DIARIO DI UN DIPLOMATICO Fotosafari in Vaticano

I corrispondenti della stampa estera accreditati presso la Sente Sede, con un pizzico d’ironia, e non soltanto con un pizzico, li definiscono “fotosafari in Vaticano”. Così chiamano, tra di loro, le visite degli statisti al Papa. Per ragioni di prestigio, molti Capi di Stato e primi ministri vogliono farsi ricevere dal Pontefice per poter mostrare al proprio elettorato come siano apprezzati anche in Vaticano. Ovvio, in questo eccedono i leader politici dei Paesi ex comunisti, quelli che si reputano “Paesi cattolici”, e quei leader che si autodefiniscono ferventi credenti. Così anche in Croazia, i politici del centrodestra, appena assunto l’incarico, vollero, tra i loro primi viaggi all’estero, annoverare una visita al Papa, con la dovuta pubblicità e la foto obbligatoria per il pubblico.
Appena entrato in carica, il Presidente della Croazia, Kolinda Grabar-Kitarović, volle fare visita al Papa. Già abituati a queste iniziative, i dignitari del Vaticano fecero passare un paio di mesi prima di esaudire il suo desiderio. E così, alla fine di maggio del 2015, il Presidente croato approdò in Vaticano, con un seguito numeroso – sempre le solite quattordici persone, dato che l’aereo ufficiale per gli spostamenti dei politici croati ha una capienza proprio di 14 persone.
Per rendere la visita più sostanziosa, l’Ambasciata croata in Vaticano propose che il Presidente croato, in quest’occasione, consegnasse una decorazione all’ex ministro degli Esteri della Santa Sede, il cardinale Dominique Mamberti. Avrebbero voluto piuttosto darla al ministro degli Esteri in carica in quel momento, il cardinale Pietro Parolin, ma il Vaticano declinò l’offerta, ritenendo più appropriato che fosse un “ex” a ricevere l’onorificenza, per non far sembrare il tutto un atto di servilismo verso il Vaticano.
E così, l’Ambasciata croata organizzò la cerimonia. Per arricchire il programma, su proposta del mio collega presso il Vaticano, Filip Vučak, avrebbe dovuto svolgersi, come preludio, un concerto del noto violista dell’Accademia di Santa Cecilia, il fiumano Francesco Squarcia. Il concerto che doveva precedere la cerimonia, su proposta del Maestro Squarcia, avrebbe dovuto consistere in una fantasia di brani musicali dedicati a Fiume, in chiave virtuosistica, comprendendo anche pezzi composti dallo stesso Squarcia. E poi, una scelta dalle “Suite croate” di Miroslav Miletić, tutto per viola. Fatto sta che il Presidente non accettò – voleva soltanto una musica di “sottofondo”, tanto per intrattenere gli ospiti, perché, disse, questo concerto avrebbe distolto l’attenzione dalla sua persona e dal personaggio da omaggiare, il cardinale Mamberti. Naturalmente, il Maestro Squarcia rifiutò categoricamente di fare il musicista di “sottofondo”, e io lo assecondai. In fin dei conti, Squarcia era ed è un violista di grande fama, e non un intrattenitore da ristorante. Il povero Vučak sudò freddo, ma Squarcia si dimostrò inamovibile; anch’io difesi la sua reputazione, adducendo tutti gli argomenti possibili in favore di un concerto di tale levatura in quella solenne occasione. Alla fine, il Presidente dovette rassegnarsi, e fare buon viso a cattivo gioco, ma quando il cardinale Mamberti, dopo l’esecuzione di Squarcia, si dimostrò entusiasta per la prestazione del Maestro, anche il Presidente croato sfoggiò qualche sorrisetto, e poi, non poté che congratularsi con il Maestro.
La visita al Papa, infine, si concluse con un dono abbastanza insolito: il Presidente croato gli regalò la maglia della squadra di calcio croata con il numero 9, quello del calciatore Mario Mandžukić quando giocava per la Croazia, contando che il Papa fosse un tifoso del calcio. Il Pontefice fece anche lui buon viso, non poteva fare altro, e a noi, diplomatici, i funzionari vaticani ci bisbigliarono, divertiti, che è vero che anche Maradona gli aveva regalato la sua maglia di calciatore, ma che forse il Papa avrebbe gradito anche qualcosa d’altro da un Capo di Stato. Il Santo Padre ricambiò con la sua esortazione apostolica con dedica e una medaglia di San Martino.
Gli accompagnatori del Presidente, invece, ricevettero ognuno un rosario dal Papa. A visita conclusa, il Presidente volle sapere che cosa avessero ricevuto dal Pontefice i membri del suo entourage, e quando vide che gli altri avevano ricevuto un rosario, si oscurò in volto e chiese all’Ambasciatore Vučak di richiamare la Santa Sede e di farsi recapitare al minimo cinque rosari, perché lei non poteva ritornare in patria, e specialmente dai suoi genitori a Grobnico, senza portare un souvenir dal Vaticano. Pertanto Vučak avrebbe dovuto procurarsi almeno cinque rosari benedetti dal Papa, affinché lei facesse bella figura al ritorno dai suoi genitori e parenti.
Vučak di nuovo sudò freddo, e tento di convincere il Presidente che non sarebbe molto cortese esigere dal Papa ancora cinque rosari. Ma il Capo dello Stato non volle sentire ragioni e s’impuntò facendo cadere l’Ambasciatore in uno stato di disperazione acuta. Il Presidente andò a riposarsi in albergo e disse all’Ambasciatore croato che in serata voleva vedere i rosari del Papa in camera sua.
Una situazione alquanto imbarazzante per il nostro Ambasciatore. Per fortuna, ci fu qualcuno (non me ne vanto) che suggerì una soluzione pratica: giù, sul marciapiede, davanti all’ingresso, c’era un commerciante di souvenir: tra l’altro, vendeva rosari di tutti i tipi. Quelli più cari, “benedetti dal Papa”, costavano una trentina di euro. E la situazione fu risolta in modo salomonico, e cosi il Presidente se ne andó sodisfatto, con i cinque rosari “benedetti dal Papa”.

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