Un soldino in riva al lago

UNA NATURALISTA A PASSEGGIO Le Alpi Giulie non si smentiscono mai

Un proiettile d’artiglieria sulla selletta tra il Krn e la Batognica

Rivedo con la stessa gioia di sempre lo splendido paesaggio della Val Trenta che ricordo ancora dagli anni della mia infanzia e non mi dispiace affatto che sia domenica pomeriggio. Lungo la mulattiera, che dalla località di Lepena sale alla Koča pri Krnskih jezerih (Rifugio ai Laghi del Monte Nero), stanno pian piano scendendo tutti i numerosi amanti delle Giulie che in questa giornata di festa sono saliti per ritemprare gli occhi e lo spirito. C’è quindi tutto un “nasvidenje” (arrivederci), scambiato tra chi ha sfruttato al meglio il suo tempo libero e chi si accinge appena a farlo, quando i più sono costretti a tornarsene a casa.
Al punto d’arrivo del montacarichi, a una decina di minuti dal rifugio, c’è un palo sul quale sono segnate le altezze del manto nevoso in aprile: il record, peraltro eccezionale, spetta al 2009, con 3,5 metri esatti! Cala presto il buio e ci infiliamo nei sacchi a pelo sperando che il tempo all’indomani sia dalla nostra parte, memori della tremenda grandinata di un paio d’anni fa, che ci aveva sorpreso durante una passeggiata, proprio accanto al lago.

La sorgente sotto i massi

Verso il Monte Nero
All’alba siamo in partenza per la vetta del Krn (Monte Nero) e questa volta il cielo è sereno e non c’è un filo di vento. Raggiungiamo presto il verde specchio d’acqua, che rappresenta il lago più vasto d’alta montagna della Slovenia; è d’origine glaciale e raggiunge la profondità media di 18 metri, nutrito dalle nevi che si sciolgono nella stagione più calda. Siamo soli sulla riva, a 1391 metri d’altezza; i monti riflessi sulla sua superficie, perfettamente liscia, creano un effetto magico di luci e di colori. Un rapace vola in alto, nel suo giro di ricognizione, e lancia un richiamo stridulo che lacera il silenzio. A est il sentiero s’inerpica verso il Bogatin, dove a partire dall’età del ferro e via via sino all’epoca romana, veniva estratta la limonite, poi trasportata a valle proprio verso Lepena.

Il soldino bronzeo trovato in riva al lago del Krn

La mulattiera
Cocci in ceramica rinvenuti presso la malga Ute provano la presenza di un insediamento di pastori risalente a 3000 anni orsono, per cui l’attuale mulattiera, costruita nel corso della prima guerra mondiale, costituisce solo l’ampliamento dell’antico tracciato. Il reperto più interessante è però rappresentato dal soldino bronzeo recante l’effigie di Costantino I il Grande, datato all’inizio del IV secolo d.C. e trovato proprio in riva al lago. Probabilmente, l’ha smarrito un assetato che ne ha attinto, parecchi secoli fa, l’acqua tersa per trovare un po’ di refrigerio.
Un giardino botanico all’aperto
Il sentiero, staccandosi dal lago, sale lentamente tra detriti di falda e massi erratici caduti dai costoni e precipitati in basso. Nel caratteristico alto carso spiccano soprattutto le arpe, ossia le scannellature create dal ghiaccio, fittamente parallele sulle rocce inclinate, quasi verticali. Tra i detriti, simili a minuscoli giardini, prosperano rigogliose piante di aconito a foglie strette, endemico di quest’area. Non è però l’unica pianta rara che è qui di casa: riusciamo a trovare anche un paio di cespi del giallo papavero di Kerner, alcune campanule di Zois dal caratteristico fiore azzurro a stella e le ultime corolle di geranio argentato. Le Alpi Giulie non si smentiscono mai: durante la breve stagione della fioritura, sono assolutamente un giardino botanico all’aperto.

Il geranio argentato

Teatro di battaglie cruente
La salita è piacevole e il panorama si apre, cambiando continuamente. Si vede anche il massiccio del Triglav, che una volta tanto non è imbronciato come al solito. Nel cammino ci segue un nutrito gregge di pecore, diretto, probabilmente, alla parte erbosa della cresta finale. Alla selletta tra il Krn e la Batognica (Monte Rosso) si fa una sosta, anche se sta salendo una forte nebbia e c’è un notevole scontro tra le masse d’aria. Un grosso proiettile d’artiglieria risalente alla Grande guerra è stata montato sulla roccia; accanto, sorgono due caverne che probabilmente servivano da rifugio a chi stava di vedetta. Sulla sella c’è anche l’affusto di un cannone italiano, fabbricato (ironia della sorte) dalla Krupp germanica.
L’intera area, come racconta la storia, fu infatti teatro di battaglie cruente tra gli Alpini italiani e le forze Austro-ungariche. Dai documenti custoditi nel Museo di Kobarid (Caporetto), si sa che la cima della Batognica fu fatta saltare in aria da una tremenda carica esplosiva che ne ridusse l’altezza d’una decina di metri. Il nome di Monte Rosso le fu dato dagli Alpini, per tutto il sangue che l’aveva intriso. Sotto la vetta del Krn, prima della traslazione all’ossario di Caporetto, una costruzione ha custodito per anni i resti di ben 1200 corpi di soldati caduti.

Le pecore a riposo sull’erba della cresta finale

Ecatombe immane e inutile
A tutto ciò ripensiamo camminando lentamente e non ci sono parole per un’ecatombe così immane e così inutile. Le pecore ora si distendono sull’erba dopo la salita, evitando le pietre e alcune grosse matasse di filo spinato che dopo cent’anni non sembrano nemmeno arrugginite, levigate come sono dalle intemperie.
Do you want a jota?
Sulla vetta una piastra metallica indica tutti i monti nelle varie direzioni, ma siamo a 2244 metri e tira un forte vento, per cui scendiamo velocemente al rifugio incassato nella roccia. Pregustiamo qualcosa di caldo, magari accompagnato da un bicchiere di birra fresca. Ad accoglierci c’è una giovane asiatica (presumiamo sia cinese), che ci sciorina molto gentilmente in inglese tutto quello che la cucina offre. “Do you want a jota? It is a bean and sauerkraut soup” (Volete una jota? È una minestra di fagioli e crauti). Restiamo secchi. Una cinese che ci spiega cosa sia la jota? Ah, potere della globalizzazione! Comunque è ottima e ce la gustiamo, ridendo sotto i baffi di nascosto dalla cuoca.
Una sorgente deliziosa
Al ritorno, “do you want a jota” è il ritornello che ripetiamo con grande spasso finché la sete, colpa dei cappucci salati, ci costringe a un’altra sosta vicino a una sorgente molto particolare. A farcela individuare c’è un vistoso segnale rosso e bianco, ma bisogna penetrare con parte del corpo tra i massi portati dai ghiacciai e attingerla da una piccola pozza semisotterranea. L’acqua proviene dal nevaio sovrastante, ancora ben conservato dopo il caldo dell’estate, ed è veramente deliziosa.

La vetta del Krn

I padroni incontrastati
Lo è però ancor di più quella del lago, nella quale, tolti gli scarponi, immergiamo i piedi stanchi per farceli rosicchiare dalle alborelle, immesse, assieme ai salmerini, probabilmente nel corso della Grande guerra. Il sollievo è immediato, ma dura poco perché si sta levando un forte vento e le cime sono già nascoste da giganteschi nuvoloni color del piombo. In montagna, si sa, i mutamenti del tempo sono repentini e trovarsi all’aperto con una tempesta non è affatto piacevole. Siamo a settembre e tra poco la bella stagione volgerà al termine: pecore e mucche della malga faranno ritorno a valle assieme al malgaro e ai cani da pastore. La neve imbiancherà i monti e il lago si coprirà di uno spesso strato di ghiaccio, mentre venti e gelo torneranno a essere, finalmente, i padroni incontrastati delle Giulie.

Facebook Commenti