DIARIO DI UN DIPLOMATICO Diplomazia e turismo a Roma

Roma, la città che vanta il titolo di “caput mundi”, è diventata ormai sovraffollata di turisti. Non lo era, tanti secoli fa, e allora i papi l’avevano fatta diventare una mecca del turismo, quello religioso. Infatti, il primo giubileo – quello indetto per l’anno Mille – aveva attirato migliaia di pellegrini, e da allora i pellegrini erano affluiti regolarmente a Roma, con grande diletto di locandieri, tavernieri, osti, e altri imprenditori dell’accoglienza e della ristorazione. Poi, piano piano, la struttura dei viaggianti ha subito un cambiamento graduale: nell’Ottocento l’aristocrazia europea andava a Roma per godersi le grandi bellezze della città, i monumenti e i siti archeologici unici al mondo, e perché no, anche la cucina romana. Poi, nella seconda metà del Novecento, il turismo si è democratizzato, e invece delle élite sono subentrate le masse popolari, e alla fine del secolo, dopo la caduta del muro di Berlino, alle masse popolari si sono aggiunti, come turisti, gli abitanti dell’Europa dell’est, finalmente liberi di poter gironzolare per il mondo. A questo si è aggiunta una nuova forma di turismo – il turismo congressuale, e poi, infine, anche il turismo politico. Da quando la Croazia è diventata parte dell’Unione europea, e l’UE si è allargata a Est, si è sviluppata una nuova forma di turismo – molto elitaria, in verità. Si tratta delle sedute dei vari organismi dell’UE alle quali ora affluiscono i politici, per cui Roma è molto gettonata tra i diplomatici dell’Unione europea. Quando l’Italia propone una conferenza, seminario, consultazione o altra forma di riunione a livello UE, la proposta viene sempre accettata con grande entusiasmo. Specialmente dai rappresentanti dell’Europa dell’Est, che, come mi ha spiegato il mio amico, l’Ambasciatore bulgaro Marin Rajkov, con una grande esperienza diplomatica alle spalle, si sono riversati a Roma in ogni occasione che si è aperta, nella prima decade del nuovo secolo. Invece, la marea dei politici croati è arrivata nella seconda decade, quando siamo riusciti a entrare nell’UE, battendo il primato di lunghezza del negoziato di adesione – sette anni.
E così, da Ambasciatore mi sono trovato a fare da ospite, anzi da anfitrione a numerose delegazioni che venivano da Zagabria per prendere parte ai lavori di questo o quel congresso, conferenza, seminario, o semplicemente riunione di funzionari, o altre forme di convivio diplomatico. E naturalmente, l’Ambasciata è cosi diventata il punto di riferimento per i turisti politici. Ne ho viste di tutti i colori: di regola, pochi sono stati quelli che venivano solo per l’occasione della riunione a cui dovevano partecipare: la maggioranza voleva unire l’utile al dilettevole, e cosi l’Ambasciatore non poteva sottrarsi al ruolo di cicerone – guida turistica per i vari ministri, sottosegretari, deputati, accompagnatori e accompagnatrici. I più numerosi che accorrevano a queste manifestazioni erano proprio i croati. Quando c’era stata la conferenza dei presidenti dei Parlamenti degli Stati membri dell’UE, dalla Germania era venuto soltanto il presidente del Bundestag. Invece, il presidente del Parlamento croato, Josip Leko a quell’epoca – eravamo nel 2015 – era venuto a Roma con una delegazione di addirittura dodici persone! Con grande disappunto degli organizzatori italiani e con grande imbarazzo dell’Ambasciatore croato. Era perfino scortato da tre guardie del corpo; nella corrispondenza antecedente al fatto, avevo tentato invano di convincere la presidenza del Sabor e il Ministero degli Esteri che qui nessuno aveva bisogno della scorta, perché l’Italia garantiva piena sicurezza a tutti i partecipanti. Avevo tentato di far valere i miei argomenti, non solo che quei “gorilla” erano superflui, ma che avremmo fatto anche una non molto bella figura, essendo gli unici a portarsi appresso i “pretoriani”. Alla fine, non c’era stato verso di convincere alcuno in patria, e così avevo dovuto pregare gli organizzatori di far ammettere i cosiddetti “sigurnjaci”, gli uomini della sicurezza, alla conferenza, in veste di “consiglieri”. Il bello, poi, è che non erano potuti entrare nella sala delle conferenze e rimanendo fuori avevano, naturalmente, suscitato la curiosità degli altri partecipanti. “Ma da voi la guerra non è ancora finita?”, mi aveva chiesto in tono canzonatorio un mio collega, l’Ambasciatore di un Paese vicino, che non voglio proprio menzionare. E con gli altri nove rimasti, con il presidente e altri due parlamentari, e sei tra consiglieri veri, portavoce e portaborse, eravamo la delegazione più numerosa. E anche quella più silenziosa, perché il nostro presidente del Sabor aveva letto il suo intervento, preparato in precedenza a casa, e non era poi intervenuto nel dibattito, come neanche i due parlamentari al suo seguito. Però, in compenso, avevano voluto immergersi nelle bellezze di Roma, dalla fontana di Trevi al Colosseo, non disdegnando neanche le attrattive consumistiche di Roma. E così ho imparato che diplomazia e turismo eccome vanno d’accordo e che l’Ambasciata è spesso considerata, a casa, come un ufficio del turismo – che fornisce ciceroni, accompagnatori, autisti e vari altri servizi…

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