IL CALAMO Liberi, fortunati e connessi

Foto Josip Regovic/PIXSELL

Da Sidney alle Hawaii tutto il mondo ha festeggiato il passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo. Uno degli appuntamenti più attesi e amati in assoluto, tutti gli anni lo stesso. È singolare che, in tempi di relativismo radicale, non l’abbiano abolito, dato che è un limite. Se lo raggiungiamo, è perché ogni anno ce ne poniamo uno nuovo, da superare a sua volta. Chissà come sarebbe, se non ci fosse. Magari nessuno rifletterebbe su quel che ci si è lasciati alle spalle, con l’intento di fare ammenda in futuro a quanto omesso in passato. Non si farebbero progetti. Cioè, magari sì, ma non con quello stesso sprone che, notoriamente, caratterizza chi, per raggiungere un obiettivo, si ritrova a dovere superare una difficoltà. Il limite, appunto.
Noi, bene o male, siamo già connessi. Chi non ha inviato un messaggino, una clip o uno sticker per segnalare al destinatario “ti penso”? Chi non è entrato in Facebook per passare in rassegna curiosità, indiscrezioni e idiozie? Ecco, mentre noi pensiamo a chi è lontano, superando i limiti della privacy, c’è qualcuno che sta pensando a noi per farsi i fatti nostri.
Domenica i cittadini croati sono chiamati di nuovo alle urne per eleggere la/il futura/o presidente della Repubblica di Croazia. Controversa la posizione dei due candidati in corsa. I plaidoyers di entrambi sono stati fortemente criticati. Colpiscono due promesse: guadagnare facile da casa e avere il diritto d’essere felici. In sostanza, ci stanno dicendo che nel 2020 vinceremo tutti alla lotteria: basta comprare il biglietto e aspettare in poltrona l’incasso. Senza impegno e senza offrire nulla in cambio (a parte il voto), perché la vita, oggi è questa.
La fortuna, dicono, è frutto della libertà. Peccato che l’insidia si celi proprio in questo gioco di parole. La fortuna (dal latino “sorte”), tanto per cominciare, non sempre è benevola, anche se, per scaramanzia, ci piace considerarla tale. Quanto alla libertà, più che nostra, è diventata bottino d’altri, nel senso che si sono autoproclamati liberi di gestire il nostro modo di pensare e sentire, secondo le esigenze di mercato dettate dal momento. Il 2019 è stato l’anno delle grandi piazze. La gente, in quella che ormai è una grande società globale, è in fermento. Chi per reclamare il diritto alla democrazia (Bolivia, Hong-Kong), chi per protestare contro carovita e corruzione (Cile), chi per ridare libertà a prigionieri ed esiliati politici (Catalogna), chi per abolire una legge di cittadinanza discriminatoria (India), chi per opporsi all’opposizione al governo (Sardine) e chi in difesa dell’ambiente (Greta) – dicessero scolastico, per onestà. Si sta molto meglio fuori in compagnia, che chini sui libri o interrogati alla lavagna.
Ma se viviamo in una società democratica e postideologica, connessa e globale, dove tutti sono fortunati (eccetto in Africa, ragion per cui da lì si emigra), come mai si sollevano così tante proteste? Forse siamo sconnessi dalla realtà? Se la conoscessimo a fondo, capiremmo di essere prigionieri di noi stessi. Una constatazione che certo non ci farebbe sentire fortunati.
Pensavamo che con il crollo del Muro nel 1989 sarebbe cambiato tutto, che, finito il “socialismo reale”, l’Europa sarebbe rinata. La rivista francese Nouvelles de France, come riferisce Luis Dufaur sul sito Pan Amazon Synod Watch, indagò sulle ragioni per cui la propaganda distorceva i dati (scientifici) relativi al “riscaldamento globale”, minacciando catastrofi ambientali. Ne venne fuori che le radici affondavano nel 1967, all’epoca del movimento hippie, del pacifismo e della sinistra culturale marxista, alimentata da Mosca contro i Paesi liberi e prosperi.
Lynn White scrisse già allora sulla rivista Science “Continueremo a soffrire un peggioramento della crisi ecologica se non respingeremo l’assioma cristiano per cui l’unica ragion d’essere della Natura è quella di servire l’uomo”. L’uomo non ha cioè diritto sulla Natura, ma le si deve sottomettere, pena il riscaldamento globale. Dio? Non serve. Maurice Strong, segretario generale della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente dal 1970-1972, nonché consigliere di Kofi Annan, previde che “per salvare il mondo, dovremo far scomparire la civiltà industriale”. La filosofia ambientalista si condensa così nell’“odio per la società industriale, colpevole di sottomettere la Natura attraverso il lavoro umano”.
Il Programma pubblicato nel 1990 da Strong (Una sola Terra), chiedeva la celebrazione di una giornata per riflettere sulla Terra. Non c’era nulla di scientifico (dati) in ciò, cosa che nel 1997 confermò pure l’ex ministro dell’Ambiente canadese, Christine Stewart: “Non importa che la parte scientifica sia completamente falsa, ci sono vantaggi collaterali per l’ambiente. Il cambiamento climatico offre migliori possibilità di portare giustizia e uguaglianza nel mondo. È un ottimo mezzo per ridistribuire la ricchezza”.
Il passo dalla Teologia della liberazione del 1968, alla Teologia indigena ed ecologica verso cui si è piegato persino il Sinodo panamazzonico, deragliando nell’idolatria, è breve. Arriva l’utopia politico-sociale della “decrescita” a danno dei (Paesi) ricchi, finché non ci diventeremo uguali ritrovandoci tutti “poveri”.
Non saremo più liberi, ma, non sapendolo, comunque fortunati. Basta pregare Madre Terra o Pachamama (neopaganismo), vestire tessuti equosolidali (ecologismo) e restare connessi dal cellulare che si ricarica dalla presa della corrente. Tanto, la fortuna è cieca, e le madri, ai figli, perdonano comunque ogni malefatta.

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