ECONOMIA E DINTORNI Economia circolare, una possibile risposta alle microplastiche

Inquinamento dei mari e degli oceani. Non è soltanto un onere economico, è anche un rischio per la salute. Un sistema economico pensato per potersi rigenerare da solo con due categorie di materiali: biologici e tecnici potrebbe rivelarsi prezioso

Foto Željko Jerneić

Con il termine microplastiche ci si riferisce a piccole particelle di plastica che inquinano mari e oceani. Quando si sente parlare del problema dell’inquinamento della plastica nel mondo ci si riferisce perlopiù a questi piccoli pezzi di materiale che causano danni enormi. Vengono così definititi perché sono microframmenti di plastica di dimensioni comprese tra 0,30 e i 5 mm, che possono causare conseguenze devastanti per interi ecosistemi. La loro pericolosità infatti non riguarda soltanto gli animali, ma anche l’uomo, perché ne viene a contatto ogni volta che entra nell’habitat naturale degli animali acquatici, soprattutto se commestibili.
Come ormai noto a tutti, il materiale plastico degrada molto lentamente, decomponendosi in acqua salata in centinaia di anni, durante i quali si trasforma in particelle microscopiche facilmente ingeribili da pesci e altri organismi. Basti pensare che recentemente sono stati recuperati nell’Adriatico flaconi di prodotti in vendita negli anni ‘50, praticamente intatti.
Secondo il Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo (EPRS) ogni anno finiscono nei mari del mondo quasi 12,7 milioni di tonnellate di plastica; pertanto ciò che si percepisce dalle spiagge o in veloci gite in barca è una parte infinitesima del vero disastro ambientale. La maggior parte del rifiuto, tra cui le plastiche, viene condotta al largo dalle correnti e lì resta sine die a contaminare l’ambiente.

I dati e le conseguenze

L’argomento è ormai non rinviabile: la massiccia presenza delle microplastiche in mari e oceani dipende soprattutto dalla produzione di plastica non riciclabile, quindi non riutilizzabile, e da una dimostrata politica suicida di molti Paesi nello smaltimento dei rifiuti. Dal punto di vista fisico, i 12,7 milioni di tonnellate di cui sopra sono formati da plastica che in acqua si frantuma e si decompone generando frammenti più piccoli nell’ordine di almeno 8 milioni di tonnellate di microplastica ogni anno. Il fenomeno è particolarmente preoccupante nel Mediterraneo, che rappresenta solo l’1 p.c. delle acque mondiali, ma in cui si concentra il 12 p.c. delle microplastiche a livello globale.
Nel mare la plastica si trova in tante forme diverse, dalle comuni bottiglie ai sacchetti fino ai materiali di rivestimento o di imballaggio. Spesso ci si pone la domanda sul perché tali rifiuti non vengano selezionati dagli impianti di depurazione, presenti in quasi tutte le coste dei Paesi avanzati e di molti emergenti; il problema è che anche gli impianti di più recente generazione non riescono a trattenere le plastiche di piccole dimensioni, pertanto le microplastiche defluiscono in mare aperto.
Le conseguenze si riversano nell’ambiente e incidono sulla salute dei singoli cittadini. Una volta finite in mare, infatti, le microplastiche vengono ingerite dagli organismi presenti in quell’ambiente, dal minuscolo plancton alle balene, modificando inevitabilmente le catene alimentari. Gli studi più autorevoli hanno rilevato che circa il 20 p.c. degli animali marini pescati e consumati dall’uomo contiene microplastiche.
Ecco perché il tema delle microplastiche è certamente di carattere macro-ambientale, ma è anche di grande emergenza per la salute del singolo cittadino, esposto in misura ragguardevole agli agenti chimici (tossici) rilasciati dalle microplastiche ingerite da pesci, crostacei e molluschi; come sappiamo l’organismo umano può essere contaminato facilmente, provocando nel tempo conseguenze molto gravi.

L’impegno europeo e l’inerzia mondiale

Tutti i governi dovrebbero legiferare e operare secondo una sensibilità ambientale completa; ma non bastano le leggi, è altrettanto necessario creare nei popoli la definitiva formazione culturale e la percezione morale rivolta al rispetto per il nostro pianeta. L’Europa è l’avanguardia mondiale per il modo in cui viene affrontato il tema della sostenibilità e della difesa ambientale; per quanto concerne in particolare il problema della plastica e della microplastica presente in mare, l’Unione europea ha promosso normative finalizzate a ridurre i rifiuti di derivazione plastica, limitando la presenza della plastica nell’utilizzo quotidiano (shopper e accessori monouso in materiale di derivazione biologica obbligatori già dal 2013) e incentivandone il riciclo rendendo riconvertibili, ad esempio, tutti gli imballaggi entro il 2030. Secondo il documento “A european strategy for plastics in a circular economy”, le nuove disposizioni porteranno anche alla creazione di circa 500mila nuovi posti di lavoro, grazie alla necessità di incentivare la creazione di figure sempre più specializzate.
L’Italia è in prima fila, ad esempio nella Legge di Bilancio 2018 è stato introdotto il divieto di vendere prodotti cosmetici ottenuti da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche.

Iniziative sporadiche

Nel mondo, tuttavia, la sensibilità istituzionale è meno pressante e ci si affida alle iniziative encomiabili, ma sporadiche delle amministrazioni di singole città, che si impegnano per dare il proprio contributo alla diffusione della cultura ambientale. Ad esempio, la municipalità di San Francisco ha emanato nel 2020 una legge nella quale sono state bandite le bottiglie in plastica da tutta la città; anche nel cosiddetto terzo mondo, nella città di Thiès, in Senegal, i rifiuti plastici vengono raccolti dalla popolazione e venduti ad un’associazione che li lavora per farne materia riciclata pronta per essere venduta a imprese locali e quindi trasformata in nuovi prodotti; in Thailandia, per il momento solo nei porti di Bangkok e Phuket, viene utilizzata tecnologia italiana (il celebre “Sistema Pelikan”) per raccogliere e selezionare plastica, alghe tossiche e residui di idrocarburi, che fino a due anni fa erano raccolti a mano da uomini e bambini immersi nelle acque inquinate a mani e piedi nudi.
Questi esempi sono certamente virtuosi, ma ancora ininfluenti nello scacchiere internazionale: basti pensare a livello macro che due subcontinenti come Cina e India rappresentano insieme il 40 p.c. dell’intera umanità e sono privi di norme sull’economia ambientale, essendo impegnate allo stato a legiferare e gestire problemi più cogenti, con le immaginabili conseguenze per tutto il pianeta. Gli stessi Stati Uniti d’America, in particolare durante l’Amministrazione Trump, non hanno manifestato grande volontà in materia, anche alla luce della difesa del petrolio proprio e dei loro alleati (Arabia Saudita in primis).

Un’isola fatta di rifiuti

Sotto la superficie marina c’è un ampio strato dove si riscontra la massima concentrazione di microplastiche e frammenti di plastica. Negli specchi acquei fermi, come porti e piccoli laghi, i frammenti della plastica si concentrano a 25/30 centimetri dalla superficie; in mare aperto anche oltre i 200 metri di profondità. Nel 2018 un gruppo di ricercatori dell’Università della California (San Diego) ha utilizzato alcuni robot telecomandati (i cosiddetti ROV – Remote Operated Vehicle), progettati per monitorare l’acqua nella baia di Monterey, a sud di San Francisco. Gli strumenti, utilizzati a 15 miglia dalla costa, hanno rilevato la presenza di frammenti di plastica di dimensioni inferiori a cinque millimetri nell’intero campione d’acqua esaminato, con una media di 10 particelle per metro cubo a 100 metri di profondità. La maggior parte del residuo è costituita da polietilene tereftalato (il famoso PET, per intenderci il materiale con cui si producono le bottiglie trasparenti per liquidi alimentari), la poliammide e i policarbonati, materiali comunissimi utilizzati per realizzare prodotti di consumo e contenitori monouso.
Circa il 40 p.c. della plastica prodotta a livello mondiale è infatti utilizzata per gli imballaggi o comunque per prodotti monouso, generando montagne di rifiuti che finiscono in gran parte nelle discariche o semplicemente dispersi per finire negli oceani tramite i corsi d’acqua, gli scarichi urbani, percolando nel terreno dalle discariche o perché deliberatamente buttati in mare. Così si è generata la ormai leggendaria Great Pacific Garbage Patch, la grande isola galleggiante del Pacifico, che secondo alcune rilevazioni eseguite dai tecnici di Google Map ha raggiunto dimensioni vicine a quelle della Francia; l’enorme area è composta dalla spazzatura di plastica lì convogliata dalle correnti marine e da inusuali attrazioni elettromagnetiche, i cui frammenti sono presenti nel corpo dei granchi rossi e di varie specie di molluschi, anche di piccole dimensioni. In sostanza, non smaltito correttamente, il rifiuto plastico dà inizio al suo “viaggio” verso il mare, un viaggio lungo anni che lo degrada in pezzi sempre più piccoli per effetto del vento, del moto ondoso o della luce ultravioletta, fino a diventare micro, rendendolo cibo per pesci di cui l’uomo si nutre in fondo alla filiera alimentare.

Salvare il pianeta

Pur essendo un percorso ineluttabile, è ancora lontana la condizione affinché sia possibile realizzare una vera conversione economica mondiale verso la piena sostenibilità ambientale. La produzione di plastica e la conseguente crescente domanda di energia dovranno orientarsi sempre di più verso il rinnovo di quanto esistente e il suo riutilizzo.
Le logiche di produzione dei Paesi scelti dall’Occidente quali “officine del mondo” (India e soprattutto Cina, appunto) insistono sulla necessità di utilizzare fonti di energia fossile per generare l’energia necessaria a produrre quanto richiesto dal consumo mondiale. Allo stato attuale sembra sia ancora più conveniente rispetto alle energie rinnovabili, i tempi di produzione sono più rapidi e il conseguimento del profitto più sicuro; con ciò si trascura che la spesa internazionale sta già affrontando e dovrà più pesantemente affrontare nel prossimo futuro i costi per rendere il pianeta meno inospitale.
È chiaro che inquinare meno fino a giungere all’inquinamento zero è l’unico modo per salvare, almeno parzialmente, il pianeta. La sensibilità ambientale deve far capire al sistema produttivo che fare economia circolare conviene anche all’industria, oltre che al mare e alla terra. Consumare meno materie prime, attivare processi industriali costanti e non assoggettati alla disponibilità immediata di carburanti fossili (con andamenti dei prezzi spesso nevrotici, come accaduto negli anni ‘70 e ‘80 e negli ultimi tre mesi del 2021) e produrre meno rifiuti, trasformandoli da costo a risorsa, significa fare buona economia senza rinunciare al reddito.

Il modello lineare

Attualmente nel mondo prevale ancora l’economia lineare, che in sintesi possiamo definire come fornirsi di materie prime, produrre un bene, distribuirlo affinché venga venduto e utilizzato dal consumatore e poi, terminato il suo ciclo di utilizzo, buttato via. È lineare appunto perché terminato il consumo, il prodotto diventa rifiuto, con conseguenti problemi di smaltimento (e la domanda è: dove metto i rottami, nelle devastanti aree di stoccaggio allestite presso i soliti Paesi poveri per far arricchire qualche pittoresco dittatore?).
L’elettronica ha amplificato negli ultimi decenni questo aspetto: compro un nuovo computer e butto quello vecchio, ormai non più utilizzabile. Che fine fa il vecchio pc, con tutti i suoi invasivi componenti, spesso tossici e dunque pericolosi? I rifiuti sono stati smaltiti per molti decenni con il sistema di discariche e inceneritori di vecchia generazione, altamente inquinanti per la terra e per il clima. Un modello produttivo ispirato dal mondo naturale non prevede l’esistenza delle discariche, perché i materiali di produzione vengono riutilizzati. Quello che viene scartato per un tipo di prodotto può essere riciclato per produrre altro. Ad esempio, nell’ambito della frazione organica, ciò che è scarto per una specie è alimento per l’altra.
Nella frazione inerte, come è la plastica prima di dare inizio al lento processo di decomposizione in mare, lo scarto può essere recuperato, destrutturato e valorizzato ricomponendolo in nuovo prodotto per imballaggi e contenitori (non per alimenti, ma qui si può aprire l’ampio tema del vetro e dell’alluminio), attraverso moderni termovalorizzatori di piccole dimensioni, che producano energia a basso costo a valle del processo. Il materiale si sviluppa nuovamente, si utilizza, termina il suo ciclo e contribuisce alla creazione di nuovi cicli; e tutto può ricominciare da capo, secondo un ritmo circolare.
Possiamo pertanto definire l’economia circolare come un sistema economico pensato per potersi rigenerare da solo con due categorie di materiali: biologici e tecnici. I materiali biologici sono compatibili con l’ambiente, quelli tecnici devono essere riciclati senza confliggere con l’ambiente. Se oggi l’industria internazionale fosse in grado di realizzare prodotti che, una volta usati, possano “restituire” all’ambiente le parti bio, si potrebbe aumentare la produzione agricola, ascoltando la crescente domanda di cibo proporzionale all’aumento della popolazione mondiale; e contemporaneamente si potrebbe recuperare il materiale inerte per nuove realizzazioni plastiche o metalliche, consumando meno materia prima di derivazione non biologica, “chiudendo il cerchio”, appunto.

Riflessioni, per il momento, finali

Difficile immaginare quando l’industria (e tutti noi consumatori, nella dinamica dei nostri acquisti) potrà fare a meno della plastica, ammesso che la plastica sia totalmente sostituibile con materiali di derivazione biologica. L’economia circolare indica però la strada del nuovo sistema produttivo per prendere ispirazione da quanto avviene da sempre in natura: il flusso continuo di energia, produzione, uso e poi il riuso o il riciclo. Un sistema che fa bene all’ambiente, al clima, alla società e, last but don’t least, anche all’economia reale.
Oggi più che mai promuovere buone politiche ambientali è in sintonia con il raggiungimento di una possibile equità sociale.

Le sorprese nei pesci e nei molluschi

Le microplastiche presenti nel mare assorbono inoltre varie sostanze chimiche come metalli pesanti, pesticidi, erbicidi e residui di medicinali presenti nell’acqua, che vengono poi inevitabilmente rilasciate nell’organismo degli esseri viventi. Nel rapporto “Plastics in seafood” Greenpeace ha raccolto i risultati dei più recenti studi scientifici sulla presenza di microplastiche nell’ambiente marino e, in particolare, sulla presenza di microplastiche in pesci e molluschi e sul potenziale effetto sanitario derivante dal consumo di prodotti ittici contaminati con frammenti plastici. L’ingestione di microplastiche da parte di organismi marini è ampiamente documentata: sono almeno 170 gli organismi marini (tra vertebrati e invertebrati) che ingeriscono tali frammenti.
L’analisi condotta su 120 esemplari di pesci del Mediterraneo centrale, tra cui specie commerciali come il pesce spada, il tonno rosso e il tonno alalunga, ha certificato la presenza di frammenti di plastica nel 18,2 per cento dei campioni analizzati. Analogamente, studi condotti su 26 specie di pesci delle coste atlantiche portoghesi hanno evidenziato la presenza di microplastiche nel 19,8 per cento dei campioni di pesci analizzati: i quantitativi più elevati sono stati ritrovati in alcune specie di pesce azzurro.
Anche i mari del Nord non sfuggono alla logica: un secondo studio ha dimostrato la presenza di frammenti di plastica nello stomaco di una rilevante percentuale degli scampi esaminati lungo le coste britanniche. Gli organismi marini possono ovviamente ingerire le microplastiche in diversi modi: gli organismi filtratori, come le cozze, le vongole o le ostriche, possono semplicemente contaminarsi con l’acqua che filtrano per nutrirsi, mentre i pesci possono ingerirle sia direttamente, scambiandole per prede, che attraverso il consumo di prede contaminate. Il rischio è quindi il trasferimento e l’accumulo della frazione inquinante lungo la catena alimentare per l’ingestione di prede contaminate da parte dei predatori, come appunto il tonno o il pesce spada.
Il possibile effetto tossicologico generato dall’ingestione di molluschi e pesci contaminati dalle microplastiche nell’uomo non è ancora quantificato. Tuttavia sono stati identificati possibili problemi ancora oggetto d’indagine: diretta interazione tra le microplastiche e i nostri tessuti e cellule e un ipotizzabile ruolo come fonte aggiuntiva di esposizione a sostanze tossiche. È in ogni caso necessaria l’applicazione urgente del principio di precauzione per stabilire regole stringenti e ridurre l’utilizzo di plastica in generale e in particolare di bandire la produzione e l’uso di microplastiche (basti pensare alle microsfere utilizzate in molti prodotti cosmetici).

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