La storia di una foto

Realizzata per una campagna ecologista negli States, vinse l’Underwater photography contest

Non credo al fato e neppure agli incontri predestinati. Secondo me le cose succedono casualmente nel contesto di una dinamica che lascia tutto all’incertezza dell’imprevedibile. Alle volte, però… Alle volte le situazioni della vita e quella parte dell’imponderabile, che ne è il sale, riescono a concretizzare aspetti che certe volte hanno proprio dell’inusuale. Cerco di spiegarmi. Anni fa mi trovavo a una cena di presentazione organizzata per il lancio negli Stati Uniti di un vino prodotto nell’Alto Adige. Ero stato invitato dai figli del produttore che avevo conosciuto tempo addietro in quanto allievi di un mio corso di fotografia subacquea. Al medesimo tavolo, seduto di fronte a me l’importatore americano del vino, informato della mia attività e subacqueo appassionato anch’egli, fece ben presto scivolare il tema del discorso sulle immagini che aveva visto realizzare sott’acqua da alcuni fotografi. Negli Stati uniti, oltre che un grosso importatore e commerciante di vini, era all’epoca presidente di un’importante associazione ecologica che si occupava della protezione dell’ambiente e si batteva contro ogni forma di inquinamento.

La foto prescelta per la campagna e vincitrice del concorso internazionale

Una richiesta… strana
Il dialogo, nel corso della cena, fu vivacizzato da una richiesta che mi lasciò un po’ perplesso, ma anche estremamente interessato dalla proposta. Quando si dice che gli americani sono strani. Il presidente dell’ESL, Echologic Sistem Logic, così si chiamava la sua associazione, mi propose di realizzare un’immagine che doveva servire per una campagna pubblicitaria che aveva intenzione di lanciare contro l’inquinamento. Mi precisò che l’immagine, ovviamente subacquea, doveva suscitare in coloro che l’avessero guardata un senso di colpa. Una colpa che derivasse da un’azione figurativa del problema dell’inquinamento. Doveva mettere in evidenza, questa foto, molto sinteticamente l’inquinamento del mare: il maggior campo d’azione dove avvengono i misfatti creati dall’uomo e dove, l’uomo appunto colpevole, fosse al centro del problema.

La storia di una foto – Sergio Loppel

Il «colpaccio» della carriera
Sinceramente, tra un assaggio e l’altro dei vini che venivano serviti, non mi sentivo in perfetta forma decisionale, ma il mio interlocutore insisteva presentando argomenti economici che non potevo assolutamente rifiutare. Precisava inoltre che nell’immagine doveva essere ritratta una figura umana, ma non desiderava che s’intravedessero attrezzature o indumenti che potessero far risalire a marchi conosciuti o che suggerissero, attraverso l’aspetto dei medesimi, la provenienza da industrie e note case produttrici. Insomma, poteva essere il “colpaccio” che ogni fotografo sogna di fare nella sua carriera.

Uno degli scatti della sfilata subacquea

Arrivederci a Pasadena
La cena proseguì fino a tarda sera, concludendosi con un giro conoscitivo di una parte dell’immensa rete di corridoi sotterranei ove riposavano centinaia di migliaia di bottiglie. Il tocco di qualche assaggio di grappe e l’ora tarda, diluì la mia emozione per la proposta fattami. Prima di andare a dormire, spuntando da una nuvola di fumo azzurro del suo monumentale sigaro, mi disse: “Allora siamo d’accordo, hai carta bianca. Ci vediamo a Pasadena il prossimo giugno.” Non ricordo come dormii quella notte.

La modella pronta per l’immersione

I preparativi
L’indomani mattina chiesi ai miei amici se il tutto era frutto di uno scherzo. “No, no – mi risposero, qui hai un assegno per le spese che ci ha pregato di consegnarti e se ha detto che vi vedrete a Pasadena, in California il prossimo giugno prossimo allora è il caso che tu prepari la foto.” Una cosa del genere non mi era mai successa. Trascorsi un inverno e una primavera di fibrillazione. A gennaio ricevetti una telefonata dal mio committente americano che s’informava se tutto procedeva per il meglio e a metà giugno mi arrivò una comunicazione circa il giorno e l’ora dell’imbarco sull’aereo per gli Stati Uniti unitamente con il biglietto prepagato della compagnia aerea. Nel frattempo avevo realizzato la foto. L’avevo realizzata con grande incertezza di risultato, ma con una altrettanto grande motivazione, soprattutto con un lavoro di progettazione che ritengo meriti di essere raccontato. Un lavoro generato dalla storia stessa di una foto che nasceva a poco a poco nella mente, prima di essere creata sul set di ripresa.

La modella e Sergio Loppel

La sfilata nei fondali
Anni prima avevo fatto un’esperienza abbastanza simile. Avevo fotografato una sfilata di moda sott’acqua. Una di quelle estrosità dettate dal desiderio di creare qualcosa di diverso e di nuovo. Erano degli indossatori, completamente vestiti con pantaloni, giacche, cravatte e pullover che ritraevo seduti su degli scogli in mare completamente sommersi. In quell’occasione mi ero fatto un’esperienza sufficiente per capire quali fossero le esigenze ambientali, ma anche quelle legate alle persone che dovevano posare in un ambiente così critico. Dunque, cercai innanzitutto una modella che avesse dimestichezza con l’acqua, che possedesse cioè una buona acquaticità. Le procurai una muta subacquea su misura e sottile, realizzata con una cerniera sistemata sul dorso per una migliore uniformità e per donare l’effetto “seconda pelle”. La modella doveva rimanere sott’acqua a lungo per darmi il tempo di scattare le fotografie e dunque era necessario fosse attrezzata con un autorespiratore. Tutto ciò comportava l’utilizzo di una bombola d’aria compressa, di un erogatore per respirare e di una maschera per poter vedere e capire ciò che le indicavo in immersione.


Come un film di cappa e spada
Facile a dirsi e a farsi, ma difficile da realizzare in quanto queste attrezzature non dovevano essere visibili in fotografia, come aveva precisato il mio committente. La soluzione la trovai dopo molte prove e quasi all’improvviso: vedendo un film di cappa e spada con tanto di cavalieri che indossavano l’armatura. Mi feci costruire una specie di elmo in alluminio con una sorta di schiniere, dietro il quale poter nascondere sia la maschera che la presenza dell’erogatore per respirare, spersonalizzando nel medesimo tempo la figura. Non solo, ma sulla parte posteriore dell’elmo fissai un supporto zavorrato per reggere una piccola bombola d’aria compressa sistemata lungo la schiena della modella che così poteva muoversi con facilità e respirare con altrettanta sicurezza. Attesi una giornata di mare calmo e pulito e ci immergemmo.


Una campagna negli USA e in Canada
Scattai diverse foto con diversi atteggiamenti, avendo cura di non rivelare le bolle della respirazione. Certamente fu grazie alla grande professionalità della modella se riuscii nel mio intento di creare sott’acqua l’atmosfera che mi ero prefissato. Sta di fatto che quando ebbi tra le mani il lavoro fotografico, scelsi accuratamente le immagini che mi parevano le più rispondenti ai requisiti di quello che speravo fosse il desiderio del mio committente e gli telegrafai avvertendolo del mio arrivo. La soddisfazione fu plurima. Le foto gli piacquero. Ne scelse una: quella che mi soddisfaceva maggiormente come fotografo e ne fece un manifesto in migliaia di copie che tappezzarono gli Stati Uniti e il Canada.

Una delle immagini selezionate dall’autore

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