Polesi in Italia: Nelle città c’è solo il silenzio

Quattro connazionali residenti in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, raccontano com’è cambiata la loro vita ai tempi del coronavirus

Un uomo con la mascherina davanti lo stadio Meazza a Milano. Foto: XINHUA/PIXSELL

Attenersi alle regole e speranza. Questo filtra dalle testimonianze di quattro nostri connazionali che vivono in Lombardia, in Emila Romagna e nel Veneto, le Regioni più colpite dalla pandemia di coronavirus in Italia. Alessandro Mocenni, Mauro Sambi, Mario Sterpin e Roberta Goldin ci raccontano come vivono la quotidianità fatta in primo luogo di restrizioni. Con la speranza che tutto finisca quanto prima, anche per tornare nuovamente a Pola.
Alessandro Mocenni: «Tutti si chiedono: quando finirà?»

Alessandro Mocenni

Alessandro Mocenni, ex collaboratore del nostro quotidiano vive a Milano, una città colpita in pieno dall’emergenza dettata dal coronavirus. “Credo che il mondo, così come lo conoscevamo, non esisterà più. Ora siamo chiusi in casa. Ogni tanto mi capita di pensare all’ultimo giorno ‘normale’ che ho vissuto prima di tutto questo. Era il 2 marzo e con la mia compagna Cristiana e il nostro cane Charlie siamo andati a trovare mia madre Aliza, mio padre Walter e mio fratello Simone nella loro abitazione-studio. Abbiamo parlato della situazione, poi abbiamo guardato gli ultimi quadri da loro realizzati e abbiamo telefonato all’altro fratello, Riccardo, in Veneto, dove affronta la situazione da solo, visto che la sua compagna, Fabiana, infermiera, è in trincea a combattere. Abbiamo pranzato assieme e poi siamo tornati a casa, fermandoci a salutare Anna e Renato, i miei suoceri. Una bella giornata. Poi tutto è precipitato.
Lavoro in un’agenzia di stampa, la MF-Dowjones, una joint venture tra Class Editori di Milano e la Dowjones statunitense, assieme all’amico, Gabriele La Monica, coordino il lavoro dell’agenzia, in poche parole assegniamo i compiti della giornata, commissioniamo gli articoli, li correggiamo e li pubblichiamo. Realizziamo più di 900 notizie al giorno prevalentemente di carattere economico finanziario, almeno fino a qualche tempo fa. Ora tre quarti dei titoli che produciamo contengono la parola coronavirus. I primi giorni del propagarsi dell’epidemia andavo ancora in redazione adottando le misure di sicurezza necessarie. Poi abbiamo cominciato a lavorare da remoto. L’ultima volta che sono uscito dalla redazione per tornare a casa ho attraversato una Milano deserta. Autobus, tram e metropolitane, solitamente strapieni a quell’ora, erano semivuoti. Ho visto la Darsena e i suoi navigli, il cuore della movida meneghina, senza anima viva. Ho camminato sulle circonvallazioni delle autostrade in piena città, senza auto. E silenzio, tanto, troppo per una metropoli. È stata l’ultima volta. Poi a casa, sempre. Mi alzo la mattina, faccio colazione e porto fuori il cane. Torno a casa e comincio il mio turno al desk, fino a sera, in un continuo bombardamento di notizie sulla pandemia ormai globale. Si aspetta il consueto aggiornamento della Protezione civile, la conta dei ricoverati, dei guariti e dei morti. E si rimane colpevolmente sollevati se un giorno dicono che i deceduti sono calati di 20 unità. Restano sempre centinaia di persone scomparse solo per quel giorno, spesso in solitudine, ma tutti sperano che sia un segnale, una speranza che sia arrivato oppure passato il famigerato picco epidemico. E tutti si chiedono, quando finirà?”.
Mauro Sambi: «Sogno Pola ogni notte»

Mauro Sambi

Mauro Sambi, professore ordinario di chimica generale e inorganica a Padova e poeta, è in Italia ormai da 33 anni. Vive a Galliera Veneta, un paese di circa 6mila abitanti. “Polesan, trapiantato nel Padovano da ormai un’infinità d’anni, ma a casa, veramente a casa, da sempre, solo a Pola: almeno una volta al mese una corsa a respirare l’aria, a risentire i sapori, gli odori, il vento, una passeggiata sul Lungomare, due notti in quella che da cent’anni è la casa di famiglia, soprattutto a far visita a mia madre, ormai sola. Da quando è cominciata questa storia del coronavirus, la cosa che mi pesa di più è non poter venire ‘a casa’. È una sensazione straordinaria, mai provata finora. Sogno Pola ogni notte, ma proprio ogni notte. La vita diurna si è ristretta al perimetro delle mura domestiche e del poco giardino che le circonda nel paese in cui vivo. Fino a un certo punto ho continuato ad andare al lavoro a Padova, via via più spettrale, incongrua sotto il sole smagliante di prima primavera: un paesaggio quasi senza figure. Poi ha cominciato a chiudere quasi tutto; infine anche l’Università, vuota di studenti, ha consigliato di venire in ufficio solo per motivi indifferibili. Così da due settimane lavoro da casa: insegno a distanza, faccio esami a distanza, riunioni e colloqui a distanza, la ricerca scientifica quasi ferma. Lo stesso i miei figli: lezione in soggiorno o in camera o in cucina, contatti via social e videochiamate. Mia moglie in ferie forzate, interrotte da qualche emergenza. Si esce solo per la spesa (con guanti e mascherina), prenotandola per limitare i tempi. I ritmi sono lenti, bisogna inventarsi cose da fare: spolvero libri, ritrovo vecchie dediche, tanta vita passata che torna. Frulla in testa un verso e mezzo di Montale: “La vita che sembrava/vasta è più breve del tuo fazzoletto”. Si fa il censimento dei contagi più o meno vicini, si cerca di tenere a bada l’ansia da assedio con razionalità e un po’ di (amara) leggerezza. Si rinsaldanoi legami in famiglia, ma la reclusione pesa ogni giorno un po’ di più. Fino a quando? E a che prezzo? E dopo, business as usual? Sono queste le domande.
Roberta Goldin: «Il lavoro e la vita si sono fermati»
Roberta Goldin, vocalist del complesso “Musicittà”, vive e lavora a Bologna. “Il primo vero impatto era stato la chiusura delle scuole il 24 febbraio (mio figlio Mario frequenta la quarta elementare). Le altre attività extrascolastiche sono poi continuate un’altra settimana, come pure le attività sportive, la Scuola di musica… Ma il vero disagio lo abbiamo avuto dopo un paio di settimane quando ci è stata tolta la possibilità di lavorare, quando sono stati bloccati i nostri cantieri. Faccio presente che mio marito e io abbiamo un’impresa, Progemica s.r.l., che si occupa di progettazione, design, arredi su misura per locali commerciali e privati, per il settore industriale oltre che edilizio. Abbiamo cinque dipendenti. Ebbene ora lavoriamo da casa al PC, lo chiamano “smart working”, ed effettivamente non abbiamo tempo per annoiarci, tra compiti scolastici e impegni vari. Anzi, a momenti mi pare di essere tornata a scuola. Purtroppo, però, tutte le attività che avevamo in cantiere sono state bloccate: sospesi tutti gli ordini, rimandate le consegne dei fornitori, e come se non bastasse, abbiamo a che fare con clientiche approfittano della situazione per rimandare i pagamenti di lavori già terminati. Questo solo per inquadrare la situazione che si vive nel quotidiano. Quanto a me, ho anche un gruppo musicale con cui collaboro, ma ora è fermo anche il mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento. Naturalmente sono state cancellate delle date programmate e non possiamo farci nulla. Uno dei nostri massimi vantaggi risiede nel fatto che la nostra abitazione si trova immersa nel verde di proprietà, per cui siamo in grado di fare delle passeggiate, di praticare dello sport, insomma, di trascorrere col bimbo del tempo libero all’aperto, ora che le giornate sono finalmente primaverili. Ma la libertà a cui eravamo abituati e che finora davamo per scontata, è andata a farsi benedire. Non posso più raggiungere Pola, la mia città, non posso andare a trovare mia madre. Guai se non ci fossero nemmeno Internet e le applicazioni come Zoom, Meet e Skype, che ci mantengono in contatto. Ma ora ciò che conta di più è che siamo tutti sani, e per il momento ci basta. Speriamo davvero che a breve ci diano la possibilità di lavorare. È certo che anche quando verranno ripristinate tutte le attività, saremo tutti molto più scrupolosi nel rispettare le indicazioni che abbiamo imparato a seguire in questi momenti di crisi. A proposito, la prima cosa che voglio fare quando ci ridaranno la possibilità di spostarci, sarà raggiungere Pola”.
Mario Sterpin: «Speriamo bene e in bocca al lupo»

Mario Sterpin

Mario Sterpin, è in Italia dal 1983 e da quasi 30 anni vive a Sernaglia della Battaglia, vicino a Conegliano Veneto. “In Veneto, dove vivo e lavoro, l’inizio dell’epidemia al coronavirus veniva visto da tutti solo come una malattia un po’ più aggressiva dell’influenza. Visto l’aggravarsi della situazione, alla fine di febbraio il governo italiano inizia a introdurre le prime restrizioni. Vietano le partite di basket nei palazzetti, annullano l’inizio della stagione ciclistica, appuntamenti a cui io tenevo molto e anche se come appassionato ci rimasi male, non mi preoccupavo più di tanto per il virus, che era stato localizzato lontano da noi e si diceva pure che gli ammalati erano soltanto gli anziani e che morivano “solo” quelli con patologie importanti. La quotidianità era la solita, andavo a lavorare, a fare la spesa, socializzavo con gli altri senza badare troppo al pericolo di un eventuale contagio. E le gare ciclistiche sono andato a vedermele in Istria, dato che là venivano disputate ancora regolarmente… Intanto, l’epidemia si faceva sempre più aggressiva, è diventata una pandemia, i ricoverati diventavano sempre più numerosi e sempre più giovani, tra cui alcuni che conoscevo ed è solo allora che ho iniziato davvero a rendermi conto della gravità della situazione. Mia moglie, che lavora all’ospedale di Conegliano diceva che sarà dura, dato che neanche loro riuscivano a tenere sotto controllo la malattia. Si arriva così a metà marzo quando il governo italiano impone, finalmente, misure drastiche per cercare di arginare il virus. Fino ad allora, tornavo a Pola ogni fine settimana senza alcun timore, anche se giravano voci di possibili controlli al confine e di possibili divieti a entrare in Croazia. Poi le prime restrizioni anche di là, cresce la preoccupazione di venir fermato al confine o messo in quarantena, di non poter più andare a trovare la mamma, o anche di non poter rientrare dalla propria famiglia e al proprio lavoro. Così ora sono obbligato a stare chiuso in casa, come la maggioranza della popolazione veneta, in attesa che la malattia cominci a regredire per poter tornare a una vita un po’ più normale. Spero vivamente che la situazione italiana serva da insegnamento anche dalle vostre parti per difendervi al meglio da questo virus. Speriamo bene e un in bocca al lupo a tutti!”.

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