Propaganda in Istria

Per la visita della Commissione interalleata per la delimitazione dei confini in Istria, la parte jugoslava mise in atto una strategia sistematica a sostegno delle rivendicazioni slave. Le azioni raggiunsero il loro scopo, ma una delle conseguenze fu l’esodo degli italiani, come conclude una mostra a Pisino

L'autore della mostra, Ivan Smoljan

C’è una vignetta, per molti aspetti emblematica, del caricaturista polese Gigi Vidris che raffigura l’Istria, personificata da una donna in costume popolare dignanese, dallo sguardo terrorizzato mentre cerca di sfuggire alla presa del Maresciallo, che la rincorre sospinto da Stalin, mentre un cartello recita: “Non è Tito che vuole l’Istria, ma è l’Istria che vuole Tito”. Giuliana Donorà ha scelto quest’immagine per il saggio (ed. Tralerighe, 2020) in cui ha narrato la vicenda della visita della Commissione interalleata nei territori dell’Istria come fu osservata dagli italiani.

Immancabili le bandiere con la stella rossa al centro

Ora, a 75 anni di distanza dall’arrivo dei commissari in rappresentanza delle potenze vincitrici (Francia, Unione sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna), una mostra visitabile fino al 31 dicembre nel Castello di Pisino illustra il punto di vista croato, ripercorrendo alcune strategie diplomatiche (o, se si preferisce, comunicative) messe in atto dalle autorità jugoslave dell’epoca.
Il titolo non è casuale. Campeggia un bel “Benvenuti”. L’accoglienza organizzata in Istria fu di fatto “festosa”, persuasiva.

Barbana, 1945: affissione di manifesti portati da Ulbo (Olib) e scrittura di slogan inneggianti a Tito

Passando sotto un arco d’edera, che rimanda a quelli predisposti nelle varie cittadine per gli ospiti, con un anticamera nel contesto che precedette la loro venuta (avvento del fascismo con la sua politica sopraffattrice e snazionalizzatrice, lo scoppio del conflitto, le decisioni di Pisino del settembre 1943, la liberazione, il contenzioso sui confini, la divisione del territorio in Zona A e Zona B), ci si immerge nell’atmosfera di quei tempi: pochi ma significativi oggetti (come bandiere, manifesti, ritratti di Tito, documenti “informativi” prodotti dagli jugoslavi come il Memorandum del Comitato distrettuale per l’Istria consegnato alla Commissione, fotografie), cartine, testi esplicativi sintetici ma esaurienti e un filmato, che offre, in modo efficacie e multimediale, una panoramica delle tappe in regione della Commissione alleata. Il tour si svolse nell’arco di 28 giorni, dal 9 marzo al 5 aprile 1946, toccò 5 grandi città e 27 città minori e villaggi, furono svolte 52 interviste con gli esponenti delle organizzazioni e raccolti tre censimenti della popolazione per poter effettuare le dovute valutazioni e definire una linea “giusta” tra l’Italia e l’allora Jugoslavia.

Le quattro «versioni» sul confine tra Italia e Jugoslavia

Scritte e bandiere con la stella rossa
Di là dei negoziati, scattò un’operazione di… convincimento; ciascuno degli attori coinvolti argomentò e perorò le proprie ragioni. E se la parte italiana si affidò principalmente alla stampa e ai discorsi dei politici – spiega il curatore della mostra, Ivan Smoljan –, l’amministrazione titina nella Zona B, nella sua battaglia per l’Istria, affiancò all’iniziativa per così dire istituzionale – tra cui le iniziative dell’Istituto adriatico, diretto dal geografo Josip Roglić, fondato nel 1945 con sede a Sussak con il compito di studiare la questione della costa adriatica dal punto di vista geografico-storico-etnografico, dei traffici, tecnico-urbani in vista delle trattative di Parigi, e che produsse il suo censimento – una vera e propria mobilitazione della popolazione, una propaganda capillare.

Alcune scritte murali sono sopravvissute al logorio del tempo, alla morte della Jugoslavia cui inneggiavano; pallidi testimoni di periodi turbolenti, si possono ancora intravedere su alcune case. “Andrebbero tutelate, com’è stato fatto in alcuni Paesi vicini”, è l’appello del curatore.
L’agitprop prevedeva azioni di massa che avevano come scopo principale “dimostrare la volontà della popolazione di unirsi alla Jugoslavia”. Le associazioni della gioventù comunista e antifascista furono ingaggiate in modo massiccio per l’affissione di manifesti, distribuzione di volantini, i “murales” e altre iniziative su questa falsariga. “Per tutto il tempo che gli inviati alleati rimasero a Pisino, la cittadina fu pavesata con una marea di bandiere, sia statali che nazionali, con tanto di stella rossa al centro. Poche quelle rosse. Rare le italiane e solo quelle aventi nel mezzo la succitata stella – come testimonia il dottor Antonio Mirković nel passo citato in mostra dal suo libro “L’Istria nei mei ricordi” (Centro di ricerche storiche, Rovigno, Monografie – Extra serie, vol. I, 2015) –. Quest’ultime, anche se fregiate con il simbolo richiesto, qualora venissero esposte sui balconi delle case private, venivano prontamente rimosse dagli attivisti sul posto. Scritte inneggianti a Tito e alla nuova Jugoslavia, erano dipinte in ogni dove”.

Tematica trascurata
La mostra affronta un tema finora trascurato o non sufficientemente esplorato dalla storiografia nazionale, precisa il culturologo Eric Uršić, che ha collaborato all’esposizione. In tal senso, potrebbe essere uno stimolo a indagare quella che Smoljan definisce una materia complessa e delicata, anche perché ancora temporalmente vicina a noi, che determinò le sorti delle nostre genti, di persone ancora in vita, i nostri nonni e familiari. ma che andrebbe avvicinata al grande pubblico e soprattutto trasmessa alle giovani generazioni, “che ne sanno poco dei processi ed eventi che si susseguirono alla fine del conflitto, dell’intreccio di interessi in gioco, dei conflitti in atto, ma anche delle paure e delle aspirazioni della gente comune, in parte manipolata dall’“alto”, ma ben decisa e che rispose in modo massiccio alla liberazione dal fascismo.

I membri della Commissione a Trieste, accompagnati dal generale, partigiano ed eroe nazionale sloveno Rado Pehaček (a sinistra nella foto proveniente da Lubiana, dal Museo di storia contemporanea)

Se la popolazione croata e slovena realizzò le proprie aspirazioni nazionali, la ripercussione negativa – sottolinea il curatore del Museo civico di Pisino – fu l’esodo massiccio degli italiani, che chiude il percorso espositivo realizzato con il contributo del Ministero croato della Cultura e dei Media, della Regione istriana, della Città e del Museo civico pisinese, in collaborazione con il Museo storico e navale dell’Istria e il Museo di storia contemporanea della Slovenia. Tra qualche mese dovrebbe uscire anche il catalogo.

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