L’arte introversa di Đanino Božić: un gioco senza fine

Il noto pittore e scultore istriano, classe 1961, si esprime con disinvoltura e con successo in quasi tutte le tecniche artistiche, realizzando opere che si distinguono per il forte impatto visivo e per la loro eccellenza tecnica. Egli stesso si definisce dipendente dal lavoro, al quale si dedica con costanza e con disciplina

Prsti/Le dita, a Cittanova, dedicate all’adesione della Croazia all’Unione europea (2013)

L’artista polese Đanino Božić opera da 35 anni in Istria occidentale, ma è attivo anche oltre i confini della Croazia. Dopo essersi laureato alla Facoltà di Pedagogia di Fiume (Accademia di Arti applicate) intraprende un’attività creativa molto intensa, orientata soprattutto sullo studio della forma, della superficie, dei materiali, dei colori e della composizione. Le sue opere si trovano in numerose gallerie, mentre quelle monumentali decorano diversi spazi pubblici. Sono caratterizzate da un ritmo e da una ripetitività industriale al contempo poetica, incentrata sull’espressione astratta. Anche se è restio a rilasciare interviste – infatti preferisce esprimersi attraverso l’arte – in una situazione in cui la cultura è ostaggio del coronavirus, ha accettato di parlarci di sé, delle sue opere e dell’arte in generale.
Come ha scoperto di voler diventare un artista?
“Già da bambino disegnavo in ogni occasione e amavo smontare gli oggetti. Una volta, ad esempio, lo feci con la radio, per la ‘gioia’ dei miei genitori. In seguito prendevo le parti smontate e le rimontavo, ma questa volta in un altro ordine, a seconda dei colori, della grandezza, della forma, ecc. Ero curioso, ma assolutamente concentrato su ciò che stavo facendo. Amavo osservare a lungo ciò che avevo dipinto o assemblato, perché volevo ottenere un insieme e un’immagine logica. Alle elementari ero bravo in cultura figurativa, che era la mia materia preferita. Mio padre lavorava come conducente di autobus, per cui a casa ci venivano spesso recapitate riviste automobilistiche che io raccoglievo e in seguito scambiavo per piccole monografie di artisti. Quando a sedici anni vidi per la prima volta dal vivo il dipinto di Matisse ‘La danza’, capii che volevo essere pittore. I miei non ebbero nulla in contrario, ma comunque non riuscii a iscrivermi alla Scuola di Arti applicate a Pola. Allora venni ammesso alla Scuola di agronomia a Parenzo, pensando di proseguire successivamente gli studi di architettura paesaggistica. Visto che l’unica Facoltà di questo genere era a Belgrado, che per me era troppo lontano, decisi di studiare arte all’allora Facoltà di Pedagogia di Fiume. Scelsi il corso di scultura, ma appresi nozioni anche di pittura e incisione e già come studente iniziai ad esporre e a collaborare sia con i miei docenti che con gli artisti della mia generazione. A quei tempi Fiume era un ambiente molto stimolante per i giovani artisti, la scena era viva, c’era collettività e creatività. Dopo gli studi ho lavorato a Parenzo come designer, ma ben presto decisi di concentrarmi sull’arte; ed ecco, dopo quasi trenťanni, lo faccio ancora.”

 

La sua carriera è lunga e fruttuosa ed è autore di numerose sculture di varie tipologie. Ha lasciato una traccia indelebile a Cittanova.
“Espongo in mostre personali e collettive dal 1985. All’inizio ero molto ambizioso, ma anche ingenuo, e non mi perdevo neanche una chiamata, volevo essere presente ovunque e dovunque, esporre tutto ciò che creavo. A quei tempi realizzavo dipinti di grande formato, spesso dittici o trittici. Successivamente imparai a essere più economico e razionale. Una cosa è creare disegni, pitture, stampe e sculture, un’altra è presentarsi al pubblico. Il diploma non basta, in quanto l’atto creativo e i metodi di esposizione si affinano negli anni. Ogni mia esposizione è preceduta da preparativi, ricerche, esperimenti, riflessioni, ma la parte più importante è il lavoro giornaliero e perseverante. Naturalmente, è molto importante pure disporre di uno spazio adeguato per dare sfogo alla propria creatività.
Da giovane artista volevo provare di tutto: erano gli anni Ottanta, i tempi della Nuova immagine, o periodo Postmoderno; ma in seguito non m’importavano più le tendenze di moda. Comunque, nel lavoro sono sempre stato disciplinato e ho sempre avuto pronte opere da esporre. Il risultato sono numerose mostre sia in Croazia che oltreconfine, tante che non le conto più. Non sono uno di quelli che espone i propri lavori in ordine cronologico o in base a delle regole; preferisco che formino a scenografia armoniosa, perfino con vuoti, spazi o raggruppamenti, in differenti direzioni, per dare all’osservatore vari punti di vista. Così erano le mie esposizioni all’MMSU di Fiume nel 1996, all’HDLU a Zagabria nel 2005 e nel Museo d’arte moderna a Pola nel 2014. Ogni decennio una mostra”.
Il materiale che usa è spesso industriale. Lo usa per motivi pratici, essendo facilmente reperibile, o per qualche altro motivo?
“Non sono troppo esigente per quanto riguarda il materiale: è mia opinione che vada bene tutto. L’importante è pensare che cosa se ne può fare. Di regola riciclo, impiegando metalli usati, legno, carta e stoffa. Questo ha rappresentato sempre una sfida: fare una cosa nuova o che sembri tale, usando materiale vecchio. Negli ultimi 15 anni uso prevalentemente lastre di metallo e cerco modi per far sembrare il risultato finale nuovo di zecca. Ho realizzato tutte le mie opere a mano e con gli arnesi più semplici; il punto di partenza è l’idea concettuale, seguita dall’elaborazione delle proporzioni e delle misure. Con il metallo grezzo non posso influire sui colori, che dipendono dall’angolo di riflessione della luce; quando lavoro su tela, carta o altro, mi concentro oltre che sulla struttura, anche sul colore. Ma ripeto, le mie opere non nascono in un giorno, si tratta di un processo che parte dal lavoro mentale fino al manuale. Per risponderle all’ultima parte della domanda, sì, posso dire che il materiale mi ha trasportato e indirizzato: da un’opera si riallacciava un’altra, ma nascevano anche nuove idee e soluzioni; è un gioco senza fine, che mi apre infinite possibilità”.
Molte persone, anche se hanno un’anima artistica, intraprendono un mestiere diverso. Lei si è realizzato facendo ciò che ama. Che cosa consiglia, allora, di partire all’inseguimento dei propri sogni o di rimanere con i piedi per terra?
“Secondo me è importante essere contenti e amare quello che facciamo. Io ho avuto questa fortuna, il mio lavoro mi appaga. Prevale tuttora l’opinione che essere artista non sia un lavoro: anche nel registro fiscale veniamo annoverati come artigiani. Che sia chiaro, rispetto gli artigiani, ma l’arte non è artigianato. La provincia non è che sia troppo stimolante per i giovani: spesso non ci sono gallerie né musei, né semplici corniciai e nemmeno una concorrenza che faccia da stimolo. Perciò chi è giovane e vuole vivere a pieni polmoni, è proteso verso centri più grandi. Quando si arriva a una certa età la situazione si capovolge: i piccoli centri hanno un effetto calmante, c’è tutto il tempo di dedicarsi al lavoro e il resto è questione di una buona organizzazione. Non mi piace dare consigli, ma conosco una regola nata dalla mia esperienza: bisogna insistere sulla strada scelta, nonostante le ascese, i riconoscimenti, le crisi, dubbi o delusioni. Io sono stato guidato da una propensione interna verso l’immagine, avendo in mente il termine inglese ‘image’, che è più ampio; non uso parole ma le mie opere parlano di me”.
Ha un ampio giro di conoscenze e amicizie tra artisti e collezionisti. Lei, però, è per così dire un po’ misterioso e riservato. Com’è possibile, allora, che ne conosca tanti?
“Diciamola che sono da sempre uno spirito allegro e curioso, amante della compagnia e dei viaggi. Dovunque mi trovi, visito musei, gallerie e seguo il mondo dell’arte. Ho partecipato e organizzato colonie e simposi pittorici, collaboro con enti vicini e lontani, gallerie, artisti e collezionisti: ero a capo della colonia artistica Riviera di Parenzo per 17 anni, con la galleria Rigo di Cittanova collaboro da quando è stata inaugurata. Con la famiglia Zanotti di Cervia, che ha una ricca collezione d’arte moderna, abbiamo realizzato alcuni progetti comuni nella presentazione di artisti croati. In questo modo, direttamente o indirettamente, ho conosciuto un nutrito gruppo di autori, curatori, galleristi, e ho mantenuto buoni rapporti con la maggior parte di loro. Ho avuto così modo di conoscere nomi per me importanti, che mi hanno incoraggiato in molte cose. Tra questi Ivan Picelj, Ivan Kožarić, Julije Knifer, Getulio Alviani, Michelangelo Pistoletto (uno dei maggiori rappresentanti dell’arte povera italiana), Almir Mavigner, famoso pittore e grafico brasiliano, tanto per citarne alcuni. Per qualcuno ho realizzato cataloghi, per altri mostre o collaborato in progetti comuni. Col tempo ho imparato che non bisogna essere incentrati su sé stessi ma essere sempre aperti e pronti a nuove collaborazioni”.
Nelle sue opere dà molta importanza alla forma, alla superficie, alla linea e al cerchio, come punti di partenza. Il messaggio lo lascia immaginare all’osservatore?
“Non so quanto possa parlare dei miei lavori, perché non li faccio solo per me stesso. Una volta finiti, il loro ruolo è di instaurare un rapporto con gli altri. Ne derivano vari discorsi artistici, da persone di altre professioni. Così, per esempio, Ivica Župan nella sua monografia scrisse che sono ‘di natura arguta, analitica ed esplorativa’, e che ciò che succede nei miei lavori è “una riflessione poetica interna’. Comunque si manifesti, la mia riflessione poetica parte dalla natura, che in genere consideriamo ‘realistica’. Ma la natura è anche un inganno astratto. Diciamo che la neve è bianca e quindi la dipingiamo tale, però se osserviamo i fiocchi di neve, vediamo che in realtà si tratta di strutture geometriche dai differenti spettri. Quindi posso dipingere la neve come una serie di piastre bianche, ma anche attraverso un reticolato. Prendiamo, ad esempio, Cezanne: per lui la natura morta è rappresentata da una sfera, un cilindro e un cono, però lo si colloca tra gli impressionisti. Con questo voglio dire che anche le mie forme hanno un cerchio, una linea, oppure nella scultura una sfera, ma questo non vuol dire che non li osservi nel loro ambiente naturale. Quando tento di analizzare cos’ho fatto finora – e di quantità ce n’è molta – capisco che, figurativamente parlando, a volte osservavo la natura con il telescopio, altre volte col microscopio”.
Tra le sue opere non si vedono ritratti o panorami, ma l’uomo e la natura sono comunque presenti in un certo senso.
“Come ho già rilevato, il mio punto di partenza è la natura, però in ottica astratta. All’inizio della mia carriera, siccome usavo spesso il colore rosso e le sue tonalità, alcuni critici scrivevano della mia ‘fase istriana’, suppongo collegandomi con il mio amato paese Santa domenica e la sua terra rossa, nonostante io non ci pensassi affatto. C’era una fase quando usavo il blu ed il verde; m’interessavano i rapporti tra questi colori e mi hanno di nuovo collegato con l’Istria, suppongo con il mare e la natura, il che non mi dà fastidio, anzi! Le interpretazioni dei miei lavori possono essere svariate e sarebbe terribilmente noioso e decisamente disarmante per un’artista se tutti scrivessero la stessa cosa”.
Esistono personaggi che hanno cambiato l’arte, che sono diventati punti di riferimento, che hanno vissuto e si sono sacrificati per l’arte. Crede che ne valga la pena?
“Io credo nell’arte, anche nel fatto che non ha, come crede la maggioranza, una funzione estetica o peggio, decorativa. Credo anche che essa interpreti e persino cambi il mondo intorno a sé. Altrimenti non ci sarebbe la storia dell’arte, che è una delle più grandi storie di creatività umana. Considero anche che nell’arte ci sia un importante un giro d’affari: c’è un mercato, dei regolamenti di investimenti e realizzazioni di profitto. Del fatto che qualcuno si sia sacrificato per l’arte, penso sia una questione di circostanze storiche, contesti di periodi e interpretazioni. Ma che si vivesse per l’arte ne sono sicuro, in quanto c’erano artisti di corte o ‘di Stato’. La maggioranza dei teorici interpreta che l’operato di numerosi artisti d’avanguardia nei diversi periodi, nei vari sistemi, o contro di essi, sia stata fatta nella fede della libertà e della creatività, senza connotazioni sociali. L’unico arnese di un autore è la sua arte, sia essa chiassosa, di gruppo, manifestante, ideologica, filosofica o religiosa. Un altro discorso è come questa venga interpretata dagli storici o critici d’arte. Van Gogh, per esempio, i cui lavori oggi raggiungono cifre astronomiche, è stato una vittima? O Goya o il più recente Gonzales Torres? Tutti a modo loro hanno spostato i limiti dell’arte, ma che siano stati vittime dell’arte per via del loro modo di vivere, non ne sono convinto”.
Infine qualche pensiero sul prossimo futuro: è stato colto dalla pandemia intento a realizzare qualche progetto particolare? Intende andare avanti?
“Una pandemia di queste proporzioni mi ha sorpreso. Quanti cambiamenti porterà non lo posso sapere; tutto il mondo che si è fermato per un periodo ancora indefinito. Quando ci rimetteremo in moto, dovremmo avere imparato qualcosa, riconsiderare certe cose e forse cambierà in meglio. Il mondo non gira intorno ai soldi. Quest’avidità – e non è solo un mio parere – è in parte anche la causa di questa situazione. Comunque, l’umanità è sopravvissuta a guerre, olocausti, bombe atomiche, disastri naturali e non, e ce la farà anche questa volta. Per quel che mi riguarda, il Covid-19 non mi ha sbilanciato nella mia vita quotidiana, ma per quanto riguarda le mostre pianificate sì. Come la maggioranza degli artisti, riprenderò, spero, quanto prima. Perché è quello che so fare meglio”.

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