«Siamo nel pieno di una crisi climatica»

Se entro il 2050 la temperatura media globale dovesse aumentare di 2 gradi rispetto all’epoca pre-industriale, le conseguenze sarebbero davvero devastanti

Scene come questa ai Mercati di Fiume, sono destinate a ripetersi con maggiore frequenza in futuro. Foto Goran Kovacic/PIXSELL

“Più che cambiamento climatico, oggi è più corretto parlare di crisi climatica”. Parola di Dunja Mazzocco Drvar. La nota meteorologa lo ha messo subito in chiaro all’inizio della lezione “Thunderbolt and lightning very very frightening me!”, tenutasi nel Centro culturale Gervais di Abbazia. Nel corso della serata sono stati illustrati alcuni dei possibili scenari qualora entro il 2050 la temperatura media globale dovesse aumentare di 2 gradi rispetto all’epoca pre-industriale. E le conseguenze sarebbero a dir poco inquietanti, se non apocalittiche.
“I primi studi sui cambiamenti climatici indotti dall’uomo risalgono al 1896 quando un gruppo di scienziati svedesi presentò i loro risultati sulle emissioni di CO2 e sulla concentrazione dei gas serra in atmosfera – racconta l’esperta originaria di Zagabria –. Da allora sono seguiti oltre 120 anni di studi che hanno dimostrato non solo che i mutamenti climatici sono realtà, ma pure che il surriscaldamento globale è antropogeno, quindi causato dall’uomo. Dopo gli Accordi di Parigi, con cui si è cercato di contenere l’aumento della temperatura di 2 gradi, nel 2018 a Katowice abbiamo corretto il tiro a 1,5 gradi perché ormai era chiaro che con il primo limite saremmo giunti a un punto di non ritorno. Attualmente siamo arrivati a 1,1 gradi e manca quindi pochissimo alla nuova soglia. Ma prendiamo lo scenario più drammatico, quello dei 2 gradi: in questo caso la probabilità di avere da qui al 2050 un’estate completamente senza ghiaccio nell’Artico è dell’80 p.c”.
Meteotsunami
Lo scioglimento delle calotte polari rischia di provocare effetti devastanti. Primo fra tutti l’innalzamento del livello di mari e oceani. Per quanto riguarda la Croazia, in questo caso le conseguenze più pesanti interesserebbero l’Istria e il Quarnero.
“Tra le località insulari più a rischio troviamo, in quest’ordine, Cherso, Lussinpiccolo, Lussingrande, Veglia, Arbe e Loparo. Viceversa, tra quelle costiere in cima alla lista ci sono Umago, Cittanova, Pola, Fiume e Buccari. Senza tralasciare il fatto che i fenomeni stanno diventando sempre più estremi e anche un evento raro come il meteotsunami (una repentina e imprevedibile variazione del livello del mare, nda) potrebbe verificarsi con una maggiore frequenza inondando le aree costiere”.

La meteorologa Dunja Mazzocco Drvar durante la sua relazione ad Abbazia. Foto Željko Jerneić

Virus e batteri congelati
E poi c’è un altro aspetto alquanto preoccupante, ma troppo spesso sottovalutato, legato al surriscaldamento globale. “Lo scioglimento del permafrost sta liberando virus e batteri rimasti congelati per migliaia di anni, come avvenuto nel 2016 quando dal permafrost siberiano venne liberato il batterio dell’antrace. Ma ci sono anche tanti altri sopravvissuti nel ghiaccio, come ad esempio i batteri responsabili di tetano e botulino. Non dimentichiamo inoltre che l’aumento delle temperature favorisce le migrazioni di alcune specie di zanzare, che dalle loro zone d’origine si estendono ad altre, tant’è che l’area favorevole alla diffusione della malaria crescerà di un quarto entro il 2050. Alcuni ricorderanno come due anni fa a Zagabria alcune persone finirono all’ospedale a causa della febbre del Nilo occidentale: ebbene, oggi in Croazia l’incidenza di infezione di questa malattia varia dal 2 al 6 p.c., mentre nel 2050 salirà al 50 p.c. Ciò significa che se due persone verranno punte, una di esse finirà dritta in ospedale. Alcuni studi hanno inoltre dimostrato una correlazione tra l’Alzheimer e l’inquinamento, altri ancora indicano come già entro il 2030 la metà della popolazione europea sarà allergica a qualcosa.
Specie invasive
Un altro problema riguarda la perdita della biodiversità. La varietà di specie animali e vegetali sta infatti scomparendo a un ritmo allarmante. “Entro il 2050 scomparirà l’8 p.c. dei mammiferi, il 18 degli insetti, il 16 di uccelli e piante. E non va meglio neppure nel nostro Adriatico dove l’aumento della temperature fa proliferare specie invasive come alghe e pesci tipici di mari tropicali, che stanno distruggendo l’habitat delle specie autoctone condannandole all’estinzione. Altre stime indicano poi come le aree bruciate nella fascia mediterranea aumenteranno addirittura del 62 p.c.”.
La Nutella avrà un altro sapore
Tuttavia, inondazioni, perdita di biodiversità o il caldo non saranno la conseguenza più grave del global warming. “La cosa peggiore che ci potrebbe capitare è la carenza di cibo. Inverni e primavere sempre più caldi favoriscono il diffondersi di parassiti in grado di distruggere interi raccolti, alcuni dei quali ci mettono anni prima di riprendersi. In Croazia le superfici destinate all’agricoltura si ridurranno dal 3 all’8 p.c., mentre i danni ai raccolti di frumento saranno superiori a 100 milioni di kune ogni anno. È quasi superfluo ricordare che il cibo non lo troveremo più nel mare perché molte specie non saranno in grado di sopravvivere all’aumento della temperatura e della salinità. Anche la nostra cara Nutella non sarà più la stessa. Per due motivi: il primo sono le nocciole, la cui produzione sta diminuendo; il secondo motivo riguarda invece l’olio di palma per il quale stiamo disboscando foreste intere. Ovviamente non potremo più farlo e quindi la Ferrero sarà costretta a trovare un’alternativa. Insomma, in futuro la Nutella avrà un altro sapore”.

La tromba d’aria di pochi giorni fa tra Cherso e Veglia

Notti tropicali nelle Alpi
Infine, quando si parla di fenomeni atmosferici, esperti e mezzi d’informazione tendono a bollarli con l’aggettivo record. Indipendentemente che si tratti di caldo, freddo, pioggia, vento o mareggiate. “Gli eventi saranno sempre più violenti ed estremi. In futuro, almeno una volta ogni cinque anni, il 7 p.c. della popolazione mondiale sarà esposto a un’ondata di caldo estrema, come quella che nel 2012 uccise migliaia di persone in Francia. Nel Mediterraneo le ondate di calore dureranno 26 giorni in più, il che vuol dire che avremo praticamente un mese estivo in più, mentre nelle Alpi avremo mediamente 13 notti tropicali in più, ossia notti in cui la temperatura non scende sotto i 20 gradi”, ha concluso Dunja Mazzocco Drvar.

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