Alice Salvatore: «Vi racconto chi era Nevio Skull»

L’autonomista fiumano, proprietario della famosa fonderia, venne barbaramente ucciso dall’OZNA il 3 maggio 1945. Abbiamo ripercorso quella tragica vicenda con la pronipote, che da anni si batte affinché il dramma dell’esodo giuliano-dalmata non venga strumentalizzato

Una delle bitte con l’incisione Matteo Skul

3 maggio 1945. I partigiani di Tito liberano Fiume dall’occupazione nazista, alla quale era sottoposta in seguito alla capitolazione dell’Italia (8 settembre 1943). Per molti è la fine di un incubo, per altri invece l’inizio di una nuovo dramma. Quella notte Nevio Skull venne sequestrato dai membri dell’OZNA e barbaramente trucidato. La stessa sorte in quella notte di sangue toccherà anche a Giuseppe Sincich e Mario Blasich. La loro colpa? Essere autonomisti, figli di quel movimento che nel primo dopoguerra si era opposto a D’Annunzio, oltre a essere figure di spicco e ben volute in città. In altre parole, costituivano una minaccia per il nuovo regime, quindi bisognava farli sparire.
“Nottetempo le milizie dell’OZNA fecero irruzione in casa prelevando Nevio Skull davanti ai famigliari. Poco dopo ritornarono con lui costringendolo ad aprire la cassaforte per rubare oggetti preziosi, quindi se ne andarono e la famiglia non seppe più nulla – racconta la pronipote Alice Salvatore, oggi consigliere regionale alla Regione Liguria –. Ventisei giorni dopo fu ritrovata la sua salma impigliata in uno dei ponti della Rječina con un foro nella nuca. Fu probabilmente giustiziato o quella stessa notte o qualche giorno dopo“.
Ginecologo di mestiere
Nevio Skull nacque a Fiume il 23 dicembre 1903. Medico di mestiere, nel 1935 assunse la direzione della “Fonderia e Fabbrica macchine Matteo Skull”, fondata nel 1878 e diventata in breve tempo la più importante industria privata della città. Fu proprio dalle sue fucine che uscì la seconda statua dell’aquila bicipite collocata in cima alla Torre civica in occasione della festa di San Vito nel giugno 1906 (la prima collocazione risale al 1754).
“Faceva il ginecologo – rivela Alice –, ma alla morte del proprietario della Fonderia dovette seguire la chiamata della famiglia prendendone in mano gestione. Era sposato con una croata, Xenia Budak, e questo per me ha un significato simbolico che racconta com’era Fiume all’epoca. Era sì divisa dalla Rječina nella parte jugoslava e in quella italiana, ma le due popolazioni convivevano pacificamente. Gli odi etnici e le persecuzioni erano subentrare dopo. Nevio Skull faceva anche parte del Partito autonomista, che non voleva stare né con la Jugoslavia né con l’Italia. Chiaramente ciò era visto come fumo negli occhi da tutti coloro che avanzavano mire espansionistiche su Fiume. E poi era un partito molto seguito e purtroppo alla fine della Seconda guerra mondiale, il nome di Nevio Skull era sulla lista dei titini delle personalità più influenti di Fiume che dovevano essere subito eliminate, di modo da non avere problemi nel monopolio della gestione della città e del territorio”.

Alice Salvatore, la pronipote di Nevio Skull

Prigionieri in casa
In seguito alla sua sparizione, la famiglia Skull capisce di non essere più gradita nella propria città e, come tante altre, sceglie la via dell’esodo.
“Volevano scappare il più lontano possibile da Tito, anche perché dopo la morte di Nevio vennero tenuti prigionieri nella loro casa, e ogni tanto arrivavano le milizie dell’OZNA con in mano dei foglietti sostenendo di avere il permesso di prelevare tutto ciò che volevano, portando così via tutti gli oggetti di pregio che c’erano in casa. E guai se chiedevano o parlavano di Nevio Skull. In questo clima di terrore avevano vissuto per parecchio tempo. Due anni dopo sono riusciti a scappare, scegliendo volutamente Genova perché aveva delle caratteristiche morfologiche molto simili a Fiume. Hanno preferito Genova ad Ancona o ad altre città di mare italiane più vicine proprio per essere il più lontani possibile dai loro aguzzini”.
Tant’è che molti fiumani optarono per il capoluogo ligure. “Tutt’oggi continuo a incontrare e a conoscere persone che hanno origini fiumane, polesi… Abbiamo avuto anche un sindaco, Adriano Sansa, con ascendenze dalla Venezia Giulia (nacque a Pola nel 1940 e fu sindaco di Genova dal 1993 al 1997, nda).
Alice incontra spesso i ragazzi delle scuole per trasmettergli un messaggio fondamentale, ossia di quanto sia importante valorizzare la cultura e conoscere la storia. “Racconto loro la storia della mia famiglia, di come sia fondamentale mantenere vivo il ricordo di quello che è successo per impedire che si ripeta. Bisogna comunque essere consapevoli che tutte le situazioni possono degenerare se cadiamo nell’odio etnico e nell’ignoranza, che poi sfociano in guerre e discriminazioni. Ricordo loro di tenere a mente il comportamento ingiusto tenuto dallo Stato italiano che aveva fatto una sorta di censura, distorcendo quella che fu la tragedia degli italiani della Venezia Giulia”.
Ripulirsi la coscienza
Oggi il tema dell’esodo giuliano-dalmata non è più tabù, ma ci volle più di mezzo secolo per iniziare a far luce su quel dramma, al punto che solamente nel 2004 lo Stato italiano istituì il Giorno del ricordo. Tuttavia, ancor oggi la politica tende a strumentalizzare la vicenda.
“Questo perché è molto comodo trovare dei capri espiatori e ripulirsi la coscienza prendendo le distanze. È assurdo che una grande parte della sinistra italiana tenda a identificare quegli episodi come una storia di fascismo che invece non era, e come se il fascismo sia stato soltanto nella Venezia Giulia. Di contro, invece, c’è stata una strumentalizzazione da parte della destra nel volersi a tutti i costi appropriare di questa storia. Una storia che però non c’entra nulla né con la destra né con la sinistra, né tantomeno con le ideologie. Qui stiamo parlando di una tragedia di tante famiglie e di persone che sono state perseguitate e uccise. Da parte delle istituzioni italiane c’è stato veramente un comportamento poco dignitoso. Ora però sta ritornando la memoria di quanto realmente successo, e io mi batto affinché queste vicende non siano politicizzate, ma raccontate per quello che sono state”, conclude Alice Salvatore.

La tomba della famiglia Skull al cimitero di Cosala

Le bitte un’eredità senza tempo della nostra famiglia
Alice ha naturalmente visitato la città dei suoi nonni, dalla quale è rimasta molto colpita. “Soprattutto dal fatto che numerose case e palazzi sono uguali a quelli di tante altre città italiane come stile architettonico. Penso che in passato sia stata davvero molto bella, uno stile mitteleuropeo combinato con elementi italiani. Poi, con la ripresa economica del dopoguerra, c’è stata un’edilizia poco rispettosa di quella che era la sua espressione architettonica, un po’ come nel caso di Genova, anch’essa deturpata dall’industrializzazione. Mi ha molto commosso la visita fatta assieme ai miei genitori ai resti della Fonderia.
Abbiamo anche visto la casa dei miei nonni Alice Skull e Amedeo Allazetta, entrambi fiumani, che oggi è una bellissima villa con un ampio giardino e vista mare. Mi ha inoltre colpito vedere nel porto le bitte con inciso Matteo Skull, che era il mio trisnonno e fondatore della Fabbrica. Sono ancora lì e vengono tutt’oggi utilizzate per l’attracco di navi e barche. Un segno tangibile di quello che ha rappresentato la mia famiglia a Fiume”.

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