Brexit e Trump: la «colpa» è dei giornalisti

Opinioni a confronto alla conferenza Diversity mixer, che si sta svolgendo nel capoluogo quarnerino nell’ambito dei programmi di Fiume Capitale europea della Cultura 2020

Danica Ilić, Alissa Quart e Milan Živković; moderatore Srđan Sandić. Foto Željko Jerneić

“I media dovrebbero rispecchiare la società, ma sono finiti col rispecchiarne unicamente le disparità”, esordisce così Danica Ilić, giornalista della BBC World Service, alla seconda giornata della conferenza Diversity mixer, che si conclude oggi a Fiume. Acceso il dibattito sul mondo dei media e sul giornalismo moderno, soprattutto in chiave di marcata disparità e mancata diversità. La Ilić si è concentrata maggiormente sulla scarsa rappresentanza di minoranze, intese in senso lato, nella sua casa giornalistica. Essendo una trasmittente di proprietà pubblica, la tv britannica, ha rilevato, dovrebbe sensibilizzarsi maggiormente verso le pari opportunità e provvedere a un servizio d’informazione che includa pure segmenti della popolazione ai margini della società. Per far capire la gravità della situazione, la giornalista serba – trapiantata già da 15 anni nel Regno Unito – ha tracciato il profilo dell’impiegato tipico della BBC: bianco, con laurea universitaria e maschio. Solo lo 0,4 p.c. dei dipendenti, ad esempio, è di religione musulmana. La disuguaglianza è accentuata anche sul piano retributivo, ha chiarito Danica Ilić, raccontando che alcuni anni fa in Inghilterra è scoppiato un grosso scandalo quando si è saputo che un conduttore del telegiornale veniva pagato cinque volte di più della sua collega donna.
“Probabilmente gli scandali sarebbero molteplici se i contratti giornalistici alla BBC non prevedessero la segretezza dello stipendio”, ha concluso Danica Ilić.

Disuguaglianze economiche

Per ovviare a tali problemi, tranne migliorare i contratti di lavoro della categoria, le case mediatiche dovrebbero sviluppare delle linee guida editoriali su come raccontare le storie di minoranze o gruppi sociali esclusi dal discorso mainstream.
A salire sul palco è stata anche l’americana Alissa Quart, del quotidiano inglese The Guardian e redattrice del progetto Economic Hardship Reporting Project, pubblicazione che affronta il problema delle disuguaglianze economiche. La sua lezione si basava sul fatto che storicamente la maggior parte degli autori che trattavano il tema della povertà nella società americana erano benestanti. “Almeno lo erano fino all’ultima crisi del 2008, quando – come ha ricordato Alissa Qauart – i giornali negli Stati Uniti si sono visti ridurre il personale in modo esponenziale. Oggi, invece, ci troviamo dinanzi a un panorama completamente diverso, con giornalisti che vivono sotto la soglia della povertà”.

Freelancer sempre più in basso

Come rilevato, i più colpiti sono i freelancer, che oggi guadagnano in media 50 centesimi a parola pubblicata, mentre nel 1994 la cifra ammontava a 1 dollaro. La classe media negli States è diminuita del 30 p.c. negli ultimi 20 anni, soprattutto per via della riduzione della qualità del lavoro. Le professioni della middle class sono sempre più simili ai lavoratori della gig-economy, tanto che l’applicazione Uber, a San Francisco, ha messo in atto una campagna pubblicitaria per invogliare gli insegnati dell’area a iniziare un secondo lavoro come tassisti. Ed è da questa combinazione di fattori che l’autrice ha coniato un nuovo termine: “middle precariat” (la classe media precaria), un termine che spiega perfettamente l’attuale situazione nel mondo dei media.
A concludere il tema sul giornalismo una discussione tra Danica Ilić, Alissa Quart e Milan Živković, ex consulente per i media del Ministero della cultura della Repubblica di Croazia. Gli interventi del dibattito intitolato “Politics of Media: Trump, Brexit and Failed Representation in Media” (Politica dei media: Trump, Brexit e la mancata rappresentazione nei media) erano moderati dal giornalista Srđan Sandić. I partecipanti sono stati abbastanza in sintonia sul dare la “colpa” – per quanto avvenuto, ad esempio, alle elezioni americane o al referendum sull’uscita del Regno Unito dall’UE –.
“L’arroganza ha reso i giornalisti distaccati dalla realtà” ha dichiarato Danica Ilić, alla quale si è aggiunta Alissa Quart: “L’organizzazione dei giornali dall’alto verso il basso ha creato un élite completamente sorda. Non hanno mai conosciuto un elettore di Trump”. Secondo Ilić i media sono stati troppo pretenziosi e spesso troppo pigri nel segnalare le notizie, riportando solamente i fatti senza spiegarne il contesto.

Una professione tra due-tre fuochi

Uno dei momenti più interessanti del confronto sono state le posizioni abbastanza contrapposte di Quart e Živković sul ruolo del giornalista in una redazione contemporanea. Mentre da una parte abbiamo potuto osservare tutta la praticità della mentalità americana – l’idea del business model, che deve venire rispettato, la capacità di far soldi nel digitale e la necessità di aggiornare le proprie competenze giornalistiche – e dall’altra parte abbiamo percepito una fondamentale preoccupazione dei giornalisti per il clima politico, per il dover gestire più elementi per lo stesso stipendio e la de-specializzazione della categoria giornalistica.
Concludendo, Živković ha fatto ridere tutti i presenti in sala con un esempio sul giornalista tuttofare: “Se bisogna seguire lo sciopero al cantiere navale, non puoi mandarci l’esperto di risotto della rubrica di gastronomia!”.

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