Dolomiti, dove il turismo era over

L’invasione (troppo) massiccia registrata prima dell’emergenza epidemiologica nei luoghi più caratteristici di un patrimonio mondiale dell’umanità

Lo stupendo lago di Braies, dalle acque color smeraldo

Com’ebbe a dire giustamente il grande alpinista Reinhold Messner, a salvare le Alpi non saranno gli ecologisti, ma chi rifiuta il consumismo, chi si accontenta di mangiare pane e formaggio e di camminare con le proprie gambe. Di quelle italiane, le Dolomiti rappresentano un comprensorio unico al mondo, proclamato nel 2009 dall’UNESCO patrimonio mondiale dell’umanità per la loro bellezza e il valore naturalistico e ambientale. Suddivise geologicamente in nove sistemi interconnessi, le settentrionali ne costituiscono quello più vasto.
L’incanto si rompe…
La letteratura di montagna in tutte le lingue del mondo, i numerosi social network e, tra l’altro, anche la fortunata fiction di Rai1 intitolata “Un passo dal cielo” hanno però provocato, nel corso di quest’ultimo decennio, un vero e proprio assalto ai luoghi più caratteristici prima dell’emergenza epidemiologica causata dal nuovo coronavirus letteralmente invasi da un massiccio turismo mordi e fuggi, che ovviamente sta creando un serio squilibrio ambientale. Me ne sono resa conto di persona, camminando lungo le rive dello stupendo lago di Braies, dalle acque color smeraldo, che fanno da gigantesco specchio alle cime circostanti. Situato nel cuore del Parco Naturale Fanes-Senes-Braies, deve la sua origine alla caduta di una gigantesca frana precipitata dal Sasso del Signore. Per le sue peculiarità paesaggistiche, dovute alla suggestiva corona dei monti che lo circondano, rappresenta probabilmente il bacino più interessante delle Dolomiti. La Croda del Becco, che lo sovrasta da un lato, al mattino si riflette in modo spettacolare nelle sue acque, ma basta un filo di brezza per far sparire la magia. La palafitta in legno, immortalata in tante scene della serie TV, era la meta di decine di persone intente a vociare e a scattare foto e selfie con i cellulari.


La scomparsa dei predatori
Per contrapposizione, mi ricordai di aver letto che non più di due secoli fa, l’area era ancora popolata da orsi, lupi e linci, i tre grandi predatori europei; la loro scomparsa, ovviamente, si deve all’uomo, che li ha cacciati fino all’estinzione. Restano comunque caprioli, cervi, marmotte, camosci e parecchi esemplari della fauna alata, molti dei quali nidificano laddove (e meno male) è impossibile arrivare.
La verde cornice degli alberi che circondano le sponde del lago è davvero unica, ma la moltitudine delle persone (nel 2018 si è parlato di 8.000 presenze giornaliere) mi ha fatto desistere dalla passeggiata lungo il margine e scegliere quindi per un altro punto interessante, non molto distante e raggiungibile, ovviamente a quattro ruote, in tempi relativamente brevi. Si tratta delle Tre Cime di Lavaredo, un vero e proprio santuario alpino, compreso nell’adiacente Parco naturale.
La salita verso le Tre cime
Vi si accede salendo dal Lago di Misurina, lungo una strada costruita negli anni ‘50 e successivamente ampliata, che porta al Rifugio Auronzo a 2.320 metri d’altezza.
Anche qui, nel corso dei due mesi e mezzo d’apertura della viabile, transitavano in media oltre mille macchine al giorno, cui si aggiungevano numerosi escursionisti a piedi. L’area però è molto più vasta e in un certo senso le persone si disperdevano sui ghiaioni che circondano la Cima piccola, quella Grande e la Torre ovest. Il vasto sentiero che conduce alla forcella di Lavaredo mi sembrava quasi un’autostrada affollata ed era raro salutarsi, come invece si fa di solito lungo i tracciati di montagna. Le tre immense punte e il panorama del Vallone riescirono comunque a destare in me un’intensa emozione, nell’osservare tanta imponenza.
Una parte della storia
Alla forcella di Lavaredo siamo a 2.454 metri e il panorama si apre adesso verso il Teston Rudo, la Croda dei Rondoi, la Torre degli Scarperi, il Monte Mattina e la Torre di Toblin, ai cui piedi si trova il Rifugio Locatelli. Qui ha avuto luogo una parte importante della storia dell’alpinismo, in quanto le prime salite sulle tre vette vennero effettuate tra il 1869 e il 1881, lungo le pareti meridionali, rivolte al lago di Misurina. L’ascensione più significativa resta comunque quella compiuta nel 1933 dal triestino Emilio Comici, eroe del sesto grado e dai fratelli Dimai, cortinesi, sulla parete nord della Cima Grande, quasi verticale, a lungo considerata inaccessibile. Superaro il lockdown, le tre vie normali, tra il secondo e il terzo grado, saranno di nuovo alla portata di molti alpinisti.
Il faro e il cannone
L’intera area è stata inoltre linea del fronte durante la Grande guerra, come testimoniano numerose gallerie e appostamenti. Tra l’esercito italiano e quello austriaco, il Pian di Rienza, con le sorgenti dell’omonimo fiume e la Grava Longa, costituiva una terra di nessuno dove avvenivano feroci combattimenti notturni. Per questo motivo, il Comando Italiano di settore, preoccupato delle perdite dovute alle imboscate del nemico, tra i mesi di giugno e luglio del 1915 decise di trovare la posizione migliore per piazzare un grande faro allo scopo di illuminare la zona del fronte austriaco. La posizione migliore risultò quella della terrazza all’apice della Cima Grande, esattamente a 2.999 metri d’altezza. Per il sollevamento del pesante faro e della dinamo che lo riforniva di corrente furono approntati argani e costruiti ponteggi con travi e tronchi di abete nei canaloni. Il sistema permise di issare, a due terzi della parete, anche un cannone da montagna. Ambedue i mezzi si rivelarono un fattore decisivo per la conquista dei Piani di Rienza e la Torre di Toblin.
Le splendide genziane
Dopo essermi lasciata alle mie spalle il grande flusso di gente che si era fermato sotto la forcella; sono stata tra i pochi a completare il percorso ad anello che passa lungo il lato nord delle cime. Un gracchio corallino impertinente mi ha seguito speranzoso di ricevere un po’ di cibo. Gli ho offerto del pane che sembrava gradire molto. Non ho visto altri alati, ma i loro rappresentanti non mancano in questo stupendo regno delle cime: aquile reali, poiane, civette nane, fringuelli alpini e quant’altro s’incontrano soprattutto lungo le alte vie meno frequentate. Anche le tipiche piante alpine, in piena fioritura, popolano i cuscini verdi tra i detriti di falda subito ai piedi delle pareti, tra la ghiaia e i roccioni
sparsi un po’ dappertutto sul piano. Cespi di splendide genziane di Clusius color blu cobalto e delicate soldanelle alpine viola spiccano su di un suolo estremamente povero e non si sa davvero da dove riescano a trarre il necessario nutrimento. I laghetti, dovuti allo scioglimento della neve, ancora abbondante sulla forcella, hanno un colore particolare e invitano a calmare la sete con la loro acqua freschissima.
Urge una regolamentazione
Il ritorno alla civiltà è stato brusco, non appena si supera l’ultimo ghiaione che porta al vasto parcheggio sterrato. Un elicottero che si era appena alzato in volo per portare i rifornimenti ai rifugi più distanti, col suo potente rumore ha rotto definitivamente la pace. I preziosi muli, tenaci e pazienti, impiegati soprattutto per il trasporto nel corso della Prima guerra mondiale, non transitano più per gli alti sentieri e vengono allevati ormai solo dagli appassionati. Il Lago di Braies, le Tre Cime, ma anche i Laghi di Plitvice, il fiume Krka, la Valle dei Sette Laghi e il Triglav e un ulteriore, lungo elenco di tante altre località e fenomeni naturali un po’ in tutto il mondo sono ormai messi a rischio dal turismo eccessivo. Una nuova regolamentazione che limiti e organizzi in modo diverso l’accesso, per tutelare in maniera adeguata il patrimonio naturale, è quanto di più urgente si ha da fare.

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