San Valentino. Per innamorarsi ci vogliono sei millisecondi

Comprendere i meccanismi neurobiologici dell’amore aiuta. Il punto critico è trasformare la fase farfalle nello stomaco in un sentimento più sereno e solido

Parafrasando Ungaretti, si va verso San Valentino come d’autunno sugli alberi le foglie. L’amore è caduco come mai prima d’ora. L’Istat rileva che una famiglia su tre è fatta di single e l’età delle neo-divorziate ha picchi precoci fra i 40 e i 44 anni. Nella classifica di Google Trends su San Valentino e dintorni, la ricerca San Valentino Single ha segnato, in 5 anni, un’impennata del 90%, risultando quarta, dopo film, regali e vignette e subito prima di San Valentino ironia.
L’amore non è morto, ma andrebbe curato con nuovi metodi diagnostici, suggeriscono psicologi e neuroscienziati. “Crediamo ancora che amore faccia rima con cuore, invece, il cuore dell’amore è il cervello”, dice Donatella Marazziti, docente di Psichiatria all’Università di Pisa, autrice di La natura dell’amore, prima al mondo a studiare la neurobiologia dell’innamoramento. Di recente, il New York Times si è chiesto se non dovremmo imparare ad amare dai Millennials, che sono per la “via lenta all’amore”. L’antropologa americana Helen Fisher, decana degli studi su amore e cervello, assicura che “sposandosi più tardi rispetto a qualsiasi altra generazione, stanno tracciando un percorso più efficace verso l’amore duraturo”. Le statistiche, ricorda, dimostrano che chi, prima del sì, si frequenta almeno tre anni divorzia il 39 per cento meno degli altri. La ragione sarebbe scritta nella risonanza magnetica funzionale del cervello degli innamorati: il brain imaging ha rilevato che l’amore è un percorso in tre fasi, con innamoramento, attaccamento e “amore vero”. Che non sboccia in un giorno, ma matura, appunto, all’incirca in 3 anni.
Tra innamoramento e amore
Spiega Grazia Attili, docente di Psicologia Sociale alla Sapienza di Roma e autrice di Il cervello in amore: “Comprendere i meccanismi neurobiologici dell’amore aiuta a non avere aspettative irreali: bisogna sapere che, finita la passione folle, non è finito l’amore”. Il punto critico è trasformare la fase farfalle nello stomaco in un sentimento più sereno e solido. “L’innamoramento è involontario, l’amore implica un atto di volontà”, sintetizza Marazziti. “Servono sei millisecondi per innamorarsi e 12 millisecondi per saperlo: vedo uno, non so chi è, e si accende di colpo l’amigdala, l’area più coinvolta nella decodificazione delle emozioni, che sequestra gran parte del cervello. In sei millisecondi siamo pronti alla fuga o all’attacco, senza sapere se abbiamo davanti un dinosauro o un bambino. Sei millisecondi dopo la corteccia ci dice: scappa o rilassati. In questo momento, la corteccia prefrontale, la nostra area decisionale, è spenta. Insomma, quando ci innamoriamo, siamo un po’ scemi”.
Pensiamo ossessivamente all’amato, lo sentiamo perfetto. Come Roberto Benigni che declama Il Cantico dei Cantici a Sanremo, ci diciamo “le tue carezze sono migliori del vino, i tuoi profumi hanno un odore soave, il tuo nome è un profumo che si spande”.
La natura non fa niente a caso
Marazziti, nel 1999, ha scoperto la relazione fra innamoramento e riduzione della serotonina: “Per innamorarci, è necessario che i livelli di questo neurotrasmettitore che regola l’umore siano bassi. Questo stato di vulnerabilità ci fa reagire a uno stimolo banale, tipo lo sguardo di uno sconosciuto, come di fronte a un dinosauro. Dopo, c’è un aumento della dopamina, che dà un piacere enorme e innesca il circuito della dipendenza, come nelle droghe”. Questa fase, spiega, dura dai sei mesi a un anno: “Poi, i livelli di stress si abbassano, le fiamme della passione si calmano, cominciamo a vedere i difetti dell’altro, ma entrano in gioco i meccanismi dell’attaccamento, che danno quel piacere di stare insieme derivato dalla conoscenza. Aumentano ossitocina, vasopressina. La mappa ‘d’illuminazione’ del cervello cambia. La crisi di coppia è fra il primo e terzo anno proprio perché bisogna supplire alla diminuzione della spinta neurobiologica iniziale con un atto di volontà”. La natura non fa niente a caso. Tre anni è il tempo che serve per mettere su famiglia, ricorda Attili: “Alla base c’è anche la spinta evoluzionistica a proseguire la specie. Gli esseri umani hanno una progenie a lungo non autonoma, la cui sopravvivenza richiede la presenza di madre e padre almeno nei primi mesi di vita”.
Non è mai troppo tardi
Le aree del cervello attive nelle fasi dell’amore raccontano le ere geologiche della nostra evoluzione. Spiega Attili: “Semplificando, l’attrazione è regolata dal cosiddetto cervello rettiliano, l’innamoramento da quello paleo-mammaliano e l’amore progettuale dal cervello neo-mammaliano, sede del pensiero critico, logico, astratto”. Poi, fondamentali sono le esperienze infantili: “Sappiamo amare bene se siamo stati amati nei primi 3 anni di vita, quando si formano i circuiti neuronali”, avverte Attili. In caso contrario, non c’è da disperare. Marazziti confida su uno studio che definisce bellissimo: “Rileva che nell’ippocampo ci sono cellule staminali fino a 90 anni. Siamo sempre in tempo per imparare ad amare”.

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