Un passo avanti per Rijeka

La Capitale europea della cultura 2020 recupera e valorizza le tracce

La targa in Piazza Kobler, ovvero in Piazza delle Erbe

A differenza di quelle informative e promozionali bilingui, con la scritta Rijeka-Fiume, che saranno poste all’entrata in città e saranno legate esclusivamente al progetto Capitale europea della cultura 2020, le tabelle con gli odonimi “storici” saranno permanenti. Una data importante, quella del 13 maggio, ore 13, in barba alle superstizioni: all’ombra della Torre civica – nella piazza dietro il monumento sul quale due anni fa (19 aprile 2017) è tornata a regnare l’aquila bicipite e nelle zone immediatamente adiacenti – sono state collocate le prime insegne con i nomi storici di vie, calli, contrade e piazze del centro di Fiume. Sono le orme lasciate dai nostri padri, nonni, bisnonni e avi nel corso degli ultimi due secoli, grossomodo dal momento in cui la città si è sviluppata economicamente e culturalmente, forte della sua posizione del tutto particolare, specifica, nell’ambito della monarchia austro-ungarica.
Finite negli armadi, nascoste o persino distrutte – ma in tutto questo tempo ben presenti nella memoria e nella vita privata di quanti hanno sempre abitato questi luoghi (quante volte, nella comunicazione in famiglia, per indicare un preciso indirizzo abbiamo usato o usiamo ancor’oggi la dicitura “ex…”?!) – ora queste “orme” sono ritornate a essere pubbliche. L’obiettivo è presentare l’articolato passato della città quarnerina, come puntualizzato più volte dal sindaco Vojko Obersnel. Una specie di viaggio nel tempo, una ricerca e ricucitura molto minuziosa, facilitata in larga misura dall’opera svolta da un figlio di esuli, Massimo Superina, autore dello “Stradario di Fiume: piazze, vie, calli e moli dal Settecento a oggi”, edito a Roma nel 2015 dalla Società di studi fiumani – Archivio museo storico di Fiume. Ed è un dato pure questo molto significativo, di rispetto e di considerazione nei confronti di chi ha dovuto lasciare la città durante e appena terminata la Seconda guerra mondiale, di una componente in precedenza ignorata, bistrattata.
Le tabelle saranno in tutto una trentina; intanto le prime quattro insegne in pietra sono state posizionate nelle attuali piazza Kobler (già delle Erbe; dei Frutti; Grande; del Magistrato) e nelle via Užarska (calle dei Canapini, nei ricordi dei fiumani “patochi”), Andrija Medulić (calle o contrada Ca’ d’oro o anche via di San Vito, nelle immediate vicinanze della cattedrale) e Pod Voltun (calle del Volto). Da qui si proseguirà verso piazza San Vito (Grivica), via del Duomo (Pul Vele Crikve), per concludere il percorso in Gomila. Sulle insegne sono riportati tutti i nomi storici documentati, dal più remoto a quello più recente, con accanto l’anno d’istituzione o il secolo, anzi “stoljeće”, perché riportato (nella forma abbreviata) solamente nella dicitura croata. E anche se definirli “bilingui” non è del tutto corretto, la valenza simbolica di questi cartelli è alta. È un primo ritorno, a 66 anni dalla sua abolizione, a una qualche forma di segnaletica (anche) italiana. E poi, essendo le denominazioni nella stragrande maggioranza dei casi italiane, rendono di fatto “visiva” e concretizzano l’autoctonia della comunità nazionale italiana, sancita dallo Statuto municipale. È un modo per affermare e promuovere una lingua, una cultura, una parte consistente della storia e un certo tipo di tradizioni, che i marosi del Novecento (in particolare l’esodo) hanno rischiato di spazzare via. Anche messe così, in questa forma, le tabelle sono un invito e uno sprone – per chi ne sa nulla o poco, come gran parte dei fiumani di oggi, e ha una mentalità aperta –, a conoscere, ad approfondire, a riflettere.
Mi diceva Simone Cristicchi, che girando per l’Eur nel Villaggio dei nostri esuli, si chiedeva spesso chi fosse questo signore “Giuliano Dalmata”. Soddisfando la sua curiosità, ci ha regalato un’opera che ha commosso le platee in Italia, Croazia e Slovenia e ha diffuso la nostra storia. Forse si troveranno, anche da queste parti, persone che stuzzicate da questa sfilza di nomi, vorranno studiare, sapere, tramandare, coltivare, tutelare una componente italiana ormai a rischio d’estinzione e senza la quale Fiume sarebbe un’altra città. Indubbiamente più povera. Chi ci guadagna, dunque, è soprattutto la Fiume di oggi, perché chi non conosce o dimentica – com’è avvenuto per decenni, complici le ideologie – la storia, le radici, “è un popolo secco” (parole di Bergoglio), che non ha futuro.

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