Petar Skansi: «L’Nba è una bestia insaziabile»

A tu per tu con il tecnico argento a Barcellona '92. «Ai miei tempi non potevi giocarci se non avevi prima terminato il college, oggi invece il principale criterio sono i soldi. Kukoč? Non so come abbia fatto Rađa a entrare prima di lui nella Hall of Fame...»

Petar Skansi

Dici Petar Skansi e la mente corre inevitabilmente a Barcellona ‘92. Per la leggenda della palla a spicchi croata e jugoslava quella fu un’annata magica. E non soltanto per lo storico argento a cinque cerchi e quell’indimenticabile finale contro il Dream Team a stelle e strisce. L’estate precedente il tecnico originario dell’isola di Brazza si appresta a vivere la sua seconda stagione alla guida della Benetton Treviso. La società è ambiziosa e punta in alto piazzando alcuni importanti colpi di mercato, su tutti un certo Toni Kukoč. L’ala spalatina rimedia però un serio infortunio che lo tiene lontano dal parquet per un paio di mesi. Senza la sua stella i traguardi della compagine trevigiana sfumano uno dopo l’altro: prima l’eliminazione dalla Coppa Korać e poi la sconfitta nella finale di Coppa Italia contro la Scavolini Pesaro. Intanto però Kukoč torna in campo e il finale di stagione va in crescendo. Dopo il secondo posto in regular season, la Benetton approda nella finale play-off dove ad attenderla c’è, guarda caso, la Scavolini. E stavolta la vendetta è servita perché il quintetto marchigiano si arrende 3-1 nella serie e Treviso può così festeggiare il primo storico scudetto della propria storia.

 

Allo stesso tempo l’Europa assiste alla dissoluzione della Jugoslavia. Viene costituita la Federbasket croata che affida immediatamente la panchina della neonata Croazia a Skansi. C’è il preolimpico da giocare e la qualificazione da conquistare. Il resto è storia. A Barcellona la nuova nazionale a scacchi biancorossi stupisce il mondo volando in finale, dove però a infrangere i sogni di gloria c’è il Team USA dei vari Jordan, Pippen, Malone, Bird… A ben guardare però, quell’argento non è stata poi una sorpresa così clamorosa. Dopotutto quella fu una generazione di fenomeni. E non è un caso se tre componenti di quello squadrone sono poi entrati nella Hall of Fame della NBA. Il primo Dražen Petrović nel 2002 (riconoscimento postumo), il secondo Dino Rađa nel 2018 e il terzo Toni Kukoč poche settimane fa. Dopo ben otto nomination…

Come mai ci è voluto così tanto per vederlo entrare nella Casa?

“In tutta onestà non mi spiego come abbia fatto Dino Rađa a entrare prima di lui. Toni è uno dei cestisti più vincenti di sempre avendo trionfato praticamente in tutte le competizioni a cui ha preso parte, fin dalle categorie giovanili. Ad ogni modo non credo ci sia stata malizia in questo ritardo”.

Miro Bilan ha detto che quella generazione ci ha abituati fin troppo bene e che nei prossimi cent’anni nessun giocatore croato entrerà più nella Hall of Fame…

“Bisogna tenere presente che queste terre hanno dato i natali a giocatori straordinari. L’ultimo in ordine di tempo è Dončić che ha stregato l’America. Per non parlare della Serbia che sforna talenti uno dietro l’altro. L’NBA è una bestia insaziabile, un organismo che inghiotte tutto. Ai miei tempi, ma anche a quelli di Dražen, non potevi giocarci se non avevi prima terminato il college. Oggi invece il principale criterio sono i soldi. Oggi in NBA ci giocano sudamericani, africani, asiatici, australiani… Questo perché così cresce l’interesse. E l’interesse è poi quello che fa aumentare gli introiti. Ecco perché anche in futuro la Croazia avrà i suoi giocatori oltreoceano. Dopotutto in passato ci sono stati croati che non hanno meritato questo palcoscenico, eppure hanno calcato quei parquet…”.

Chi sarà il prossimo a sbarcarvi? Si parla tanto di Roko Prkačin…

“A me personalmente piace di più un altro giocatore dello Cibona, Lovro Gnjidić, che per alcune caratteristiche somiglia a Toni. Prkačin è maturato più in fretta ed è forte fisicamente, ma in quanto a talento Gnjidić ha un qualcosa in più”.

Passiamo alla nazionale: la mancata qualificazione a Tokyo è stato un flop o piuttosto il reale stato delle cose?

“Sono anni che la nazionale colleziona insuccessi e la conseguenza è un calo dell’interesse verso questo sport. Ma questo vale un po’ per tutte le discipline. Nel momento in cui la nazionale non raccoglie risultati si assiste a una stagnazione generale. È normale quindi che i giovani scelgano la pallamano o la pallanuoto, le cui rappresentative nazionali hanno molto più successo a livello internazionale”.

L’ha sorpresa la riconferma di Mršić?

“No. Molto spesso tali decisioni si basano su rapporti di amicizia… Il problema comunque non è trovare un allenatore preparato quanto piuttosto uno disposto a caricarsi sulle proprie spalle la responsabilità per i risultati a lungo termine. Ciò è dovuto al fatto che si è sempre privilegiato soluzioni provvisorie anziché durature”.

Chi sarebbe secondo lei il profilo più adatto per guidare la nazionale?

“Innanzitutto sarebbe necessario istituire all’interno della Federazione una commissione per la nomina dei responsabili delle varie selezioni nazionali, composta da figure che conoscono a fondo le problematiche del nostro basket. E questo sarebbe già un buon punto di partenza”.

Passando al campionato, sono anni che Fiume non ha una formazione nella massima serie: come mai secondo lei?

“Perché c’è uno scarso interesse verso il basket. Gli addetti ai lavori dovrebbero essere i primi a darsi una svegliata. E per svegliata intendo pretendere un miglior trattamento e condizioni di lavoro più idonee. Dopodiché è necessario lavorare con i giovani cercando di farli innamorare della palla a spicchi. Si tratta però di un processo che richiede tempo. Un passo importante in tal senso è la Coppa Liburnia organizzata di recente ad Abbazia. Un torneo veramente di alto livello che sicuramente potrà contribuire ad accrescere l’interesse verso questo sport. A patto però che diventi un appuntamento fisso”.

Petar Skansi (al centro) con Walter Magnifico e Željko Jerkov alla recente Coppa Liburnia di Abbazia

Dal momento che in carriera ha allenato diverse squadre italiane, immagino che seguirà anche oggi con vivo interesse la Serie A?

“Diciamo che mi tengo informato. Quello però è un altro mondo, legato soprattutto alle sponsorizzazioni. Le piazze storiche, quelle che possono contare su un esercito di tifosi, attirano come calamite i grandi sponsor. Ovviamente Milano e Bologna sono quelle che trascinano il movimento, ma la fortuna della pallacanestro italiana risiede nella provincia. Il basket si gioca soprattutto nelle piccole città, che poi sono legatissime alle loro squadre”.

A proposito del campionato italiano, Jasmin Repeša ha lasciato la panchina della Fortitudo Bologna dopo una sola giornata ammettendo di non essere più in grado di reggere lo stress. Rispetto al passato oggi gli allenatori sono sottoposti a pressioni maggiori?

“Oggi un allenatore deve saper gestire e assorbire gli attacchi e le critiche che piovono da tutte le direzioni nel momento in cui i risultati non sono all’altezza delle aspettative. Se ti fai condizionare delle critiche, allora questo mestiere non fa per te. Quello che è successo a Repeša credo sia la conseguenza di ciò che aveva vissuto la stagione precedente a Pesaro. Io su quella panchina ci sono stato e so bene quanto sia difficile la piazza pesarese”.

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