La minoranza fra Scilla e Cariddi

Autonomia e risorse, soggettività e finanze. Sono i due poli, apparentemente inconciliabili, fra i quali si dibatte e, spesso, si dilania, la nostra Comunità nazionale. Il recente e reiterato caso del bando pubblicato dall’UPT per l’assegnazione dei mezzi messi a disposizione dalla Regione FVG è, purtroppo, emblematico. Ancora una volta non si è voluta riconoscere e rispettare la soggettività della minoranza e delle sue organizzazioni rappresentative; si caldeggia una “competitività negativa”, la “lotta di tutti contro tutti”. Un principio che gli antichi conoscevano molto bene: “dividi et impera”.
Le risorse governative italiane, ben più consistenti, sono afflitte da altri meccanismi: iter lunghissimi, spesso complicati, costanti incertezze, processi decisionali complessi, frutto di faticose mediazioni e compromessi di cui gli organi rappresentativi del Gruppo nazionale non possono che prendere atto.
Qualcuno, molto malizioso, rileva che sotto ci sia una strategia: fare il deserto attorno ai dirigenti UI (rei – ad onta di ogni elezione democratica – di non rappresentare adeguatamente la minoranza), per stimolare un “cambiamento”, l’avvento di una nuova gestione delle cose comunitarie. Ipotesi – non si sa quanto fondata – estremamente pericolosa. Significa presupporre che qualcuno, lontano da noi, sappia meglio di chiunque altro quali siano le reali aspettative, i bisogni della minoranza: dare per scontato che la soggettività e l’autonomia della CNI – valori irrinunciabili e di fondamentale importanza – debbano sottostare a un vaglio politico, siano espressione di una “sovranità limitata”. È come se ci dicessero: vi diamo i soldi se eleggete chi vogliamo noi, o se evitate di eleggere chi non ci piace. Significa accettare che altri decidano per noi.

La stagione dei cambiamenti

Nel 1990, quando avvenne il profondo processo di trasformazione democratica dell’Organizzazione unitaria della minoranza nessuno ci disse cosa dovevamo fare. Avevamo avviato quella stagione di cambiamenti per rispetto di noi stessi, perché ne sentivamo la necessità, per cercare di dare – non sappiamo con quanto successo – un volto democratico alle nostre strutture, dignità al nostro desiderio di riscatto civile e nazionale. Allora non ci rivolgemmo a un nuovo padrone, scegliemmo le elezioni democratiche, a suffragio universale.
Qualcosa non ha funzionato, ci lamentiamo dell’assenza di alternanza, di ricambio, di pluralismo, della debolezza del nostro tessuto democratico, dell’azione dei nostri dirigenti? Bene: serviamoci degli strumenti democratici che ci siamo dati, diamoci da fare in modo costruttivo, rigeneriamo, con generosità di proposte, di iniziative e di idee, l’assetto delle nostre istituzioni cercando di salvaguardare l’unitarietà e la soggettività della CNI. Se qualcosa non va – e i problemi, le responsabilità, obiettivamente sono tanti – vediamo di fare la nostra parte, di pensare al futuro.

Una forma di dipendenza

Il vero problema è che nell’ultimo quarto di secolo la Nazione Madre si è occupata di noi erogando risorse finanziarie sempre crescenti che, in assenza di un progetto organico volto a sviluppare una reale dimensione economica (e dunque a garantire la reale autonomia delle istituzioni dei rimasti), hanno creato nel tempo quella che potrebbe essere definita una forma di “dipendenza” del Gruppo nazionale; siamo diventati dei “consumatori” passivi di mezzi provenienti dall’Italia. Non serviva pensare, non serviva mobilitarci, non serviva rimboccarci le maniche; tanto tutto – o quasi – sarebbe venuto dall’Italia. Ci siamo adagiati a una situazione di “assistenza” che ci ha impoveriti di energie, di voglia e capacità di fare, di essere realmente autonomi, di dipendere dalle nostre forze. Paradossalmente la “ricchezza” di mezzi dall’Italia – senza l’aggancio a un chiaro, grande progetto di emancipazione economico-sociale, oltre che culturale, della minoranza – ha eroso gradualmente la nostra soggettività, la capacità di essere “padroni di noi stessi”.

La gestione del «tesoretto»

Al contempo tali risorse hanno iniziato a fare “gola” a svariati soggetti che hanno iniziato – questo il vero problema – una specie di battaglia su larga scala per gestire e amministrare il “tesoretto”. Non c’è da meravigliarsi: i soldi fanno questo. Anche le dotazioni degli Stati domiciliari, negli ultimi settant’anni hanno prodotto “assistenzialismo”, facendoci diventare “budget-dipendenti”. Anche se in forma diversa: i finanziamenti sono stati – e sono tuttora – sempre diretti e quasi mai condizionati da palesi pressioni politiche; queste nel passato non erano necessarie perché nei primi quarant’anni il regime poteva contare sul totale condizionamento e allineamento politico-ideologico della minoranza (a cui comunque la CNI, in molti casi, ha saputo coraggiosamente ribellarsi).
Ciò che tutti si sono ben guardati dal concedere è stata la possibilità, per il Gruppo nazionale, di costruirsi una reale dimensione economica, una concreta autonomia e indipendenza finanziaria. La Jugoslavia aveva non soltanto ridotto la nostra componente a minoranza, sradicando il suo tessuto civile e nazionale, ma l’aveva pure privata delle precedenti risorse economiche; con il Memorandum di Londra, diversamente dalla minoranza slovena, a noi non è stato concesso di fondare nessuna banca, alcuna cassa di risparmio, degli enti economici, di godere di patrimoni immobiliari, né di inserirsi parzialmente nell’interscambio commerciale tra i due Paesi.

Una richiesta ingiusta

Oggi questi nodi restano insoluti e giustamente noi continuiamo ad insistere affinché gli Stati – loro dovere e non semplice benevolenza – ci dotino non di sussidi, ma di risorse materiali e finanziarie in grado di riprodurre il nostro tessuto comunitario. La CAN costiera in Slovenia sta destinando, con dei bandi, dei piccoli fondi statali a sostegno degli imprenditori della minoranza, si vanno facendo vari sforzi per risollevare il settore, anche con progetti europei, ma si tratta di gocce nel mare.
L’assurdo, in questa situazione, per la CNI, è di dover scegliere fra la ricchezza e la soggettività, fra il relativo agio finanziario e la libertà. In determinate condizioni, per preservare la propria dignità e autonomia, è necessario rinunciare ai soldi, così come ci vengono elargiti; dire di no in segno di protesta e accettare l’idea di continuare a vivere con poche risorse, in povertà. È quanto di più ingiusto si possa pretendere da una Comunità che cerca faticosamente di sopravvivere e sta lottando per mantenere, in queste terre, la presenza della lingua e della cultura italiane.

Una Legge permanente

La Comunità italiana – la piccola parte rimasta in queste terre della più ampia componente divisa e dispersa dall’esodo – non chiede elemosine. È pienamente consapevole del suo dovere; mantenere viva l’identità e la cultura italiane, così come la Nazione italiana deve essere consapevole del proprio dovere, politico, civile, morale di sostenere questa presenza. Non per i pochi rimasti, per una presenza residua di italianità all’estero, ma per sé stessa, per difendere una parte d’Italia, di cultura e identità nazionali che rischiano di scomparire.
È per questo che da tempo si va proponendo, con insistenza, l’approvazione, da parte del Parlamento italiano, di una Legge d’interesse permanente a supporto della continuità della presenza e della cultura italiane nell’Adriatico orientale. Uno strumento legislativo che stabilisca dei chiari obiettivi e offra garanzie certe di protezione e di finanziamento, in un quadro organico e continuativo, alla minoranza. Un sostegno in grado di esprimere una visione strategica – che ora manca – volta a garantire un reale sviluppo sia della Comunità italiana presente in quest’area, che del più ampio tessuto associativo degli esuli, in Italia e nel mondo. A questo fine, per affermare con forza quest’istanza, si potrebbe avviare – lo stiamo auspicando da tempo – una raccolta di firme a corredo di una petizione da inviare ai soggetti e alle istituzioni competenti.
Oltre mezzo secolo fa Antonio Borme, riferendosi agli aiuti provenienti dall’Italia, rilevava: “Tale apporto al Gruppo nazionale è indispensabile e noi che a esso apparteniamo siamo convinti di avere tutto il diritto morale di chiederlo e di pretendere che ci sia disinteressatamente dato”.

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