A Strugnano, cent’anni fa

Una veduta di Strugnano

Il 19 marzo 1921, nella giornata antecedente l’annessione della Venezia Giulia al Regno d’Italia, a Strugnano, località di campagna tra Isola e Pirano, gli spari delle camicie nere presenti nel vagone del treno transitante lungo la ferrovia a scartamento ridotto Parenzo-Buie-Trieste, uccisero due adolescenti (Domenico Bartole e Renato Braico), che si trovavano assieme ad altri coetanei, alcuni dei quali furono seriamente feriti, non lungi dalla trattoria “Alla Lega”.
L’episodio, che va inserito nel clima avvelenato del primo dopoguerra, particolarmente delicato nell’ex Litorale austriaco, investito anche dalla crisi dello Stato liberale italiano, non riscontrò l’attenzione della stampa locale e fu presto rimosso.
Il tragico evento rappresentò il culmine di un crescendo di violenze che in quelle settimane stavano coinvolgendo squadristi e socialisti.
L’aggressività dei primi si era precedentemente manifestata a Isola, dove l’8 marzo 1921 furono lanciate delle bombe a mano che danneggiarono gli edifici di Luigi Chicco e Giuseppe Ulcigrai, quindi fu incendiata la Camera del lavoro di proprietà della federazione socialista, ferendo infine il contadino Angelo Bellomi. L’offesa rientrava nella strategia adottata contro le cosiddette ‘sedi rosse’, la cui sequela era iniziata l’anno prima, si pensi, per esempio, all’attacco alla sede della Camera del lavoro di Dignano (16 gennaio 1920) in cui persero la vita Pietro Benussi e Pasquale Delcaro. Pochi giorni prima che le pallottole freddassero i ragazzi a Strugnano, dopo lo sciopero indetto dai marittimi di Pirano in segno di protesta contro il terrore squadrista, sospeso dopo i colloqui avuti con i rappresentanti del Fascio (15 marzo 1921), l’azione furiosa delle camicie nere colpì il noto esponente socialista Antonio Sema. Nel cuore della notte il suo appartamento fu messo sottosopra, sparando diversi colpi d’arma da fuoco, dopodiché fu consegnato ai carabinieri che, conniventi, lo incarcerarono assieme al comunista Luigi Fonda, al maestro socialista Domenico Contento e a Renzo Vidali.
Il segretario della Camera del lavoro, Alessandro Tamaro, invece, ebbe la possibilità di fuggire evitando l’ingiustificato fermo.
Gli eventi rammentati sommariamente, i cui contorni rimandano a uno scontro tra fazioni politiche, che sfociò in episodi di vera e propria guerra civile, coinvolse italiani contro altri italiani, proprio come accadde altrove lungo lo Stivale, basti considerare le vittime e le parti implicate, non fu cioè solo uno scontro nazionale, come taluni vorrebbero unicamente far passare tali eventi. In quanto stiamo parlando di un’area geografica plurale è doveroso ricordare la funzione plurivalente di quello che verrà definito il ‘fascismo di confine’, cioè sì uno scontro di tipo nazionale, riprendendo gli antagonismi esistenti con i movimenti risorgimentali/nazionali degli sloveni e dei croati, non più entro la cornice legalitaria, come al tempo dell’Austria-Ungheria, bensì attraverso l’uso indiscriminato della violenza, ma anche contrapposizione che prevedeva l’utilizzo di ogni forma di colpo di mano per contenere e annichilire quello che veniva definito il ‘pericolo bolscevico’. Prima della firma del Trattato di Rapallo (12 novembre 1920), per cogliere appieno l’intensificazione della violenza non bisogna scordare che gli animi erano incandescenti anche in relazione al problema adriatico, che per due anni dalla fine del Primo conflitto mondiale aveva lasciato in sospeso la definizione dei nuovi confini tra il Regno d’Italia e il Regno dei serbi, croati e sloveni in quella parte d’Europa che doveva trovare una nuova dimensione a seguito del crollo dell’impero danubiano. Gli stessi fatti triestini che coinvolsero le squadre di Francesco Giunta nel rogo del Narodni dom (13 luglio 1920), simbolo certamente della presenza concreta oltre a quella culturale ed economica degli sloveni nonché di altre identità slave, e allo steso tempo di uno jugoslavismo che si contrapponeva nello spazio adriatico, non si comprendono del tutto omettendo quanto era accaduto due giorni prima a centinaia di chilometri di distanza, a Spalato, il cui centro urbano era controllato dalle flotte delle potenze dell’Intesa.
Nel corso dei disordini scoppiati nella città dalmata furono uccisi due marinai dell’incrociatore “Puglia”, circostanza che offrì – questo è indubbio – un pretesto per colpire pesantemente chi era individuato come un rivale in quel delicato frangente.
Rendendo banali gli eventi luttuosi che interessarono l’Adriatico orientale non si contribuisce alla conoscenza, ugualmente un episodio non è mai circoscritto e avulso dal contesto più ampio. Le ricostruzioni storiche devono per forza di cose guardare anche oltre lo steccato e ragionare in termini problematici, anziché assecondare le mitologie che livellano tutto e propongono categorie entro cornici nette, per molti rassicuranti ma allo stesso tempo mendaci e fuorvianti.

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