Morire di lavoro

Marko Lukunic/PIXSELL

Due giovani nel giro di due giorni, morti sul posto di lavoro: un uomo di 30 anni l’altroieri a Fagagna, schiacciato da un muletto e ieri mattina un ragazzo di 19 anni alla Fincantieri di Monfalcone. 2018: si può ancora morire di lavoro? Le statistiche rispondono chiaramente, ma non vogliamo parlare di cifre. Il ragazzo di 19 anni è morto schiacciato da un masso di pietra al quale aveva agganciato un carico da spostare. Inesperienza? Possiamo fare soltanto delle ipotesi, ma è semplice trarre delle conclusioni. Lavorava con una ditta esterna, insieme al padre che ha assistito all’incidente; trasportati tutti e due all’ospedale di Cattinara, il ragazzo già morto e il padre in preda ad un attacco cardiaco. Le prime notizie dicevano che il ragazzo fosse spirato durante il trasporto. È la prassi, così le multe per le aziende in cui l’incidente avviene, sono di gran lunga inferiori – raccontano gli operai del cantiere – che ieri mattina scuotevano disperati la testa, ricordando incidenti già successi, dieci, venti e più anni fa, che ancora pesano sulla memoria collettiva e sull’esistenza delle famiglie colpite, spesso lasciate da sole ad affrontare il lutto e le tante difficoltà. Siamo una società che dimentica in fretta. Ma non lo strazio di quel padre, non il rimorso di quegli operai che non hanno potuto prevedere il pericolo incombente.
I responsabili delle varie ditte ci raccontano di regolamenti asfissianti, di regole esasperate che spesso bloccano il lavoro. Come se la soluzione fosse quella di scrivere una bella legge per scongiurare ferimenti e morti. Non è forse che manca una diversa cultura del lavoro, in cui l’apprendista remunerato impara “rubando con gli occhi” come si diceva nel passato e non viene costretto sulle barricate? Non c’è tempo, non ci sono i mezzi, non ci sono specializzazioni classiche, tutto avviene con dinamiche sconvolte dalla mancanza di lavoro, da ingaggi precari. L’azienda si tutela trovando spazi nelle maglie del lecito, accampando vizi di forma, inventando tempistiche a proprio favore.
Gli operai, con le mani nei capelli, scuotono la testa e continuano a ripetere che la colpa è di chi non si ribella. Inutile cercare giustizia nel voto, nella scelta di nuovi leader, la protesta deve salire dallo stomaco di chi non ne può più. È colpa nostra, dicono anche quelli che nulla c’entrano con l’accaduto, semplicemente perché continuano a immaginare una scena che nessuno mai dovrebbe vedere, nessuno mai dovrebbe subìre. Una volta l’azienda era un luogo in cui imparare la vita e il lavoro, un luogo in cui crescere e creare. Ora c’è solo la concorrenza, un Oceano rosso come l’ha definito qualche tempo fa il presidente dell’Autorità portuale di Trieste. E invece, come lui, come tutti, si vorrebbero Oceani blu, dove non si muore a 19 anni perché il lavoro è poco e bisogna farlo a tutti i costi, perché la fila dei concorrenti è lunga e bisogna pur tirare avanti. Serenità, lavori sicuri e certi, lontano dalla precarietà che scava l’anima e dilaziona all’infinito l’inizio di una vita persuasa. Pensiamo ai giovani laureati disoccupati, ai ricercatori senza futuro, alle ditte di trasporto che sfruttano gli impiegati fino a vederli stramazzare per infarto in giovane età e considerano questo nuovo schiavismo un vanto dei tempi moderni.
L’incidente di ieri e quello di ieri l’altro pesano sugli occhi della gente, qualcuno si asciuga una lacrima, altri abbassano lo sguardo. Altra rassegnazione in arrivo, finché tiene…

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