Le «facultà» albonesi nel 1593

Contributo della Comunità degli Italiani «Giuseppina Martinuzzi” in occasione del 500.esimo della nascita del riformatore protestante Mattia Flacio Illirico. Ne è autore il prof. Tullio Vorano, che ha elaborato il materiale custodito nell’Archivio di Stato di Pisino

La copertina del libro

Quest’anno pure la Comunità degli Italiani “Giuseppina Martinuzzi” di Albona ha dovuto rinunciare, a causa della situazione che ci è ben nota, a diversi incontri ed eventi. Tuttavia, il sodalizio è riuscito a pubblicare un volume piuttosto importante. Si tratta del “Libro sul patrimonio degli albonesi nel 1593”, che di recente è uscito dalle stampe. Ne è autore Tullio Vorano, storico, già dirigente del Museo popolare di Albona e presidente della Giunta esecutiva della Comunità degli Italiani “Giuseppina Martinuzzi”, il quale ha affiancato al testo originale in italiano la sua traduzione in croato. Questa pubblicazione bilingue vuole essere un contributo della CI albonese alla celebrazione del 500.esimo anniversario della nascita di Mattia Flacio Illirico. Il noto riformatore protestante nacque il 3 marzo 1520 ad Albona e scomparve l’11 marzo 1575 a Francoforte sul Meno.

 

Come ci ha confermato il professor Vorano in un’intervista, l’opera è scaturita dal materiale custodito presso l’Archivio di Stato di Pisino, ovvero dal “Libro della facultà d’Albona 1593 nov.(embre) presentato a dì 2 agosto 1594”. Secondo Vorano, è chiaro lo scopo del “Libro della facultà”: “il Comune di Albona, per poter tassare i propri cittadini, necessitava di un elenco preciso dei loro beni, ossia dell’entità del loro patrimonio, delle facoltà, appunto, al fine di tassarli in modo equo”. La tassa veniva stabilita in “formento” (frumento – F), vino (V) e “biade” (vari cereali: segala, orzo, avena – B). Come specifica l’autore, le quantità da consegnare erano segnate con “staroli” o “mozza” (moggia) per quanto concerne il frumento e i cereali (un “mozzo” conteneva quattro “staroli”), mentre per il vino si usava la misura dei secchi e dei moggia. Nelle note a piè di pagina Vorano spiega che un moggio veneto conteneva circa 347 litri e lo “starolo” circa 83 litri. “Non ci è noto se e di quanto il moggio albonese differisse da quello veneto”, dice Vorano, confermando che il “Libro della facultà” contiene un elenco di 683 contribuenti, per lo più persone singole. In una ventina di casi si tratta di più persone comprese sotto la dicitura “eredi”.

Tullio Vorano

Una fonte storica molto importante
“L’ammontare del patrimonio dei contribuenti albonesi era stato valutato in totale a circa 128.508 ducati”, sottolinea l’autore, precisando che a detenere il patrimonio più consistente, che oltrepassava gli 8.300 ducati, era stato il capitano Giovanni Battista de Negri con i suoi nipoti. Secondo Vorano, il Libro è una fonte storica importante sotto diversi punti di vista. “Vediamo che il patrimonio dei cittadini e dei contadini dell’allora Comune di Albona – spiega l’autore –consisteva essenzialmente di beni immobili, case, cantine, casali, stalle, parti di superfici lacustri, orti, ‘seraglie’, terreni arativi, vigne, oliveti, nonché di animali, in primo luogo ovini e caprini, poi bovini e quindi cavalli e asini. L’agricoltura e la pastorizia assumono il ruolo di assolute protagoniste nell’economia del Comune di Albona nel Cinquecento, favorendo lo sviluppo di un artigianato legato alla riparazione e alla produzione di arnesi agricoli e dei carri, ma anche alla lavorazione del latte, delle lane e delle pelli. Dal ‘Libro della facultà’ si evince che gli artigiani spesso provenivano da altre zone, in certi casi molto distanti da Albona”.
Soffermandosi sulla presenza di molti “stranieri” ad Albona, Vorano dice che a contribuire a un clima favorevole a livello locale furono diversi fattori, tra cui, in modo determinante, l’assenza di dazi. Nello stesso contesto viene menzionata pure l’apertura della città verso i commercianti, gli artigiani e tutti coloro che avevano voglia di lavorare, magari anche come servitori presso famiglie benestanti come i Quarengo, i Negri, gli Scampicchio, i Dragogna, i Manzini, i Cattaro e altri.

La storia dei cognomi
Oltre a una serie di informazioni importanti per l’economia locale dell’epoca, il materiale preso in esame per la nuova pubblicazione offre pure una spiegazione sull’origine di alcuni cognomi ancor oggi presenti ad Albona. “Sembra che al tempo il cognome avesse un’importanza relativa. Era il nome, assieme al mestiere e alla provenienza, che definiva il singolo cittadino”, dice il prof. Vorano, sottolineando che in certi casi il luogo di provenienza divenne addirittura parte del cognome – ne è un esempio “de Metlica”, diventato, in un secondo tempo, Demetlica. L’autore precisa che nel “Libro della facultà” non ci sono tracce dirette riguardanti Flacio, essendo egli scomparso nel 1575. Però vi si menzionano diversi suoi parenti, nipoti e pronipoti, nonché i figli e i nipoti dei suoi fratelli Giacomo e Francesco; tutti esclusivamente con la dicitura Francovich”. Come noto, quest’ultimo è l’altro cognome utilizzato dalla famiglia di Flacio, mentre “Flacius”, da cui deriva la variante italiana del cognome con cui si firmava Mattia, come si legge anche nel “Libro della facultà”, poteva passare come una latinizzazione del cognome Vlacich.

Per quanto riguarda la presentazione del volume, Vorano afferma che la CI avrebbe voluto organizzarla circa un mese fa. Tuttavia, il volume non era ancora pronto e in seguito la situazione epidemiologica si è aggravata, con l’introduzione di ulteriori misure antiepidemiche. A suo avviso, l’evento potrebbe entrare a far parte del programma con cui sarà celebrato il 2 marzo, ovvero il centenario dello storico sciopero dei minatori del 1921.

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