Dott.ssa Nela Sršen: «Convivenza con il coronavirus»

«Il Covid-19 influenzerà il nostro stile di vita, il lavoro e gli affetti finché non verrà individuato il vaccino», spiega il chirurgo presso l’Azienda Ospedaliera di Padova, nonché Console onoraria della Repubblica di Croazia in Italia

La dottoressa Nela Srsen. Foto Goran Stanzl/PIXSELL

Il lockdown sta iniziando a dare i primi frutti. E i numeri parlano chiaro: negli ultimi giorni in Italia si assiste a un graduale e costante calo dei malati ricoverati, di quelli in terapia intensiva, di nuovi casi rilevati in rapporto al numero di tamponi, mentre al tempo stesso aumentano i guariti. Dall’altro lato, invece, il numero di decessi rimane ancora troppo alto. Segno di come la guerra al Covid-19 è lungi dall’essere vinta. Vietato abbassare la guardia, il nemico invisibile è sempre lì, in agguato. E lo sarà ancora per lungo tempo. Chi il dramma della pandemia lo vive ogni giorno in corsia è Nela Sršen, chirurgo presso l’Azienda Ospedaliera di Padova, oltre che Console onoraria della Repubblica di Croazia in Italia.
Dott.ssa Sršen, la curva dei contagi si sta via via appiattendo, ma anche così i numeri rimangono impietosi e raccontano una strage. Per quale motivo l’Italia è stata così duramente colpita?
“In questo momento non sono tanto i numeri che contano. In Lombardia la mortalità dei pazienti gravi ricoverati superava il 60 p.c., che si traduceva poi in un 14 p.c. di pazienti deceduti sul totale degli infetti, che è un numero altissimo se pensiamo che in Cina la percentuale di mortalità viaggiava sul 2-3 p.c.. Il mondo qui si è concentrato sull’Italia chiedendosi che cosa stesse succedendo, mettendo in dubbio la capacità delle strutture sanitarie, dei medici e della scienza italiani. Alla luce di ciò, tutti gli altri Paesi europei avrebbero dovuto prendere tutte le precauzioni per evitare l’esperienza italiana, ma purtroppo alla fine l’Italia è stata avanti soltanto di 20-30 giorni perché lo stesso scenario si è poi ripetuto in molti Paesi. In Italia ora i dati sembrano indicare che il lockdown abbia avuto i suoi effetti, ma siamo ancora lontani dal poter dire che a breve torneremo alla normalità”.
Nelle prime fasi della pandemia, Lombardia e Veneto viaggiavano più o meno sullo stesso binario, poi però il Veneto è riuscito a contenere il contagio, a differenza della Lombardia. Perché?
“Qui il problema principale non è un’emergenza clinica o di assistenza dei malati, ma piuttosto di sanità pubblica. La presenza di ospedali pubblici è più sviluppata in Veneto, mente la Lombardia ha un’alta percentuale di strutture ospedaliere private. Grazie proprio allo sviluppo di questa rete sanitaria territoriale, che il Veneto è riuscito a contenere e a gestire meglio la situazione. In Lombardia, invece, il virus era già diventato un’infezione nosocomiale e la diffusione ospedaliera non ha fatto altro che accelerarne l’espansione. In più, dopo che i primi casi non erano stati diagnosticati per tempo, hanno cominciato a ricoverare troppi pazienti saturando tutti i posti disponibili. Il Veneto è riuscito a riorganizzare le sue strutture sanitarie trasformando quelle in cui sono stati riscontrati i primi casi di positività in ospedali Covid-19, e Padova è stata il primo centro di riferimento mettendo a disposizione 500 posti in rianimazione, che fortunatamente non sono stati mai saturati assicurando quindi una costante disponibilità”.
C’è chi parla di un sistema sanitario al collasso, soprattutto se confrontato con le statistiche della Germania dove c’è sì un altissimo numero di positivi, ma i decessi sono molto limitati.
“Io ho imparato a non fidarmi più dei numeri. Guardando i tedeschi sembra chi gli italiani siano degli incapaci. Poi, se guardiamo il resto dell’Europa, sembra che essa sia del tutto incapace. Non so se sotto ci sia qualche altro interesse, ma non credo che il virus ‘preferisca’ gli italiani ai tedeschi. Se uno il virus non lo cerca, non lo trova. Eravamo sconvolti dall’alta percentuale di mortalità in Italia, poi però abbiamo visto che ci sono anche diversi Paesi europei con lo stesso problema. Non mi permetto di criticare i tedeschi o il premier britannico Boris Johnson, che inizialmente aveva fatto il discorso sull’immunità di gregge, ma poi ha capito che ciò avrebbe portato a una situazione di collasso non avendo le strutture sanitarie necessarie e sufficienti per accogliere tutti i pazienti. Io non so chi abbia ragione e non ho il diritto di giudicare nessuno”.
Secondo lei, l’Italia si è mossa in ritardo sottovalutando il problema?
“L’Italia ha avuto la sfortuna di essere stata la prima. Credo che in qualsiasi altro Paese sarebbe successa la stessa cosa. È vero che a metà febbraio c’erano stati due casi di polmonite atipica non diagnosticati all’inizio, come pure tanti ricoverati negli ospedali senza alcuna protezione, per cui c’è stata una finestra di 2-3 settimane in cui in virus si è diffuso. Ci sono state tante polemiche sugli errori commessi. Come nel caso di alcuni radiologi, che già tra novembre e dicembre avevano osservato casi di polmonite atipica, ma se già allora vedevi qualcosa di anomalo perché non ne hai subito parlato con gli epidemiologi? È troppo facile parlare col senno di poi. Abbiamo a che fare con un virus che nessuno conosceva. In realtà, anche adesso non è che ne sappiamo più di tanto. La cosa più importante per contenerlo è mantenere il distanziamento sociale. Anzi, direi più fisico che sociale. È l’unico modo per cercare di riprendere, un giorno, una vita normale. Per quanto riguarda tutto il resto, dalla terapia, ai farmaci e al vaccino, siamo ancora molto indietro. Ripeto, dubito che l’atteggiamento di un altro Paese sarebbe stato diverso. Siamo di fronte a un nemico invisibile, che affrontiamo per la prima volta e del quale abbiamo capito poco. All’inizio si diceva che attacca soltanto gli anziani e persone con patologie pregresse. Poi, però, abbiamo scoperto che interessa pure i giovani, successivamente che attacca anche i bambini, per i quali si diceva che il virus non li sfiorasse nemmeno. Non abbiamo capito da dove arrivi, come sia penetrato in Italia, se dalla Cina o da un altro Paese. Siamo stati tutti colti di sorpresa e stiamo pagando le conseguenze di un’esperienza del tutto nuova”.
In altre parole, finché non si trova il vaccino, dovremo imparare a convivere con questo nemico?
“Esatto. Non sappiamo né quando finirà, né come finirà e nemmeno se magari si trasformerà in un virus del raffreddore come tutti i suoi ‘cugini’ fino adesso, perché la storia c’insegna che i virus aggressivi, pur di sopravvivere, si adattano perdendo di virulenza, ma al momento si tratta di mere supposizioni. Ora che c’è u lieve accenno al miglioramento, nessuno di noi deve illudersi e pensare di poter riprendersi la propria vita, perché il virus influenzerà il nostro stile di vita, il lavoro e gli affetti per un bel po’ di tempo”.
Per ora il Mezzogiorno sta reggendo l’impatto. Se l’aspettava?
“Quando in seguito al primo Decreto del governo era partita l’emigrazione verso il Sud, i presidenti delle Regioni e i sindaci sono stati molto attenti e bravi ad applicare subito le dovute misure di prevenzione limitando la diffusione. Tuttavia, di persone positive ce ne sono eccome e le conseguenze le dovremo appena vedere. Ricordiamoci che ad esempio in Spagna e Francia, all’inizio c’erano pochi casi, ma poi sono esplosi”.
Teme nuovi focolai dopo Pasqua?
“Moltissime multe sono state comminate alla gente che circolava con autocertificazioni assurde. Stiamo parlando di un popolo che gode di totale libertà e democrazia e pertanto non è applicabile il modello cinese perché quando ai cinesi s’impone una cosa, quella è. Ricordo la mia quarantena, periodo in cui sono giunta in contatto con un collega positivo. Quando, dopo due settimane di assoluto isolamento, sono uscita in centro città, la gente mi guardava come fossi un’aliena e, di contro, io ero sconvolta nel vedere le persone a stretto contatto fisico, in particolare i giovani. Abbiamo trasmesso informazioni sbagliate fin dall’inizio dicendo che i giovani nemmeno risentono dell’infezione. Di conseguenza, sono sentiti immuni e si sono presi il diritto di uscire e di stare insieme senza rendersi conto di portare a casa il virus e di diffondere il contagio. Passato un po’ di tempo, ci siamo resi conto che anche i giovani più sani al mondo possono finire in rianimazione. Non so che cosa faranno gli italiani a Pasquetta, ma mi auguro si siano resi conto della gravità della situazione”.
C’è chi afferma che questa sia soltanto la punta dell’iceberg e che i contagiati siano 10 volte tanti, se non addirittura di più. Si parlerebbe quindi di 6 milioni di italiani infetti…
“Potrebbe essere. In Veneto i tamponi si stanno facendo a nastro e l’80 p.c. dei positivi risulta completamente asintomatico. Sono cifre astronomiche, per cui effettivamente il numero reale di positivi potrebbe essere più alto dell’80 p.c.”.
Altri invece sostengono che con l’arrivo del caldo il virus allenterà la presa per poi ripresentarsi con una nuova ondata in autunno, come capita ad esempio nei casi di influenza. Secondo lei, è plausibile un tale scenario?
“Voglio sperare sia così, ma non credo perché vediamo che in alcuni Paesi, dove ora ci sono 35-40 gradi, il virus si sta propagando comunque. Torno a ripetere, non conosciamo questo virus e di conseguenza non possiamo sapere come si comporterà. È vero che i virus influenzali di solito spariscono con la stagione calda, ma qui non siamo di fronte a quello classico influenzale. Il lockdown potrebbe limitarne la diffusione e fermarlo per un periodo, ma poi potrebbe riprendere, forse anche con maggiore aggressività, ma questo non lo possiamo sapere”.
Naturalmente sta seguendo con molta attenzione ciò che sta succedendo in Croazia, uno dei pochi Paesi europei che riesce ancora a contenere il contagio. Come giudica l’operato del governo e delle autorità?
“La Croazia è stata uno dei Paesi più intelligenti fin dall’inizio. Ricordo ancora una trasmissione televisiva con ospiti i ministri della Sanità e degli Interni, nonché la direttrice dell’Ospedale di malattie infettive di Zagabria, e già allora, prima che venisse scoperto qualsiasi caso positivo, è stata messa in atto tutta una serie di misure preventive restrittive. I risultati di ciò si vedono nel numero di pazienti positivi, di ricoverati e di deceduti. Ogniqualvolta mi viene chiesto se le misure adottate siano troppo rigorose, rispondo di no. Purtroppo, però, vedo ancora troppa gente in giro, soprattutto in Dalmazia, che continua a uscire come se nulla fosse. Ad ogni modo, sono contenta che le sanzioni siano severe perché così dev’essere. Se uno non riesce a comprendere la gravità della situazione, è giusto che paghi dieci volte tanto”.
Alcuni Paesi stanno ora valutando se allentare le misure di sicurezza. Da quello che mi sembra di capire, è ancora troppo presto per compiere questo passo, o sbaglio?
“Un conto è un Paese scandinavo con una bassa densità di popolamento, e un’altra è una Regione densamente popolata come la Lombardia. In particolare alla luce del fatto che la diffusione avviene soprattutto per contatto fisico. In Lombardia ci sono condomini di migliaia di persone che s’incontrano e sono a stretto contatto, e ciò chiaramente favorisce il contagio. L’unico modo per fare qualcosa, è insistere sulle misure di distacco fisico perché finché la ricerca scientifica non arriva a dei farmaci o al vaccino, dovremo stare tutti molto attenti”.

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