nessuno provvede a sostituirle. Gli interni? Metà piano è ancora occupato da un marchio d’abbigliamento tedesco di bassa lega, l’altra metà è deserta. È stato abbandonato due anni fa da un negozio di mobili che ha deciso di chiudere dopo avere perso quasi tutti i clienti in questa topaia. Da allora a oggi nulla è cambiato e nulla cambia, tranne il fatto che le ragnatele si moltiplicano, gli insetti pure, e forse persino i roditori. Formalmente il locale è in attesa di un nuovo locatore. L’attesa si prospetta piuttosto lunga.

Lunga vita al seminterrato

Il seminterrato fa una vita migliore perché gli affittuari, meglio assortiti, resistono nonostante tutto. Un istituto di credito a raggio d’azione limitato (regionale), il negozio di alimentari, la pescheria e il bar, non se ne sono ancora andati perché, dopotutto, questa è una zona di commercio ed è ancora possibile fare affari. A proposito di affari, forse i migliori se li è assicurati il gestore dei servizi igienici, ora privatizzati a loro volta. La signora che ha “rilevato” il gabinetto, lo tiene in ordine, sempre pulito e profumato, e in cambio non chiede che 2 kune di entrata. Una cosa è certa: la banca, il bar, i servizi e il negozio del pianterreno non falliranno mai, anche perché sono strettamente legati all’adiacente mercato ortofrutticolo, che ora è più frequentato che mai da quando la piazza è stata elegantemente lastricata e asfaltata. Un tempo monopolista del commercio istriano, l’Istra export-import è una società agonizzante da almeno vent’anni a questa parte. È davvero incredibile che esista ancora. Sia che si tratti dei grandi magazzini in piazza del Popolo, sia che si tratti degli empori di Veruda, di Stoia e di Siana, l’azienda sembra aver fatto del degrado il suo marchio di fabbrica. Di società peggiori se ne sono viste ben poche in città. Eppure continua a deliziarci esibendo alla città e al mondo i resti del suo patrimonio da rottamare.

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