Il contadino e il mare

Il racconto di un’amicizia nata su una minuscola isoletta a un’ora di barca da Lussino. A fare da comune denominatore la passione per il mare e la natura. «Svetlan conosceva tutti i segreti dell’agricoltore e possedeva tutte le astuzie del pescatore»

Svetlan era il più strano, originale e funzionale contadino che avessi mai conosciuto. Un contadino che conosceva tutti i segreti dell’agricoltore e che possedeva tutte le astuzie del pescatore. Viveva in una minuscola isoletta a quasi un’ora di barca da quel gioiello di architettura veneziana che è l’isola di Lussino, a sud dell’Isola di Cherso, là dove il Golfo del Quarnero inizia a mescolare le sue acque con quelle che bagnano la costa dalmata.

Terre colonizzate dalla Serenissima Repubblica di Venezia, ma pur sempre un territorio tra i più belli d’Europa. Con quel fascino particolare che possiedono le piccole isole di un arcipelago distribuito in un mare dai colori fantastici. Avevo conosciuto Svetlan alla fine degli anni cinquanta, capitando nella sua isoletta dopo un viaggio avventuroso e un po’ incosciente, attirato da quel mare che era rimasto evidentemente nel mio inconscio da quando me ne ero andato una quindicina d’anni prima.

Erano gli anni della grande passione per la pesca subacquea e nelle acque di quel mare si favoleggiavano prede favolose. Un habitat che non conosceva ancora l’intrusione dell’uomo. Un habitat che si cercava di tenere naturalmente integro, tanto da controllare attentamente il turismo venatorio.

Le autorità di frontiera erano piuttosto severe nella verifica dei bagagli allo scopo di individuare le attrezzature da pesca subacquea al seguito dei turisti che, schedati, erano tassati con l’obbligo di presentarsi alla polizia portuale ogni qualvolta si apprestavano a fare una battuta, pagando inoltre un balzello che durava 24 ore. Io ero arrivato a Lussino con la nave di linea partita da Venezia. Avevo con me il fucile subacqueo e le altre attrezzature. Il tutto in una sacca da marinaio che non era passata al vaglio della dogana e che, scendendo dalla nave, avevo posato sulla banchina. Sembravo alquanto circospetto; lo seppi poi da Svetlan.

L’inizio di un’avventura

In piedi sulla sua barca attraccata al molo, lui osservava l’arrivo dei turisti. Allampanato, serio, fumava assorto, vibrando all’unisono con il tremolio della barca squassata dal ritmare assordante del diesel. Pareva l’immagine di Caronte. Mi fece un cenno di mettere la sacca dentro la barca, come se avesse intuito il mio disagio. E poi un altro segno, per salire! Ero montato su quella barca senza conoscere minimamente la mia destinazione, come affascinato da quell’avventura. Mi chiarì subito che aveva compreso la mia situazione.

Gli feci vedere il fucile subacqueo e lui si mise a ridere. “Ne ho conosciuti altri che avevano qualche cosa da nascondere”, mi rispose, mentre timonava con abilità quella goffa barca tra gli ormeggi del porto. “Per pochi dinari ti posso offrire vitto, alloggio e soprattutto un mare pieno di pesci, dove puoi pescare come vuoi”, aggiunse. Era quello che volevo. E fu così che conobbi il più straordinario, libero contadino-pescatore: padrone di una minuscola isola che fu il mio sogno per diverse estati a venire.

Un grande prato verde

Dopo circa un’ora di navigazione attraccammo a un pontile in una piccola baia protetta al vento del nord: la famosa “bora” che spesso spazza le isole e il mare dell’arcipelago. L’isola era veramente molto piccola, accompagnata da una manciata di scogli sparsi attorno quasi a voler proteggere quel piccolo paradiso. Il versante meridionale, quello più protetto dal vento, che avevamo costeggiato per approdare al pontile, pareva un verde prato interrotto, qua e là, da grandi rocce solitarie che si tingevano di rosa ai bassi raggi di un sole al tramonto.

Scoprii più tardi che quel grande prato verde era una distesa di centinaia di piante di vite che crescevano non più alte di mezzo metro. Piegate dal vento e in filari posati a semicerchio, coprivano geometricamente il terreno che degradava dolcemente. Tre o quattro grappoli d’uva per pianta suggerivano la grande cura per quel vitigno e la sapiente tecnica di coltivazione. Era un’uva bianca, dolce. Gli acini, non tanto grossi, erano di un pallido riflesso ambrato che si intonava con il giallo carico del terreno brullo.

Svetlan, prima di spegnere il motore che tacque con un soffio, puntò la barca verso la piccola spiaggia accanto al pontile. La prua strisciò sulla sabbia e la barca si arrestò dolcemente. Agganciò una cima distesa sulla spiaggia a un grosso anello fissato alla prua e accese il diesel di un grosso argano. Manovrò una leva e la cima tesa dal tamburo, iniziò ad avvolgerlo. Lentamente fece alare la grossa barca trascinandola fuori dall’acqua. Vedendola così imponente, sembrava ancor più sgraziata di quando mi era apparsa all’imbarco.

Una casa in pietra

Tra le rocce basse a ridosso della spiaggia s’intravedeva una costruzione che si celava a chi giungeva dal mare. Realizzata in pietra del posto accuratamente disposta a formare diversi locali, era una dimora spoglia, ma molto funzionale che raccoglieva tutto ciò che serviva a vivere con spartana comodità. Uscendo da un portale ad arco sul retro, salendo una breve rampa di scalini intagliati nel sasso, si sbucava in un grande orto circondato da un muretto a secco basso, ma sufficiente a proteggere quel terreno dai refoli del vento e dall’ingorda intrusione di un branco di capre che pascolavano libere tra le rocce dell’isola.

Un grande albero di fichi, dal folto intreccio dei rami schiacciati contro la parete della casa, creava una zona d’ombra occupata da una comoda amaca che dondolava pigramente. L’orto coltivato in ogni sua zolla, lasciava intravedere i colori dei frutti che macchiavano il verde delle piante. Più oltre, diversi tronchi contorti di grossi ulivi, si confondevano con il paesaggio che sfumava a ridosso del confine dell’isola. Il locale principale della casa era una sala alla quale si accedeva da un portale simile a quello che dava l’accesso all’orto. Un grande tavolo in legno robusto e pesantissimo, occupava la metà dello spazio assieme a delle panche di fattura grossolana, ma intagliate con un’abilità sorprendente e altrettanto incise con figure di pesci a rilievo. L’altra metà dello spazio custodiva un camino in pietra, un acquaio e un vecchio “ronfò” in ghisa, che doveva risalire, come minimo, al tempo della dominazione asburgica. L’unica cosa stonata era il brutto tubo collegato al ronfò che bucava la parete per lo sfiato del fumo. Gli altri locali consistevano in due piccole stanze che davano su di una grande veranda circondata e ricoperta da viti rampicanti di uva fragola che celavano la presenza di una bassa costruzione a una ventina di metri oltre la vigna. Era una piccola officina che custodiva un generatore di corrente. Dietro, una grande vasca costruita in pietra raccoglieva un rivolo d’acqua che sgorgava da una falda naturale, la quale tracimando da tre tubazioni, era convogliata nell’acquaio della casa, all’abbeveratoio per le capre e in un altro locale attiguo.

L’angolo creativo

Era questo il posto che Svetlan considerava l’angolo creativo della sua vita. Qui mungeva le sue capre e creava un formaggio che chiamare “sublime” era poco. Conosciuto nei dintorni e anche lungo la costa dalmata, lo aveva reso famoso e rispettato; soprattutto dopo che si era sparsa la voce che l’allora presidente jugoslavo Tito inviava i suoi emissari a procurarsi qualche forma di quel formaggio, quando trascorreva le sue vacanze nella sua villa dell’Isola di Brioni di fronte a Pola.L’altra creazione di Svetlan era il vino della sua vigna. Un bianco dai profumi di erbe aromatiche, che in Croazia si trova di frequente nei ristoranti, ma che lui sapeva trasformare donandole particolarità e accenti di gusto inconfondibile. La “magia” della trasformazione di quell’uva in vino avveniva in due grandi vasche di cotto interrate, delle quali lui non amava parlare troppo, quasi fosse un segreto da “copyright”. A fine settembre: al tempo della vendemmia, lo aiutava un suo vecchio amico che divideva con Svetlan i “segreti” di quel vino e spesso gli faceva compagnia sull’isola con il compito ossessivo di sistemare le bottiglie nella cantina interrata e controllare la produzione.

Vino e formaggio… magici

Spesso, soprattutto d’estate, sull’isola si fermava qualche barca per comperare vino, formaggio e qualche capretto da fare allo spiedo. Quando Svetlan era assente dall’isola, sul pennone a fianco del pontile sventolava una bandiera rossa e tutti ormai sapevano che lo sbarco era proibito. Era come un codice che veniva rispettato e perfino suggerito ai turisti. Quell’estate imparai a conoscere meglio lo straordinario personaggio. Un po’ burbero con chi non conosceva, ma che si rivelava poi, pieno di umanità. Scontroso e un po’ anarchico. Insofferente e assolutamente libero da ogni imposizione: che aveva scelto di vivere senza rompere le “bale” a nessuno e che non voleva che gli altri le rompessero a lui. Diceva di essere un “bon cristian”, ma di “santi e madone” non ne voleva parlare. Voleva vivere semplicemente a modo suo! Credo di essere stato il primo “foresto” ad averlo capito. Forse perché a quei tempi, gli assomigliavo un pochino. Al mattino, quando andava a salpare le reti o al tramonto quando andava a posare il tramaglio, mi dava un passaggio con la barca per la mia battuta di pesca e così, a poco, a poco, iniziai a conoscere sprazzi della sua vita.

Mi colpì la sua assoluta eguaglianza nel considerarsi contadino e pescatore. La padronanza nel conoscere abitudini e il “modus operandi” nell’espletare gli impegni di contadino che sapeva ricavare dal suo orto ogni genere di verdura; quelli di pastore che conosceva le necessità insite all’allevamento, mescolato a quelli del pescatore che capiva cicli e abitudini di vita delle varie specie dei pesci. Un giorno, mentre ricuciva gli strappi di una rete, mi raccontò la storia della sua barca. Di quella barca strana, massiccia, imponente, ma così funzionale e marina che diverse volte lo trasse dai guai di un mare sconvolto dalla bora. Soprattutto la storia di quel motore che pareva appartenere a un cartone animato, ma che non si arrestava mai.

Una barca e la sua storia

La barca era appartenuta alla Regia Marina Austriaca ed era stata usata per i collegamenti tra le navi da guerra alla fonda nelle rade dell’Istria e della Dalmazia. Quel motore fracassone era un diesel a testa calda montato nella barca attorno al 1917, tempo del varo dell’imbarcazione costruita con il legno delle foreste dalmate: quello stesso che qualche secolo prima era servito alla Serenissima Repubblica di Venezia per la costruzione delle sue galee. Finita la Prima guerra mondiale, con il disfacimento dell’impero Asburgico, la confusione di quel tempo permise al padre di Svetlan di “ereditare” quella barca ingombrante che usò per la pesca. Nel corso della Seconda guerra mondiale la barca venne requisita dalla marina da guerra tedesca e rimase abbandonata a Lussino. Svetlan ne rientrò in possesso nel nuovo caos del dopoguerra, quando andò a vivere sulla sua isola. Revisionò da solo quel diesel che conosceva pezzo per pezzo e ricostruì tutte le parti usurate o mancanti dello scafo, usando il medesimo tipo di legno adoperato per realizzarla e la dipinse di un bel colore azzurro. Riuscì a scovare un altro diesel uguale che arrugginiva in una discarica del porto e se lo portò sull’isola. Lo rimise in sesto e divenne il motore per l’argano che alava la barca. Il suo modo di fare, la sua scontrosità, ma anche il suo profondo rispetto che portava per gli altri, nonché la sua abilità nel creare le cose, non ultimi quel “sublime” formaggio caprino e quel vinello profumato che vendeva ai ristoranti delle isole e che gli serviva per intrattenere “buoni rapporti” di amicizia, gli avevano permesso di trascorrere la sua vita da testardo solitario senza che nessuno gli rompesse “le bale”, come soleva ripetere. Era il suo mondo dopotutto; che esulava dai problemi di una civiltà fagocitata dai giornali, dalla televisione, che lo avrebbero inevitabilmente portato a preoccuparsi di avvenimenti tragici od esaltanti: proprio quelli che non gli interessavano affatto.

L’estate quell’anno era caldissima. Era il mese di luglio. Di notte dormivo nella comoda amaca e per coperta avevo un fantastico lenzuolo di stelle che brillavano come non le avevo mai vedute. L’orto forniva tutto ciò di cui avevamo bisogno. Ricordo dei memorabili piatti di spaghetti al pomodoro con peperoni, cipolle, melanzane, ingentiliti da un olio che Svetlan ricavava dalle sue olive. Per non parlare poi dei “brodetti” fatti con il nostro pescato, del suo formaggio “sublime” e di quel vinello profumato. Insomma una vacanza da re.

Tra le cime dei salici…

Il mare pescosissimo, ci permetteva di portare a terra pesce in abbondanza, tanto che con il suo, pescato con la rete, e il mio, catturato con il fucile, riempivamo un paio di ceste. Tolto il nostro fabbisogno per la cucina, il resto lo veniva a prendere il padrone di alcuni ristoranti. E ce lo pagava anche molto bene. Non ritiravo i dinari. Lasciavo tutto l’incasso a Svetlan e questo atto di cortesia contribuì a cementare un’amicizia che durò per molto tempo. Ogni anno a luglio, diventavo anch’io il re di quella meravigliosa isola per due settimane. Fucili, maschera e pinne me li conservava lui con certosina attenzione da un anno all’altro, pronti ad ogni mio arrivo. Penso siano ancora li. Non ho avuto il coraggio di andare a prenderli quando ho ricevuto la telefonata dell’addetto alla Capitaneria di Lussino che mi avvisava del definitivo disarmo di quella strana barca. Svetlan non sarebbe più stato ad aspettarmi in piedi, scosso dal ritmare assordante del diesel. Riposava nel silenzio, tra le cime dei salici che guardavano, mosse dalla bora, quel mare arruffato che spruzzava di bianco gli scogli lontani ad un’ora di navigazione.

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