Orlando Rivetti. L’anima dello sport fiumano

Come avrebbe voluto essere ricordato? La prima persona che mi sarebbe venuta in mente per ottenere una risposta sarebbe stato proprio lui, Orlando. In questo senso, posso confessarlo, fu proprio lui a darmi una mano nel momento in cui occorreva ricordare degnamente un personaggio scomparso del mondo dello sport. Adesso che non c’è lui, a chi posso rivolgermi? A chi chiedere, sicuro che ciò non mi verrà negato, il contatto telefonico di questo o quel personaggio, dal magazziniere al presidente? A tutti piace vincere facile e il mio jolly lo trovavo sotto la voce “Orlando” nella rubrica del cellulare. Se poi si trattava di gente diffidente, per motivi più e meno giustificati, era lo stesso Orlando a spalancarmi le porte, annunciando la mia imminente chiamata o visita, sfondando le varie barriere a prova di intruso innalzate da chi non ama concedersi ai media, almeno non a tutti. L’impressione che ho sempre avuto è che alle stanze dei bottoni ci arrivasse senza usare grimaldello o piede di porco, ma con le chiavi originali che gli sono state affidate con fiducia e riverenza. Sono due cose che, con il rispetto, vanno conquistate, guadagnate, inseguite a lungo, ma che uno se le può giocare con una mossa sbagliata gettando tutto alle ortiche. Qualcuno, probabilmente, ha cambiato la serratura, se dall’altra parte della porta vi era uno permaloso, poco disposto a essere messo in discussione.
Da questa e da quella parte della porta, Orlando era uno che le cose non le mandava a dire. Le diceva in faccia o, semmai, lo scriveva e le pubblicava.
Il risultato è che non è andato d’amore e d’accordo con tutti, sportivi, dirigenti e colleghi, ma è anche vero che ci sia da dubitare sulla buona fede di un giornalista, di un opinionista che sta bene a tutti. Nel mondo frenetico in cui viviamo dove arrivare per primi, nel giornalismo, è un’esigenza, è comprensibile quanto possa essere frustrante, per un giovane cronista rampante, farsi bruciare da chi giovane non lo è più. Le soffiate arrivavano al suo orecchio senza che andasse a cercarsele, prima che potessero giungere all’onnipotente Google. “Domattina, lo sai chi arriva per le visite mediche?”, è una delle domande, seguite dalla sua stessa immediata risposta. “Gli altri, per ora non lo sanno – assicurava Orlando –, e tu fanne quel che vuoi”. Per scrupolo di coscienza vado su Google, sui social che lanciano in tempo reale novità di mercato e presunte tali, ma non c’è nulla. Se lo dice Orlando, c’è da fidarsi. Se te lo dice lui vai sul sicuro, puoi vincere facile.
Oltre all’immagine del giornalista abbiamo conosciuto anche quella del tifoso, sincero e appassionato. Nel 1999 Orlando promise di rinunciare al suo segno di riconoscimento, ai suoi baffi, qualora il Rijeka avesse vinto il titolo. La promessa, quell’anno, non ebbe l’opportunità di mantenerla. Si è atteso fino al 2017 per vedere Orlando in un’edizione inedita, con un volto nuovo. Per lui è stato un momento importante come lo è stato, di anno in anno, vedere il Rijeka davanti all’Hajduk a fine campionato. Non perdeva l’occasione per gli sfottò, e negli ultimi anni ce n’è stata spesso il motivo, alle spese degli amici spalatini e gli altri che tifano Hajduk. Se la riderebbe anche oggi dopo la sconfitta con lo Šibenik… Ci scherzavamo anni fa, quando tra di noi c’era una costante nube di fumo, degna di una curva allo stadio, e montagne di mozziconi inceneriti. Abbiamo continuato a goderci tra di noi le perenni disgrazie sportive dei rivali dalmati, anche dopo che il fumo si è diradato. “Sono stato avvertito di brutto”, disse pochi anni fa Orlando, esortato a mollare il fumo, suo compagno di lunghissimo corso. Era cinico, ma si trattava di un cinismo bonario, quando dibatteva con gli amici, soprattutto con i coetanei, sul tema dell’inevitabile raggiungimento del traguardo, di quel traguardo che ieri Orlando non era ancora disposto a tagliare.

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