DIARIO ROMANO DI UN DIPLOMATICO FIUMANO L’attrazione della diplomazia

Piero Fassino

La professione diplomatica è tuttora una professione circondata da un fascino un po’ particolare. È comprensibile, perché i diplomatici sono considerati ancora come una casta privilegiata, che vive in un’atmosfera magica di ricevimenti, serate di gala, incontri ad alto livello e che percepiscono anche emolumenti al di sopra della media. Però, nel mondo moderno i diplomatici non appartengono più alle classi privilegiate, all’aristocrazia dalla quale si reclutavano nel passato, specialmente nell’era feudale. Allora lo slogan che rifletteva i perfetti diplomatici era, in latino: “Bene nati, bene vestiti, et mediocriter docti…”.
Ora, il fascino della casta diplomatica è abbastanza sbiadito, scolorato: nella società moderna questa è una professione come tutte le altre di carattere amministrativo; bisogna superare una serie di esami molto rigorosi per entrare a far parte di questa professione, bisogna conoscere le lingue, avere una specialità, non basta la laurea universitaria.
E così fu che durante il mio mandato di Ambasciatore a Roma conobbi della gente, tra colleghi politologi, giornalisti, e anche avvocati, che avevano tentato di intraprendere la carriera di diplomatico, ma non c’erano riusciti. Caratteristico era l’esempio all’aspirante pretendente al trono di Bisanzio, un giovane avvocato che portava il cognome di Comnenio, proprio come si chiamava una dinastia bizantina: due volte aveva tentato di superare l’esame al Ministero degli Esteri italiano e poi si era stufato e si era dato all’avvocatura. Ma per la posizione di Console onorario di un altro Stato sul territorio nazionale, non ci sono esami. E perciò mi sono imbattuto in tante scelte sbagliate, da tutte le parti, a cominciare dalla Croazia.
Ma, viceversa, anche la parte italiana non è immune da scelte sbagliate. Un giorno mi chiamò al telefono il sindaco di Torino, all’epoca Piero Fassino, un politico italiano che avevo conosciuto ancora negli anni Novanta quando era venuto in Croazia come membro di una delegazione europea, e avevo imparato ad apprezzarlo per la sua esperienza politica e per la sua determinazione di aiutare Zagabria nel suo cammino verso l’Unione europea. Poi, nel 1996 avevo chiesto il suo aiuto – allora era viceministro degli Esteri – per sostenere la pubblicazione della “Storia degli italiani” di Giuliano Procacci, da me tradotta e presentata al pubblico croato, e per far venire Procacci in Croazia per parlare del suo libro e della storia degli italiani. E poi lo avevo incontrato varie volte a delle conferenze internazionali, per suggellare la nostra amicizia una volta divenuto io Ambasciatore croato, e lui sindaco di Torino. E quando mi chiamò da Torino a Roma, lo fece per propormi di nominare un Console onorario di Croazia nel Piemonte: propose una persona irreprensibile, un medico di Torino, noto ai più e impegnato nella vita pubblica della città.
Naturalmente, la sua proposta fu molto gradita, e mi misi all’opera. Per prima cosa, consultai un motore di ricerca per scoprire qualcosa di più sul candidato propostomi, che avevo incontrato e con cui avevo stabilito un buon rapporto. Però, dal motore di ricerca venne fuori che un po’ di tempo prima questo dottore si era trovato immischiato in uno scandalo, riportato dalla stampa dell’epoca, che riguardava l’uso di farmaci controversi, somministrati illegalmente ai pazienti. E si parlava anche di sostanze illecite; e lo scandalo si trascinò per un po’ di tempo sui media locali. Nella procedura di nomina dei Consoli onorari si prevede che lo Stato ricevente debba dare il suo consenso, il famoso “exequatur”, durante il quale il candidato viene sottoposto a una rigorosa inchiesta per determinare che non sia un evasore delle tasse, oppure una persona non all’altezza della carica onoraria, che faccia fare una brutta figura alla propria patria.
In questo caso, prevedevo una logica complicazione e un possibile rifiuto da parte delle autorità italiane, ed espressi il mio dubbio a Fassino, che si dimostrò sorpreso e anche un po’ imbarazzato per non aver indagato egli stesso sul candidato, che a prima vista risultava una persona degna della carica. E si trovò concorde con me di lasciar perdere la candidatura di questo signore.
L’altro esempio arrivò da un mio collega, un professore di scienze politiche di Pescara, che guarda caso faceva anche il politico, e proprio di rilievo, avendo svolto anche il ruolo di presidente di una Regione italiana. Prevedendo di non riuscire a ricandidarsi a presidente della Regione, mi aveva proposto di aprire un Consolato onorario a Pescara, con lui come Console onorario. Dovetti convincerlo che non potevamo procedere finché era in carica, perché il Console onorario di uno Stato straniero non può essere, contemporaneamente, un funzionario dello Stato ricevente, e perciò avremmo dovuto attendere che si dimettesse dalla carica, oppure che non venisse più rieletto. Essendo un collega a livello universitario, era chiaro che mi dispiaceva molto di rifiutare la sua offerta, ed era – e lo è ancora – molto popolare nella sua Regione, nonostante fosse coinvolto in sei indagini giudiziarie per corruzione e favoreggiamento, per essere poi prosciolto a pieno titolo.
Pertanto in queste due Regioni, il Piemonte e l’Abruzzo, la Croazia non ha ancora dei Consoli onorari, e ho dovuto lasciare al mio erede, subentrato in carica, il compito di continuare a cercare dei candidati più confacenti allo scopo…

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