Leggerezze che possono costare care

Un carabiniere sotto una bandiera italiana gigante su un palazzo a Bergamo. Foto by Sergio Agazzi/IPA/ABACAPRESS.COM Agazzi Sergio/IPA/ABACAPRESS.COM /PIXSELL

Hanno chiesto all’Italia di rimanere in casa e dalle finestre hanno cantato l’Inno di Mameli. Hanno chiesto alle scuole di fare lezione online ed i ragazzi stanno terminando le lezioni con ore ed ore di insegnamento tramite computer, hanno chiesto di rimanere entro i duecento metri da casa, allargati poi a cinquecento, e con poche multe qua e là, la quarantena ha funzionato. Dopo un mese e mezzo di sacrificio collettivo con la consapevolezza delle lunghe file di camion militari pieni di bare e di una battaglia senza quartiere per allestire più punti di terapia intensiva, dopo tutto questo, qualcosa si è rotto. Ad una settimana dall’inizio della fase due, l’anticipo dei tempi in FVG spalanca un baratro sulla pazienza della gente. Dalla scorsa domenica notte, la Regione, unilateralmente, ha decretato il “liberi tutti con cautela”.
Vale a dire che si può uscire, possibilmente non in massa, con le mascherine, si può andare a correre a piedi o in bicicletta, bisogna tenere le distanze limitando i contatti con il prossimo. I Tg, dopo il primo giorno, denunciano una presenza scriteriata di gente nelle strade, piazze, passeggiate lungomare come se il pericolo virus fosse ormai superato. Quanto pagheremo questa improvvisa leggerezza? Per gli ottimisti una strada c’è, sperare che il Covid-19 imploda, esaurisca la sua carica di contagio e ci consegni tutti ad una stagione di pace e serenità tanto cercate e vagheggiate. Ma se avranno ragione i pessimisti, il picco dei contagi crescerà in misura esponenziale e sarà proverbiale la nave che sta arrivando in porto per accogliere i contagiati e separarli dagli ambienti in cui vivono per limitare il diffondersi della pandemia. Prima che anche il resto d’Italia esca dalla gabbia della quarantena, l’FVG funge ora, in questi giorni, da laboratorio.
E se non bastasse a ciò si aggiunge l’annunciata protesta di popolo nelle piazze contro il governo con la richiesta di riaprire da subito negozi, bar e centri estetici.
Il coronavirus ci ha messo di fronte a noi stessi per farci scoprire che queste sono le principali attività a livello locale, viviamo di caffè e alcolici, capelli tinti, piedi perfetti e il conforto del massaggio, scarpe e abiti freschi di stagione. E se manca questo aspetto, tutto il resto dell’economia non ha importanza, muoiano i cantieri, i trasporti, le fabbriche e quant’altro produce il PIL regionale, senza il superfluo neanche l’essenziale ha senso.
È una battaglia che ancora una volta, si combatte sui social, dove anche il più volgare e spudorato video fatto in casa trova asilo, dove la mancanza di rispetto, la derisione di tutto e tutti, il vilipendio, la bestemmia, la critica senza fondamento trovano casa. Apri bocca e dai fiato.
Nel momento in cui tutto ciò diventa fatto quotidiano, si veste di una ufficialità che non gli compete, ma che viene percepita dalla gente. La tragedia è che queste assurde, tragiche, dolorose e pericolose prese di posizione, finiscono per fare testo ed essere riprese dalla stessa TV, spesso in prima serata, nel corso di talk show di infima categoria. Vergognatevi, viene voglia di esclamare, pensando ai lutti di tanta gente che ha provato sulla propria pelle la pesantezza di questa pandemia.
Giusto ripartire, legittimo il desiderio di tornare alla normalità, umano protestare, ma allora lo si doveva fare anche l’anno scorso, o due anni fa, quando la disoccupazione era sotto agli occhi di tutti, quando la crisi economica si faceva sentire. Eppure così non è stato, si usa l’onda lunga della crisi coronavirus per far emergere le frustrazioni di una società malata di individualismo esasperato. A tutto ciò va aggiunta la protesta delle mamme angosciate perché i loro figli non hanno modo di socializzare, come se le misure contro la pandemia fossero una decisione di distanziamento politico tra gruppi contrapposti. È una misura per la tutela della salute, anche dei figli, grandi e piccoli che siano. A pensare male, diceva Andreotti, si commette peccato, ma molte volte ci si azzecca: non è che le genitrici considerino gravoso occuparsi a tempo pieno dei propri figli? Come si fa senza un asilo, una scuola, un doposcuola, la palestra a cui affidarli per toglierli di torno perché sono impegnativi, con loro bisogna lavorare, l’educazione è un compito sociale che parte dalla famiglia. Si comprende allora perché si mettano al mondo pochi figli, per difficoltà economiche e una enorme dose di egoismo.
Per chi sperava che questa prova ci potesse rendere migliori, è una delusione su tutti i fronti. Come qualcuno ha giustamente ipotizzato, questa sfida esaspera ciò che siamo, nel bene e nel male. E chissà perché il male vince sempre perché è istintivo, viscerale, non ha bisogno della mediazione dell’intelletto, naviga da solo, si sprigiona con una incredibile facilità, è liberatorio per chi è senza scrupoli, equivale ad uno sfogo senza quartiere. E non importa che crei il vuoto, il nulla della coscienza, lo zero nella crescita, affoghi la speranza, potrebbe pur sempre fare vincere alle prossime elezioni.

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