Lea Jugovac. Inseguendo il sogno a cinque cerchi

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Lea Jugovac. Inseguendo il sogno a cinque cerchi
Lo snowborad è uno sport altamente spettacolare

I sogni sono fatti per essere realizzati. E quello di Lea Jugovac si sta per avverare. La snowboarder fiumana classe 1994 è sbarcata proprio in queste ore a Pechino dove sta per prendere parte alla sua prima Olimpiade. Un sogno che si corona a 27 anni e che parte da lontano. Un percorso fatto di rinunce, sacrifici, gioie, dolori e cadute. Tante, con sotto i piedi la sua inseparabile tavola, ma sempre pronta a rialzarsi per inseguire quel sogno a cinque cerchi. Che ora sta finalmente per schiudersi grazie alla sua crescita in Coppa del Mondo nelle ultime stagioni che le ha permesso di staccare il pass olimpico. Nella capitale cinese arriva nel pieno della maturità e con una voglia matta di stupire. Sé stessa in primis.

 

“Voglio solamente godermi quest’esperienza – racconta –. Con le mente libera e senza pressioni. L’unico obiettivo è cercare di dare il massimo in modo da non avere rimpianti. La preparazione è andata abbastanza bene. Siamo stati un paio di giorni a Laax in Svizzera dove abbiamo trovato buone condizioni e bellissime giornate di sole, anche se con temperature decisamente primaverili”.

Lea Jugovac

Sudore, lacrime, sangue

Il suo esordio è previsto il 5 febbraio nelle qualificazioni dello slopestyle. “Ma sarò comunque presente alla cerimonia di apertura del giorno prima – ci tiene a precisare Lea, che oltre allo slopestyle sarà impegnata anche nel big air –. Nello slopestyle si eseguono trick e acrobazie su un percorso disseminato di ostacoli come corrimano metallici e diversi tipi di rampe. I giudici poi assegnano i punteggi in base all’altezza dei salti, al coefficiente di difficoltà delle acrobazie eseguite, nonché alla corretta esecuzione delle stesse. Il big air, come si può dedurre dal nome, consiste invece in un grande salto in cui è necessario eseguire il maggior numero possibile di trick e avvitamenti in volo per cercare di fare colpo sulla giuria”.

Sudore, lacrime e sangue. Questo il post apparso sui suoi profili social una volta centrato il ticket per Pechino, a testimonianza di quanto sia ripida e tortuosa la strada che porta alle Olimpiadi. “Quel post è stato un po’ mal interpretato. Non intendevo certo dire che quello che faccio sia solo sofferenza e dolore perché se così fosse avrei lasciato lo snowboard molto tempo fa. Io amo questo sport ma, se vuoi raccogliere determinati risultati e soddisfazioni, devi metterci tantissimo impegno. E saper rialzarti dopo le cadute, che nello snowboard sono un’infinità, con tanto di infortuni, ossa rotte e cicatrici. Ma le cadute sono anche di tipo mentale nel senso che capita di attraversare alti e bassi e momenti di frustrazione dovuti ai risultati che non arrivano o quando magari non riesci a eseguire come vorresti un’evoluzione nonostante l’abbia provata mille volte in allenamento. Viceversa, quando invece dopo tutti gli allenamenti e i sacrifici fatti raccogli dei bei risultati, in quel caso si provano sensazioni impagabili. E alla fine sono proprio i momenti di gioia e di appagamento a essere preponderanti perché in caso contrario, ripeto, avrei buttato via la tavola”.

Lo slopestyle consiste nella discesa su un percorso disseminato di ostacoli

Tamponi quotidiani

L’unico suo cruccio è il fatto di non poter godersi un’Olimpiade normale. La pandemia continua a fare il bello e il cattivo tempo e a Pechino i protocolli sanitari sono rigidissimi, ancor più di quelli visti a Tokyo durante i Giochi estivi. “Alcuni rappresentanti della nostra delegazione sono già in loco e dalle foto che ci hanno inviato si capisce subito di come le norme siano davvero severe. Basti pensare che le assistenti di volo a bordo degli aerei indossano gli stessi dispositivi di protezione del personale sanitario nei reparti Covid che vediamo in tv. Prima di imbarcarsi tutti devono effettuare il tampone e poi di nuovo una volta atterrati. Nel villaggio olimpico ci si sottoporrà quotidianamente al test. Un aspetto non facile da gestire in quanto vivere ogni giorno con l’ansia degli esiti, e quindi col dubbio se potrai partecipare o meno alle gare, ti logora mentalmente. Anche senza il pubblico sarà tutto molto più triste e dispiace un sacco dover vivere un’Olimpiade di questo genere”.

Oggi gli unici boarder croati ad avere una presenza più o meno fissa in Coppa del Mondo sono Lea e, in campo maschile, il giovane e talentuoso zagabrese Dante Brčić. Ed è già tanto per un Paese che ha poca tradizione negli sport invernali, ma anche perché lo snowboard presume costi non indifferenti.

Sport (in)accessibile

“In realtà lo sci alpino e lo snowboard sono molto popolari se pensiamo ai tantissimi cittadini croati che ogni inverno si riversano nei comprensori alpini. Un conto è però la settimana bianca, che assume un carattere prettamente amatoriale e turistico, e un altro invece lo sport agonistico di alto livello. In Croazia di piste ne abbiamo poche e purtroppo i cambiamenti climatici non ci stanno certo dando una mano perché con inverni sempre più miti diminuiscono anche le giornate di apertura delle stesse. Assieme al Ri Fun Snowboard Club di Fiume, e con il sostegno del Centro sportivo-ricreativo Platak, proprio sul Platak abbiamo allestito un piccolo snowpark destinato principalmente ai più piccoli per avvicinarli al nostro sport. In Croazia lo snowboard è poco accessibile. Mancano neve e strutture, tant’è che siamo costretti ad allenarci sulle Alpi e, d’estate, in Nuova Zelanda. A casa possiamo al massimo svolgere la preparazione atletica. È chiaro quindi che tra continui spostamenti per gare e allenamenti i costi diventano proibitivi. Io ho la fortuna di poter contare sul supporto del Comitato olimpico croato, della Federsci, dell’Assosport fiumano, del mio club Ri Fun e di un gruppo di sponsor per quanto riguarda i materiali e attrezzature”, conclude Lea Jugovac, che tra un allenamento e una gara in Coppa del Mondo ha trovato pure il tempo di conseguire la laurea in Giurisprudenza.

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