Spinti come bestie senza dignità in un viaggio verso l’inferno

Piero Farina con la moglie, la pittrice Marisa Fogliarini

Piero Farina è un personaggio eclettico, che riassumendo chiameremo regista pur essendo molto di più: ha lavorato per il cinema, la televisione, dietro le quinte di trasmissioni di successo per la Rai, autore di progetti di grande valore artistico e civile, di un’umanità che emerge senza mezzi termini.
Perché compare all’improvviso nel nostro cammino per svelare la figura di Alessandro Kroo, fiumano, deportato ad Auschwitz? Kroo è un sopravvissuto che nel dopoguerra narrerà ad alcuni parenti delle vittime, che aveva avuto modo di conoscere nel lungo viaggio verso il campo di concentramento, i momenti trascorsi insieme, prima della fine. Tra queste la vicenda di Elvira e Amalia Piccoli, mamma e figlia alle quali Cividale ha dedicato la locale scuola.
La conoscenza di Farina con Kroo parte dalla realizzazione di un documentario su un altro sopravvissuto, Piero Terracina, con il quale il regista si recherà, in treno, ad Auschwitz. Percorso che ha raccontato sul suo sito www.pierofarina.it, con parole e immagini. Alessandro Kroo lo intervistò alla Risiera di San Sabba, luogo dove era iniziato il suo viaggio verso l’inferno, o, come nel titolo del documentario “Per ignota destinazione”.
In tempo di pandemia l’incontro avviene tramite mail, telefono e finalmente via Skype. Piero Farina vive tra Roma e Sanremo.
Dove ebbe modo di conoscere il fiumano Alessandro Kroo?
“Direttamente a Trieste nel campo di raccolta e sterminio della Risiera di San Sabba. Ci eravamo sentiti per telefono, l’avevo chiamato dalla sede Rai di viale Mazzini dove stavamo discutendo il progetto del documentario, e lui fu subito disponibile. Ricordo che fosse buon parlatore con una straordinaria capacità di sapere sottolineare, anche in modo molto drammatico, la sua partecipazione totale. Lo si vede nelle foto che ho postato sul mio sito, non è mai rigido, la macchina da presa non lo intimidisce per niente”.
Quale il percorso fatto insieme?
“Entrammo nel tunnel che immette nello spiazzo centrale della Risiera e da lì salimmo le scale che portavano al salone del quarto piano dove il suo gruppo era stato rinchiuso dai nazisti e dall’esercito tedesco. Il ricordo era vivido: Kroo ha rivissuto quella vicenda gradino dopo gradino, raccontando ciò che aveva provato assieme a tutti gli altri. Coinvolgente, straziante, nella narrazione di quei terribili istanti di angoscia, paura, impressi a fuoco nella memoria. Lì sono rimasti pochi giorni prima di essere trasferiti ai piani inferiori, trascinati, spintonati, come poco tempo dopo sarebbe successo nel campo di Auschwitz”.
Quando vi siete incontrati era un uomo di successo, che effetto ebbe su di lei?
“Cordiale, empatico, posso affermare che si sia trattato di uno dei rapporti più facili da creare. Era molto espressivo e, soprattutto, profondamente umano, in alcuni istanti anche accorato. Quando nel 2005 è mancato, mi è dispiaciuto moltissimo. Nell’esercizio della mia professione ho conosciuto moltissime persone, con alcune ci siamo persi dopo il primo incontro, con lui no, era stato un rapporto pieno”.
Che cosa ricordava della Risiera?
“Con quel suo italiano perfetto, descriveva ogni istante con grande precisione. Quando abbiamo attraversato il tunnel gli ho chiesto di fare un’immagine controluce, è risultata molto drammatica perché lui spiegava in presa diretta e sul suo volto si intuiva tutto, tanto era intenso. Della Risiera ricordava gli spostamenti di corsa, come bestie, compresi i suoi parenti e gente malata, che a malapena si reggeva in piedi. Spinti, incalzati ed era solo l’inizio di quella loro disumanizzazione. Mi disse che in quelle condizioni si perdeva il senso dello spazio e del tempo. Dei 167 prigionieri, compresi suo padre e suo fratello, non è tornato nessuno. Era il solo sopravvissuto”.
Sono momenti di grande intensità, come catturarli nelle immagini?
“La mia caratteristica, dal punto di vista registico ma anche come persona, è di ascoltare, a volte immedesimandomi in chi sto intervistando, senza influire sulle cose che vuole veramente dire. Mi affido a quell’istinto che l’esperienza di anni di lavoro, ha portato ad accentuarsi, diventando un alleato. Così in questo documentario, impegnativo e delicato, in cui si parla di deportazione attraverso una serie di interviste realizzate in tutta Italia, su un tema scottante come quello delle leggi antiebraiche, ho lasciato fluire il racconto, concentrandomi sulle loro espressioni, le smorfie… il silenzio”
Come si sviluppa il racconto?
“Il filo rosso narrativo è il viaggio dal Ghetto ebraico di Roma fino ad Auschwitz, le interviste a mano a mano aiutano a dipanare le varie tematiche. Quando succede quasi non te ne rendi conto, mi hanno detto tutti che essendo ben inseriti nella società italiana non temevamo per il fatto di essere ebrei. Ma è anche vero che nel momento della persecuzione, una persona sceglie di rimanere ciò che è, affrontando il peggio. Purtroppo emerge anche un altro fatto, da un’intervista realizzata ad Auschwitz con Primo Levi. Egli affermò che, mentre in Germania la persecuzione contro gli ebrei era stata voluta da Hitler e in nessun modo legalizzata, in Italia lo Stato fascista aveva stabilito la persecuzione per legge, il che è terribile. Fu quello il primo colpo di piccone alla dignità degli ebrei”.
Prima dell’incontro con Kroo, Trieste e la vicenda del confine orientale erano per lei argomenti già affrontati?
“Solo attraverso le letture. Ma quando mi trovo davanti a un pregiudizio, di lingua, nazionalità o altro, col rifiuto del diverso, che porta inevitabilmente a delle aberrazioni, sale in me la necessità di ribellarmi. Io combatto contro questa debolezza, tutti i giorni. Così è stato anche nella vicenda della frontiera a nord-est”.
Ma dopo questa esperienza ha avuto modo anche di raccontare Trieste e il Carso. Come mai?
“Dieci anni fa o poco più, dopo il pensionamento, ho accettato di continuare a realizzare dei servizi per Geo&Geo. Mi ero praticamente specializzato sui documentari, e l’ho fatto per altri dieci anni come esterno, con l’aiuto di mia moglie Marisa, con libertà e partecipazione. Così ho raccontato il mare e la pietra, dal Golfo di Trieste al Carso. Una cartolina, ma ebbi modo di fare amicizia con Fulvio Molinari che mi portò a conoscere l’Istria di Orsera, da dove proveniva la sua famiglia”.
Che cosa la guida nel suo lavoro, amore di conoscenza, curiosità professionale, passione per alcune tematiche?
“Appartengo a quella schiera di uomini che danno il meglio quando riescono ad appassionarsi alle cose, alle tematiche, allora si scatena l’adrenalina, le idee fluiscono con incredibile facilità. Mentre ho momenti di ottusità quando mi annoio, mi abbiocco come le galline. Sono disponibile ad affrontare qualsiasi tematica, sempre che mi appassioni”.
Un programma che le ha rubato l’anima?
“Prima della prima, sul melodramma, che ho fatto per due anni. La presenza delle telecamere durante le prove dell’orchestra, poi allo spettacolo: all’epoca avevo tre operatori che lavoravano per me, cinque persone che montavano le immagini delle tre telecamere, io mi muovevo spalla contro spalla con l’operatore. Lavoravo con un montatore e fonico bravissimo, perché lui riusciva a prendere l’acuto di una cantante che iniziava durante la prova particolare e svilupparlo nella prova generale, mai visto qualcuno che avesse un orecchio musicale così eccezionale”.
Sua moglie, Marisa Fogliarini, è un’artista, che la segue, l’accompagna. Le ha dedicato dei video (si possono vedere su you tube, nda), in che cosa vi assomigliate?
“Ci unisce la sensibilità per l’arte, dalla musica alla pittura. Mi piace il bello che cerco anche in una donna, non nel senso volgare della bellezza fine a sé stessa. Ma in un volto che racconta, come nella pittura di Marisa, dove le figure femminili si sublimano abbracciando alberi, nuvole, come la fantasia che non ha limiti”.
In tempi di pandemia, a che cosa si rivolge?
“Sto scrivendo un testo, proprio in questi giorni, Giardino di re, in parte autobiografico, in parte riflessioni e considerazioni. Ho la fortuna di avere davanti a casa questo giardino, ereditato, vengo da una famiglia abbiente, il mio nonno lombardo era un gran lavoratore. Ciò che ho ereditato con questo giardino è proprio il senso di famiglia, e ci sto bene. Racconto appunto delle esperienze di bambino che vivendo questa felice dimensione, si sentiva un piccolo re. Il nonno era un personaggio incredibile, girava in Isotta Fraschini e coltivava fiori che spediva in tutta Europa. Una ricchezza fatta di venticinque ettari di terreno coltivati, che per le condizioni della Liguria sono una proprietà gigantesca. C’è una galleria dell’autostrada che porta il nome del nonno Farina”.
Cosa rappresentano in questo momento i suoi lavori, ciò che avuto, in un certo senso, il “privilegio” di poter realizzare?
“A Roma nel 1964 feci l’esame di cinematografia perché era il mio sogno. Erano gli anni di registi e attori strepitosi, amavo Fellini e Pasolini. Ha lavorato molto ma il mio senso critico mi dice che non ho alcuna ragione per montarmi la testa. Ci sono state alcune cose buone, raramente in trasmissioni di prima serata. Due molto belle sulla ripresa religiosa in Russia con Luigi Pedrazzi. Ma sono il passato. Ora vagabondando nel mio giardino ragiono anche di coronavirus e sulla morte dei vecchi nelle case di riposo. Vanno eliminate, bisogna trovare il modo di far morire gli anziani a casa propria in un trapasso dignitoso, perché solo così possono insegnare qualcosa a chi rimane. Ragiono sul recupero della dignità, del rispetto, valori che sono scomparsi. E mi rendo conto che il Pil non è tutto”.
E forse è proprio questo che Alessandro Kroo voleva lasciare ai posteri, con la sua testimonianza così intensa e convinta. La ricchezza non è mai il risarcimento per una perdita. E lui di persone ne aveva perse tante, suo padre, il fratello, ma anche quelle donne conosciute durante il lungo viaggio, Valeria e Amalia che si è portato con sé per tutta la vita.

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