Franko Andrijašević: «Io penso positivo»

La mezzapunta del Rijeka cerca sempre l’aspetto migliore di ogni situazione

Franko Andrijašević è in prestito per il secondo anno di fila dal Gent. Foto Marko Prpic/PIXSELL

“Potrò sembrare sciocco, ma quel mese e mezzo in cui tutto si è fermato, calcio compreso, per me è stato piacevole, bello. Noi calciatori non abbiamo mai avuto tanto tempo a disposizione. Naturalmente, il coronavirus è una cosa seria, ma io cerco sempre di vedere le cose dal lato positivo”, parla con sincerità Franko Andrijašević, migliore mezzapunta del Rijeka negli ultimi dieci anni secondo i tifosi che hanno aderito al sondaggio promosso sul sito ufficiale del club. A lui sono legati molti bei ricordi in quanto fu uno dei grandi protagonisti nella stagione del primo titolo fiumano conquistato tre anni fa, poi conclusa con un altro trofeo, la Coppa Croazia vinta nella finale a Varaždin contro la Dinamo. Quell’anno gli “addetti ai lavori” attraverso il sondaggio del quotidiano Sportske novosti gli avevano assegnato il titolo di miglior giocatore della Prima Lega. «Ho speso bene il mio tempo a casa» Da allora sembra essere passato un secolo, con una percezione del tempo condizionata dal momento che stiamo vivendo a causa della pandemia del Covid-19. A Rujevica si è tornati al lavoro, anche se in piccoli gruppi, dopo 5-6 settimane di isolamento e mantenimento della forma tra le mura domestiche. “Nella casa a Solin – racconta Andrijašević –, credo di aver speso molto bene il mio tempo, dedicandolo alla famiglia, alla moglie e ai due bimbi, Barbara di 4 anni e mezzo e David di 2 e mezzo. Lì c’è tutta la mia famiglia e tanti amici con i quali, però, non ho potuto socializzare come avrei voluto, rispettando le raccomandazioni della Protezione civile. Ho trovato il tempo per occuparmi di cose diverse rispetto alla quotidianità di un calciatore professionista, sbrigando anche lavoretti domestici. Il coronavirus sta condizionando tutto il mondo, ma io cerco di considerarlo per le cose buone che può portare. Io la vedo con ottimismo e stare un mese e mezzo in casa con la famiglia per me non è stato poi tanto male, anzi, è stata un’esperienza interessante. Penso che sia stato così anche per i familiari”. «L’emozione di rimettermi gli scarpini» A Rujevica gli allenamenti si svolgono regolarmente, anche se secondo modalità inedite, con tante limitazioni. “È tutto molto strano quando devi costantemente tenere conto delle distanze da rispettare, ma è già qualcosa poter calciare un pallone. Quando siamo tornati in campo non ricordavo di essere mai stato così felice di rimettermi gli scarpini. Ora aspettiamo, come tutti, di sapere se e quando si tornerà a giocare. Per ora le misure sono molto rigorose per noi e non so quanto e quando verranno allentate, consentendo di allenarci normalmente. Tutti noi speriamo che si possa ricominciare il 30 maggio. Ci sono tanti interrogativi a cui dovrà rispondere la Federcalcio e soprattutto la Protezione civile su indicazione degli epidemiologi”, sono le considerazioni del nostro interlocutore a cui non sappiamo attribuire un ruolo preciso tra attaccante o centrocampista. A prescindere da questo dubbio, egli contribuirà alle imprese del Rijeka in questa stagione che si vuol portare a termine. La prima è rappresentata dalla corsa al secondo posto, che porta ai preliminari di Champions e la seconda è la conquista della Coppa nazionale, competizione che si è fermata alle semifinali. «Gli sfottò fanno parte del gioco» Con Andrijašević avevamo parlato pochi giorni prima del derby dell’Adriatico vinto dai fiumani a Rujevica. Cresciuto nell’Hajduk, considerato traditore dai tifosi spalatini per essere andato alla Dinamo, Andrijašević non rinnega le proprie origini, ma rispetta profondamente la maglia che indossa oggi e che gli ha regalato tante soddisfazioni. “Gli sfottò fanno parte dello spirito del calcio e io non posso farne a meno. Sono sempre presenti quando comunico con amici di un’altra fede. Mi piace prendere in giro, ma mi aspetto che anche gli altri facciano altrettanto nei miei confronti. Ci apprestiamo a fare ritorno in campo sapendo di dover giocare a spalti vuoti, in un ambiente poco stimolante. Ci mancheranno i tifosi a Rujevica, dove siamo abituati ad averli anche fisicamente molto vicini. Il pubblico è una componente irrinunciabile del calcio, ma nella situazione in cui siamo venuti a trovarci, dobbiamo farcene una ragione”. Mai giocato a porte chiuse? “No, ma quasi – ha risposto Andrijašević –, visto che ci sono state delle partite interne della Lokomotiva in cui in tribuna c’erano poche decine di persone”. Per Franko c’è stata la parentesi con la maglia della Lokomotiva, che l’ha avuto in prestito dalla Dinamo nella stagione 2015/16, prima di arrivare a Rujevica per condividere con i tifosi fiumani i momenti più belli del club. La Lokomotiva, squadra con un modestissimo seguito di spettatori, è terza in classifica, dietro il Rijeka, ma davanti all’Hajduk. Ci sarebbe spazio per qualche battuta sul tema degli spalti vuoti. Anche la Dinamo, spesso, gioca al Maksimir tra pochi intimi, un numero con il quale non dovrebbero esserci difficoltà nel far rispettare le misure di distanziamento sociale. “Anche questo potrebbe essere un motivo per gli sfottò, ma ora lasciamo perdere”.

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