Addio Orlando. «Quelle telefonate del martedì»

Orlando Rivetti aveva 69 anni. Foto Goran Žiković

L’ultima telefonata nel primo pomeriggio di martedì scorso. Un filo di voce rauca, forse un pochino stanca, ma la lucidità di sempre. “Go manda el pezzo, xe tutto a posto?”. E poi una breve chiacchierata sul Rijeka – il suo grande amore assieme al basket – sui prossimi impegni in Europa, il campionato. Orlando Rivetti era fatto così, sempre con un pensiero fisso dedicato alla sua Voce, all’appuntamento del mercoledì con i lettori, che per lui era sacro. “Un Rijeka fatto in casa”. Era questo il titolo di “Orlanderie”, la rubrica del mercoledì, pubblicata sul nostro quotidiano alcuni giorni fa, il 14 ottobre scorso. Non avremmo mai immaginato che sarebbe stata anche l’ultima.
Orlando era un amico sincero della nostra redazione sportiva, ma in generale di tutta la Voce, anche quando le sfide professionali lo avevano portato altrove. Massima disponibilità a tutte le ore del giorno (alle volte anche della notte), nessun problema: tutto per la mia Voce. Lo conobbi che ero ancora bambino, quando venivo in redazione da papà, ma i ricordi sono ovviamente sbiaditi nel tempo. Professionalmente il primo vero “incrocio” risale al 1995, a Bari, quando Fiume presentò la prima candidatura della serie per ospitare i Giochi del Mediterraneo, che mai però vennero assegnati al capoluogo quarnerino. Dopo un viaggio “spezza ossa” di oltre mille chilometri in pulmino, una volta arrivati in albergo il buon Orlando si fece subito sentire, nel vero senso della parola. Non c’erano computer e altre diavolerie tecnologiche, ma soltanto le classiche, buone vecchie macchine da scrivere. La sua a un certo punto finì in mille pezzi nell’atrio perché le mani erano “occupate” da una montagna di giornali e lo strumento da lavoro era semplicemente scivolato come una saponetta. Scena seconda, sempre a Bari. All’epoca la tiratura dei quotidiani croati aveva subito un’impennata senza precedenti e i colleghi della varie testate facevano a gara a chi vendesse di più. Il discorso fu troncato da Orlando. A una decina di metri era comodamente seduto Mario Pescante, all’epoca presidente del CONI, che stava sfogliando un giornale. La testata era ben visibile: la Voce, quella fondata e diretta da Indro Montanelli. “Stiamo qui a discutere di tirature e vendite, ma Pescante legge la Voce. Fareste meglio a cambiare argomento…”, più o meno le parole di Orlando, seguite da una strizzatina d’occhio compiaciuta, che suscitarono incredulità e perplessità tra i presenti.
Parlare di Orlando riesce difficile e si rischia di cadere nella banalità e nei luoghi comuni. All’apparenza severo e aspro nei modi, qualcuno direbbe un carattere difficile, è stato in primo luogo un professionista esemplare, un maestro per chi svolge il difficile, ma affascinante mestiere del giornalista sportivo. Una fonte inesauribile di informazioni, un modello da seguire per i giovani cronisti. Se aveva qualcosa da dire lo faceva in modo schietto e deciso, senza troppi giri di parole, colpendo direttamente il centro del bersaglio. Sapeva sempre tutto di tutti, usava, ma non abusava delle soffiate che agli arrivavano, le sue critiche erano costruttive, pungenti, ma non offensive. A qualcuno ovviamente non andavano a genio, ma Orlando aveva sempre dalla sua parte i fatti, quelli concreti, non supposizioni campate in aria. A volte andava giù pesante e quasi quasi ne andava fiero, perché a posteriori aveva ragione lui. Orlando se n’è andato di domenica, quella che una volta era considerata la canonica giornata dedicata allo sport in generale e al calcio in particolare. Poche ore dopo avere scritto la cronaca della partita di sabato del Rijeka… Un segno del destino.

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